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La “veliarda sempiterna” poesia di Marthia Carrozzo

di Dimitri Ruggeri e Alessandro Scanu –  È dall’ascolto del mare che i poeti dovrebbero imparare. Marthia Carrozzo restituisce a tutti noi l’insegnamento con il fragore dell’amore e della sensualità.

L’intervista si è basata sulla lettura e analisi dei libri da lei scritti: Utero di Luna (Besa, 2007 – prefazione di A. Merini), Pelle alla Pelle dimore di mare e solo sensi (LietoColle, 2009 – prefazione di G. Rusticali ), Di bellezza non si pecca eppure – Trilogia di Idrusa (Kurumuny, 2012 – prefazione L. Voce). In esclusiva infine, per il progetto SlamContemPoetry, proponiamo l’audio del testo inedito Attraverso Patroclo (di azzardo, dogane e vestiere). 

[…] E proprio in questa necessità di ripensare il verso attraverso il fiato, la voce e il corpo tutto, in ogni muscolo, ecco che la prima legge di conservazione della massa, assume il peso specifico dell’essere sempre presenti a se stessi […] (M.C.)

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri e Alessandro Scanu

D. Nella performance di alcune poesie si percepisce un ritmo che richiama palesemente l’atto sessuale, con tutti gli inconvenienti di un eventuale sgambetto, di un cambio di posizione e di tempo e di ritmo. In che misura è il testo a suggerire questa forma? Oppure parti dalla performance e imprimi ritmo e tono ai testi?

R. Per via della mia formazione teatrale (dal 2000 al 2009, da prima, ma nella quale continuo ad investire, certa del valore aggiunto che proprio il teatro riservi alla poesia) ho sempre creduto che quello dell’ascolto, nell’assunzione di responsabilità che segue ad ogni invito, alla scelta che resta imprescindibile nell’accettare o declinare ogni possibile lasciarsi condurre, non dipendesse da altri che dallo spettatore stesso; così, credo che molto di ciò che viene percepito sia mediato dall’ universo personale dell’astante, messo in gioco a partecipare, tanto quanto l’attore, o il poeta-performer, nel nostro caso, all’accadere di parole e suoni e versi. Ma è ovvio che, anche qui, le necessità tecniche della scrittura e della voce, o meglio, della scrittura per la voce, pensata, scritta, cesellata come musica su uno spartito, prenda molta parte della stesura di un testo.

Valère Novarina, nella sua “Lettera agli attori”, testo che ho molto amato negli anni della mia formazione teatrale e che ancora mi accompagna, scrive: “Scrivo con le orecchie. Per attori pneumatici. I punti, nei vecchi manoscritti arabi, sono segnati da soli respiratori. Respirate! Polmonate! Polmonare non vuol dire spostare aria, sgolarsi, ma al contrario avere un’autentica economia respiratoria, usarla tutta l’aria che si prende, consumarla tutta prima di riprenderla, farsi mancare il fiato fino alla stretta dell’asfissia finale del punto, il punto della frase, fitta nel fianco dopo la corsa.”

In più, molte delle mie eroine, delle donne del mito delle mie riscritture, per una scelta poetica che è da subito stata, per me, quella, appunto, di raccontare delle donne in modo quanto più onesto e autentico possibile, nell’onestà del linguaggio, nell’onestà, ancora prima, del corpo che le dice prima ancora che le parole, si portano dentro storie di passioni travolgenti, tragiche sino all’amare più estremo, e che già tolgono il fiato a sentirle raccontare, a leggerle, nei libri di magistrale bellezza consegnataci dalla tradizione epica, richiedono esattamente questo: questo essere estrema, consumare tutto il fiato che ho in corpo per dire di loro. Perciò, il mio lavoro di cesello consiste nel ripensare e restituire le loro storie in chiave contemporanea, maggiormente fruibile dal nostro ascolto, da quello delle nostre vite, senza negare loro la dignità del mito, senza tralasciare la traccia che si portano dal tempo, vestali acute a attente di archetipi sempre vivi a rivelare colori e aspetti di un umano da riscrivere nei propri suoni, attraverso – per me – la scelta di quel particolare fonema, di sillabe o di parole specifiche o, spesso, di allitterazioni volutamente cercate che ne richiamino e vivifichino un carattere, il senso sotteso a un accadere precipuo, o a quel particolare vissuto, sempre nel senso dell’azione (mai della stasi) consegnatomi, ancora, dal teatro, sino a portarlo all’orecchio di chi ascolta, suggerendo e gemmando possibilità di senso ben oltre la poesia.

E in questo, ovviamente, non si può prescindere dall’immaginare il testo come già detto, in scena, non interpretato – attenzione! – ma detto nella voce, nel corpo tutto, in scena, con quella “fitta nel fianco dopo la corsa” che tu definisci “ritmo che richiama palesemente l’atto sessuale” , ma che io mi auguro non si esaurisca mai solo in quest’immagine (pur riconoscendo il senso e il peso, tutto l’esplodere creativo che un simile atto originario, imprescindibile e vitale, rievoca, a favore della riuscita di un testo, per come la voce, qui, lo ripropone), andando a richiamare, come nel mio intento, quel naturale climax tragico a cui certe riscritture non possono sottrarsi.

Come nel caso di “Calypso”, che mi ha accompagnato spesso nei seppur rari poetry slam ai quali scelgo di partecipare ( sino ad ora, ho partecipato solo a slam su invito ), per stima verso l’Mc o verso gli altri poeti in gara, per la bellezza di condividere il palco con persone, prima, con poeti, poi, che possano donarmi e donarsi da lì, nell’ottica che è del poetry slam, nel quale, prima d’ogni cosa vince e vive la Poesia.

Ma poi, di giorno la scrittura si ritira.
Ma poi, non si può scrivere di vene in piena luce.
Ma poi, la linfa resta verde e fresca solo in primavera.
Ma poi, anche il mare si ritira e trema.
Ma poi, dall’altra parte, c’è la guerra a numerare.
Ma poi, contare sulla pelle è troppo grande e ti sovrasta.
L’intelligenza della pelle benedice e bagna.
L’intelligenza pungola da dentro, si rovescia.
Il mare scappa, si prosciuga, langue.

Dice di nomi, blatera ritorni.
Dice di chiudere la pelle in un sacchetto.
Stanza iperbarica di vetro affumicato perché la luce non arrivi, né l’odore.
Una vertigine, un gran salto nella carne.
Scrivi davvero bene, disse. – Devi pubblicare!

Così, in “Calypso”, dicevo, dove il procedere a precipizio del verso che incalza fino al rompersi del fiato, riscrive sì, la vertigine di eros, per la ninfa infante, senza parole e tutta sensi, ma anche la parabola di tutte le contraddizioni di un’immortalità grave tanto quanto una rinuncia, che prelude al “gran salto” e che solo la scrittura, in fine, assolve.

Marthia Carrozzo

[…] Un corpo, il nostro, fatto di ogni cellula che lo compone, di quelle cellule “totipotenti” come il “fiat!”, il fiato della parola detta, prima ancora che scritta, della poesia, e che costituiscono un bagaglio di possibilità germinali date al nostro esistere. […] (M.C)

D. Nella performance della poesia La repubblica dei poeti è evidente un andamento paratattico che è il risultato di una coordinazione per polisindeto (ossia l’accostamento di proposizioni coordinate mediante il solo uso ripetuto di una congiunzione, in questo caso “che / perché”). Questo artificio crea un effetto di dilatazione del ritmo che rende la poesia lenta e solenne, quasi fosse un monito (in effetti l’ultimo verso recita “torneranno ad ammonire”, riferito proprio ai poeti) che non sembra però suggerire una Verità (“più non credo nell’arroganza / che si arroga un credo solo”), ma anzi sostenere un punto di vista privo di pretese assolutistiche, dubbioso, umile (“perché lo dicono, se stentano per primi / perché se stentano i poeti è per sentire / perché l’abbraccio che li scuce è dubbio eterno”). D’altra parte questa poesia è anche una manifestazione di fiducia (o fede?) nella sensibilità e nella capacità di dire dei poeti: qual è la tua posizione? I poeti (te compresa) suggeriscono o rivelano?

R. Questo testo mi riporta alla mente un momento di militanza speranzosa, di politica viva e attiva, fiera ed entusiasta, accaduto, quasi dieci anni fa, ai tempi delle fabbriche di Nichi, quando Vendola fu eletto per la prima volta e la mia Puglia si mostrava, pure in tutte le sue fragilità, come la terra di un vento nuovo che provava a dire la sua, che ci credeva con audacia laboriosa. Un vento fitto della voce, del respiro, del fiato stesso dei poeti che erano accorsi all’appello, dei ragazzi della mia età che avevano ricominciato a credere nella politica, a partecipare, a commuoversi, come spesso mi era accaduto in quei mesi, nelle piazze, e a lasciare che quelle parole smuovessero reticenze e muovessero passi.

Da questo clima aurorale nasce “La repubblica dei poeti” e allarga lo sguardo a quello che, come sottolinei perfettamente nella tua analisi, è sì, un monito, volutamente costruito e solenne, ma lo è, nell’unica accezione in cui, di quel monito, possono servirsi i poeti, quelli che a mio avviso vogliano definirsi tali, con nessuna certezza in tasca o Verità assoluta da elargire, ma in tutta l’umiltà di un farsi continuamente in divenire, come da etimologia stessa della parola “poesia”(esiste, forse, “poesia” più preziosa dell’etimologia?), dell’unico monito che valga per gli stessi poeti prima che per ogni altro.

Che io ci credo,
io ci credo, nei poeti,
oltre la ressa, oltre ogni verso, verso il mondo,
fatti di terra, ad occhi spesi sulle cose,
come unghie salde conficcate nella carne.

Perché credo che non possa esserci differenza tra un Poeta e un Uomo, con la maiuscola, intendo, o con quell’ “H”, davanti, meglio, a farne Homo di terra e Humus vivo per se stesso e per gli altri. Perché non si può essere poeti, senza essere prima uomini (e donne) degni di questo nome, di questo onore e onere che ci è stato concesso perché potessimo agirne al meglio. Perché solo in questo farsi terra, in tutta la dignità che ci è richiesta, la poesia possa davvero farsi utile, consegnarsi, oltre ogni ego, diventare altro, negli occhi di chi ascolta e che avranno, solo allora, incontrato lo sguardo di un poeta. Perché è questione di sguardo, la poesia, per me; è questione di pelle, di partecipazione, prima ancora che di abilità nel verso. O meglio, l’abilità non basta, seppure sempre, costantemente supportata dallo studio, ma che, sebbene astuto, a seconda dei casi, non basta, se non si ha l’onestà di dirsi fragili, di tremare, di rendersi vulnerabili alla vita e chiedere alla grazia di venirci in aiuto; se non si ha il coraggio di allargare le braccia e offrirsi all’altro. Ché la poesia non è mai “Io” a mio avviso, ma un farsi, appunto, attraverso le persone, le vite, attraverso le pagine e i volumi, certo, ma attraverso i corpi, prima ancora, con le spalle al muro, nell’accettare, nostro malgrado, che la poesia ci sporchi di vita. Perché, quando è tale, allora ci chiede di mettere le mani sin dentro la ferita, se vuole essere vera; perché la poesia è una cosa scomoda, lo specchio esatto delle prove dei racconti di iniziazione, al quale nessuno sopravvive mai intero ( e per fortuna!); perché semmai ci incorona, la poesia, è sempre di quel senso del vacillare, del dubbio che è della nostra specie, fortunatamente, e che dovremmo pregare non ci abbandoni mai.

Eppure, senza i poeti, saremmo tutti più poveri. Spesso, vi facciamo caso solo quando un poeta muore. Quando le parole, svuotate della presenza, ci lasciano, da subito, più poveri, più soli. Chi dirà per noi, chi tradurrà in parole, in voce, meglio, le nostre più umane miserie? Chi ci ammonirà o consolerà, ci scoprirà disarmandoci, svelando le nostre debolezze, chi ci offrirà lo spiraglio, la crepa nella diga, attraverso cui potrà avvenire l’emorragia di quanto è marcio, o la piena della luce a rischiarare e colmare i nostri vuoti, di respiro e di senso, mentre ascoltiamo? Chi saprà sostituirsi per un attimo a noi e saper essere più nudo e coraggioso, o impavido e incosciente, più semplicemente essendo se stesso senza bluffare mai, nell’esempio vivo della sua propria vita, del suo stesso parteggiare, senza mai esimersi, senza declinare?

Questo, è stato, per me, la Poesia. Quella che amo e che mi ha fatto più male. Amelia Rosselli, su tutte, che alberga nel sempre sul mio comodino, con le pagine segnate dalle mie letture, come a elencare gli appuntamenti dateci a sera in un caffè, a raccontarle di me, cercare il conforto delle sue parole, negli innumerevoli versi sottolineati non una sola volta, in segni di grafite che le tracciano dei miei dubbi, dei miei inciampi, di tutte le risposte che cerco, ogni volta, con la confidenza un po’ sfrontata con cui si ricorre ai consigli di chi possa comprenderci prima ancora di noi. Da donna a donna. Da Maestra a giovane poeta. Così, per me, alla morte di Alda stessa, alla quale mi legava un affetto ancora altro, sin da quel nostro primo incontro, nel gennaio 2006, quando, da Lecce, ero andata a cercarla sui Navigli, chiedendole, innamorata della Poesia, cosa pensasse dei miei versi, di quello che poi sarebbe stato, un anno dopo, “Utero di luna”. E anche lei, sin da subito, non ebbe dubbi a sottolineare: “Questa poetessa scrive bene, ma soprattutto piange. Ed è questo che io cerco nei nuovi poeti: un carattere più “duro”, perché, questi nuovi poeti, anche se innamorati della poesia, vanno incontro a un momento difficile.”, mettendo insieme il pianto e la forza stessa, la “durezza”, con la caparbietà d’essere, veri sino alla vulnerabilità, anche al limite del pianto.

Ancora, mi è capitato di ricorrere ai miei poeti scorrendo le pagine di un libro più recente di stampa, come per i versi che hanno accompagnato la mia estate, ritrovandomi nuda, davanti alla grazia di “Serie Fossile” della Calandrone (“poi la nebbia depone il suo silenzio sul lavoro invisibile della crescita / e dei transiti umani /poi, avviene sul mare: / la tua figura si ammorbidisce sotto il mio sguardo / cobalto / profondo /in silenzio / mi dici / rimani / perché non ho finito di fiorire”); meglio ancora, quando ha saputo colpirmi, affilata come lama o come lingua, nella stessa voce del poeta ( che, in quel caso, si assume tutta la responsabilità, che in origine era deputata ai poeti, del proprio fiato che scalda o che gela, che comunque trasmette, andando a ferire e poi lenire, lasciando, a chi ascolta, di contro, tutta la responsabilità di gestare nel proprio padiglione auricolare, nel proprio stomaco, quei versi), come è stato per la “Piccola cucina cannibale” di Lello Voce, consumata come un mantra a scalfire e scalfire le mie pietre d’inciampo, consumandole sino a farne nuovi monili, torniti dalla voce del poeta, che l’esperienza potrà, da ora, sfoggiare a monito di quanto abbia attraversato, a ricordarmi che mi fido dei “miei” poeti, di quelli che considero dei fari ai miei passi, e che mai verrebbero a rivelare verità assolute, ma a suggerire possibilità, semmai, ché non si è mai del tutto responsabili, né mai del tutto assolti, ma nell’arbitrio, sempre, di tentare.

Per questo stesso osare, ho ancora fede nella poesia, come nella pelle; per questo, ancora, credo in quella Poesia che, quando accade non ha più nome, ma che è sempre un rischio e che se ti assumi la responsabilità di cercarla, di leggerla, ascoltarla, allora di certo, non viene per caso, ma per dirti qualcosa, spronarti a un qualunque risveglio necessario. Purché ci si scuota da qualunque torpore.

Marthia Carrozzo2

D. In Utero di Luna affermi costantemente una fiducia nelle forze creatrici di cui l’utero stesso è sintesi manifesta : Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. In questa legge fisica di conservazione della massa (e della poesia), si può raggiungere lo zero assoluto o tendere a esso come quando “Il vento trasforma e spazza via”?

R. “Utero di Luna”, per intero, è stato pensato come un canto dei quattro elementi, in un momento in cui, ai miei esordi, riflettevo su tradizione e tradimento, su quanto fosse fondamentale tradire le radici, proprio per traghettarle oltre, consegnarle a un tempo altro, rimetterle in altre mani. Così, nell’esperire, nei miei versi, questa legge di conservazione, mi ritrovavo a riaffermare un amore vivo e ogni volta vivificato, per quella che era la mia terra, per quella terra, ancora, che era il mio stesso corpo, al di là di ogni più precisa connotazione geografica, al di fuori del quale non c’era nulla, attraverso il quale tutto il mondo mi arrivava “dentro”, in un dialogo ininterrotto, senza pelle, che non sarebbe stato possibile se non mutuato dal corpo, come non sarebbe stata possibile alcuna muta di me. E proprio in questa necessità di ripensare il verso attraverso il fiato, la voce e il corpo tutto, in ogni muscolo, ecco che la prima legge di conservazione della massa, assume il peso specifico dell’essere sempre presenti a se stessi. In tutta la poesia di cui siamo depositari, certo, ma anche nella responsabilità di rendere presente al nostro tempo e al suo, a quello che da sempre le è più consono, una fisicità alla quale la poesia non ha mai rinunciato, mai abdicando al suo ruolo di fulcro di comunità riscaldatesi attorno al calore della parola che in-forma e benedice. Il teatro, dal quale mi pongo in maniera equidistante come, dalla poesia, mi ha consegnato questo, come insegnamento imprescindibile: l’ importanza fondamentale del proprio sudore, con tutta la verità che si porta dentro. “Ogni verbo è prima nei nostri muscoli, che nella nostra lingua”, scrive Lello Voce nella prefazione (nel battesimo, mi piace dire) della mia Idrusa (“Di bellezza non si pecca eppure – Trilogia di Idrusa” , Kurumuny, 2012), bene, io credo sia esattamente questo il senso riposto del progredire della poesia e delle storia che la contiene, indissolubilmente, nel piccolissimo di un singolo poeta, come nei moti più ampi di un’umanità che (mai come in questo momento) scalpita e chiede a voce alta di poter agire la propria conservazione. Agire e, appunto, trasformarla. L’entropia, sacrosanta e vitale che punge da dentro, nel tendere di ciascuno di questi nostri passi “non lineari”, allineati mai, scomodi come saranno stati quelli dei nostri fratelli siriani in marcia “scalza” da Budapest a Monaco, giù dai treni e nel risuonare insolito di un “Inno alla gioia” finalmente commosso, mosso a compassione tutta umana, che finisce, solo allora, per essere, come dici, quel “vento che trasforma e spazza via”.

D. C’è un momento in cui un apparente e precario equilibrio lo raggiungi nella poesia “Cerchio Cercando” con un “Movimento costante e lento del cerchio. / Immobile dondolio inquieto. /Spirale in volo solo nella testa. / Pensieri liquefatti di tempesta, di baleno improvviso che squassa il cielo./ Forza. Pancia. Saetta” e ancora quando dici “TOTIPOTENTE! /Nelle pance, nei piedi, nel fuoco che sale”. Spesso la vertigine che cerchi è fine a se stessa, si nasconde nello stomaco, parente stretto dell’utero. Ma vuoi veramente perderti o cercare un appiglio?

R. Equilibrio apparente, appunto, solo un attimo prima del passo successivo. Guai, se davvero un equilibrio fosse raggiunto: sarebbe la morte. Ma sempre in moto, “cerchio-cercando”, una quadratura al contrario, a smussare gli angoli, senza il bisogno di soluzioni perfette o verità assolute che non fossero, ai tempi di “Utero di Luna”, ma che non siano, ancora adesso, da ricercare altrove che nel proprio corpo, in quella pancia, parente stretta dell’utero, che sente e respira, e gesta costantemente nel diaframma deputato a contenere il mondo. Nella motivazione del Premio Nazionale di Poesia inedita “Ossi di seppia”, 19^ edizione, 2012, la giuria (Lamberto Garzia, Massimo Morasso, Claudio Damiani e Roberto Orengo) riconobbe ai miei testi la capacità di essere riusciti nella difficile prova di dar voce insieme all’urgenza dei sensi e a un lucido, ossessionato percorso di conoscenza per ardore.”, che mi affrancava dal rischio, in cui sempre si incorre, quando si scrive di eros. ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ, era inciso all’ingresso del Tempio di Apollo a Delfi e che, ancora, ci riporta all’ombelico e all’oracolo, ancora una volta, alla pancia, ma anche alla bocca, nella radice che richiama. Così, in quelli che erano gli anni del mio esordio, cercavo me stessa, la poesia, in una parola che fosse utile, in una possibilità di dire il corpo senza tergiversare. Un corpo, il nostro, fatto di ogni cellula che lo compone, di quelle cellule “totipotenti” come il “fiat!”, il fiato della parola detta, prima ancora che scritta, della poesia, e che costituiscono un bagaglio di possibilità germinali date al nostro esistere. Ma anche ogni gesto, qui, è germinale, ogni scelta. Una ulteriore responsabilità. Nel testo che citi, “totipotente” è aggettivo riferito alla danza, terapeutica e rituale, come erano in origine, in quel sud che De Martino analizzò ne “La terra del rimorso”, ma eco intatta di ogni danza come di ogni corpo, qui, di donna, che attraverso quella danza voglia ritrovarsi. Io che, in realtà, non danzo, ne restituisco le valenze nei versi, che comprendono, dunque, tutte le potenzialità di un tale attraversamento, nel richiamo all’apparato ritmico, che dice la necessità, per il corpo, di riappropriarsene e riallinearsi ad esso, farne la vertigine che sale nelle gambe e nei piedi, nelle pance, sino ai “pensieri che non pensano”, sino a “implodere di vita tamburellante”. Allo stesso modo, la vertigine, nei testi di “Utero di Luna”, ma anche in quelli successivi, in quella che è una scelta che permea il mio percorso di ricerca, è inseguita come strumento stesso di conoscenza di sé e non solo, come ausilio alla crescita, all’allargarsi dello sguardo e all’amplificarsi dei sensi, vibrisse attente, come fossimo felini e avessimo ancora intatta tutta la capacità di percepire il corpo e percepirci in esso. Una vertigine, dunque, mai fine a se stessa, come non dovrebbe mai essere la poesia, ma nella quale mi perdo, arrendendomi, senza corazza, chiamando in soccorso il corpo stesso, il suo dire e farsi dire nella scrittura che lo ridisegna, per ritrovarmi, costantemente cercando, dentro, i miei appigli.

Marthia Carrozzo4

D. Sempre in Utero di Luna il protagonista , sembra manifestarsi in una “VELIARDA SEMPITERNA BAMBINA, FECONDA VERGINE SALENTINA DAI CAPELLI DI VENTO MALCONTENTO” oppure è lo stesso Sud il tuo protagonista?

R. “Sibilla salentina” è, in realtà, l’unico testo in “Utero di Luna” che dice il mio sud nell’assegnare una sponda a questa “veliarda sempiterna bambina”, ma che resta pur sempre una sibilla, come espresso nel titolo e, dunque, pura voce ad affacciarsi dalle mie sponde, al mare tutto, sino a farsi eco di un sud che potrebbe essere di là del mare stesso, che sarebbe comunque terra, intrisa degli stessi colori e che si fa Mediterraneo, “delicata presenza di mare, della stessa sostanza”, scriverò successivamente ne “l’umido e la malva” (“Pelle alla Pelle”, LietoColle, 2009), che si tinge del respiro e delle storie, delle vite che quel mare ci consegna ogni giorno, delle vite vive meglio, non solo della disperazione che lo attraversa e che spesso vi trova la morte, ma terra, senza confini, oltre ogni approdo, negli “echi frammisti d’arcano idioma venuto dal mare”, in una domanda d’amore che se cerca appartenenza, è nell’accezione che ne da Giorgio Gaber quando canta : “L’appartenenza / non è lo sforzo di un civile stare insieme / non è il conforto di un normale voler bene / l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L’appartenenza / non è un insieme casuale di persone / non è il consenso a un’apparente aggregazione / l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.”. Ed è questa, l’unica terra su cui cerca le proprie radici, che se cerca di mettere radici, le trova riflettendole dal cielo che quel mare specchia, e specchia la terra senza delimitazioni e si ritrova sibillina a sentirsi raccontare nel divenire di una lingua di passaggio, di un mare di passaggio, che allora si fa “voce tonda di pozzo di padri accovacciati a stringere la terra in pugni fragili di rassegnato amore”, di quell’amare che ci fa umani tutti e madri e padri prima di ogni cosa, pronti a sciogliere i pugni e ad allargare le braccia.

D. A un tratto le tue carnali vicissitudini si ravvedono nella redenzione e nella purificazione come quando dici “PIOGGIA! PIOVI SU DI ME! SU DI ME! LIBERA!”. Come mai questo senso di pentimento?

R. Se fossero carnali vicissitudini… Da che cosa dovrei redimermi? Tenendo conto che “Unghie” è un monologo in prima persona, parte integrante di una testo teatrale che scrissi ancora prima del 2004, e poi incluso qui, con poche varianti. Dicevo, dunque: da che cosa dovrebbe redimersi chi legge? Una donna, è evidente, di che cosa dovrebbe essere responsabile? Da che cosa dovrebbe essere assolta? È esattamente questo, il senso di quel testo, che esaspera in un’atmosfera onirica le contraddizioni dell’essere isterica e lunare di ogni donna costretta ad esserlo, ad essere oscura, solo perché relegata alla colpa di avere unghie troppo affilate. Da essere, essa stessa, un’unghia, affilata a impigliarsi nei giudizi più risaputi, a smagliare il nylon di convenzioni morali sin troppo sedimentate. Ma che dice e vuole essere, semplicemente se stessa. Si dice che un esordio possa essere “perdonabile”. E in tutta la distanza che intercorre, ormai, tra me e questo mio primo libro, tra me e questo mio testo ancora precedente, ti dico, allora, che successivamente avrei imparato ad essere meno drastica, pur riconoscendo la stessa necessità di esporsi ma con la ragionevolezza degli anni che si sono aggiunti agli anni, di tutta la vita e la poesia, di tutti gli inciampi e le sconfitte, le rivalse che poi sono avvenute e in tutta la consapevolezza di ammettere anche delle fragilità, dei limiti, ma di farli miei, inevitabilmente. E se in “Utero di Luna” ero me stessa a venticinque anni, ora mi è dato di guardare a quei versi con la benevolenza che la vita concede, nella consapevolezza che ciascuno di noi altro non sia che la vita che lo attraversa. Così, senza bisogno di redimermi, io sono la poesia che ho amato, ciò che ho letto e attraversato e che mi ha ferito, che mi ha spronato. Sono tutte le ‘ingiustizie’ che mi hanno scosso, fatto accelerare il passo, accelerare il cuore, sono la pelle che ho mischiato alla mia, sono i viaggi che ho fatto, le prove che ho superato, tutti gli occhi che conservo in me, nei miei ( gli occhi delle donne che racconto), sono l’amare che mi caratterizza, la passione, da patire, sino a commuovermi, a piangere, come mi disse Alda, senza che nulla, di quanto mi attraversa, mi lasci mai indifferente. Perché così non è mai.
Questo, circa me e la mia poesia, nel bene e nel male. La mia poesia al nucleo centrale, prima del lavoro di cesello, delle architetture sonore dei versi. Poi, nelle vicissitudini di ciascuno, la sensualità che ci caratterizza, appartiene a ognuno di noi in un modo specifico, unico, non confondibile. Forse condivisibile, ma solo nostro. E la mia, appunto, è data dalla percezione che i miei sensi hanno del mondo intorno, degli incontri e dagli scontri che fanno di ogni relazione una relazione di eros nel senso dell’attraversamento e della compenetrazione, dello scambio e della trasmutazione.
Parte dagli occhi, la sensualità. In sala doppiaggio, in una delle lezioni che custodisco con più cura, come le pagine che prima citavo di Novarina, Christian Iansante, ci disse da subito, che per ogni anello da doppiare era necessario, prima ancora di cogliere il sync, comprendere sino a farle proprie, a restituirle per vere, le intenzioni ( il fuoco, la sensualità, appunto) degli attori: ‘non seguire la bocca, segui gli occhi!’. Ed è così, esattamente. Per questo, quella “pioggia” che tu leggi come invocata nell’intento di ravvedersi, vale, invece, per me, nell’immagine con cui è stata incisa: come pioggia che lavi e liberi da ogni costrizione, ché non si può rinunciare ad essere veri, “che non si lascia la vita”, mai!.

D. “Un uomo che fa all’amore molte volte… È UN UOMO MOLTO SOLO. Un uomo che fa all’amore con molte donne… È UN UOMO MOLTO SOLO. L’amore è solitudine a tuo avviso? E l’amore verso la poesia?

R. La solitudine, necessaria nell’amare la poesia, è solo il passo successivo, per me, secondario, seppur necessario, se invece ho la possibilità di amare i poeti “in voce viva”, partecipando, attenta e attiva anch’io, nell’ascolto della stessa. Ed è questa la dimensione più tangibile del Poetry Slam, non solo leggerla, la poesia, nella propria solitudine, alambicco tutto interiore e necessario, come le confidenze di cui ti parlavo prima, tutte riposte tra il mio letto e il comodino, alla Rosselli; non solo portarsela a casa per poi rileggerla, ma lasciarla riecheggiare, quando possibile, viverla come un rito condiviso, così com’era. Esporsi al rischio di essere feriti, stupiti, lasciar cadere ogni difesa e affidarsi a quella voce, all’intenzione del ritmo, alle architetture di quel fiato che sappia farsi medium tra noi e la nostra stessa risalita. Solo allora, potrà dirsi utile, innescare una riflessione, germinare in noi, farsi nostra. Accadeva come un atto terapeutico, la poesia, come accade quando è amore. Ed esige un atto di onestà, un reciproco mettersi in gioco, un atto di fede che è un rischio, sempre, come in amore. La solitudine, nell’atto di scrivere, invece, è altra cosa, è necessaria. Dopo la ricerca, oltre lo studio, ciò che serve è, esattamente, a mio avviso, in fine, tutta la passione necessaria ad amarsi sino a non bluffare, e che è tanta quanta ne occorre, ogni giorno, a ciascun uomo per vivere davvero, senza mediazioni, sospesi, con onestà. Perché davvero, la Poesia sia tangibile, perché venga dallo sguardo e diventi una qualità dello sguardo, perché quella stessa onestà che ci ha portato a scrivere sia non meno che una qualità della pelle, un Poeta, come ciascun Uomo, ripeto, necessita di conoscere per davvero se stesso, di restare da solo, con il proprio amore per l’altro e con tutto e il più complicato amore per sé, e che è atto ancor più eroico, perché altro non è che la presa di coscienza del proprio bisogno di essere amati. Questo, il nodo centrale del mio ultimo lavoro di riscrittura, il prossimo che vorrei vedesse le stampe entro l’autunno: “Piccolissimo compianto all’incompiuto” , pubblicato in “Poesia” (Crocetti) di luglio/agosto 2015, in alcuni estratti, per “Cantiere Poesia”, che chiarisce, nel sottotitolo: “su Achille, se non avesse dovuto portarne il nome”. Maria Grazia Calandrone, che ringrazio per aver scelto di ospitare i miei testi nella sua rubrica, mi commosse sino alle lacrime, quando lesse i miei sette monologhi sul Pelide, così: “Questo è quanto fa l’amore: restituisce all’amato la propria fragile unicità, eversiva e insopportabile, desiderante. È spesso più facile condursi da eroi attraverso il proprio breve tempo, portare con sacrificio e rettitudine il proprio dovere sociale, che essere amati. Essere amati vuol dire essere stati tanto nudi e coraggiosi e veri da aver accolto il proprio bisogno di essere amati, di riposare nelle braccia di un altro – ai piedi di un altro (“quella mattina venne, / e si tenne accanto ai miei piedi, come sempre scalzi”), è assumersi il rischio della propria integrale vulnerabilità. È assumersi il rischio di non respingere, di non essere soli, di non essere autarchici e autosufficienti come è Achille, così compreso da Pentesilea, la naturalmente bellissima regina delle Amazzoni, quando, pur guerreggiando, si specchia in lui: “Solo la sua solitudine mi spaventava. / Solo da quella, mi difendevo, dal confrontarla / con la mia, ma ora.” Per questa stessa ragione, nei versi che citi, un uomo che finge di eludere la propria solitudine nel tradimento, finisce col tradire solo se stesso. Ma quello, era un “Canto delle Menadi”, delle proprie e molte menadi tutte interiori, appunto.

D. In Pelle alla pelle pubblicata nel 2009 ti chiedevi “cosa restasse della pelle, cosa restasse dopo, oltre il non poterla più scrivere, più dire: abusata, svilita, dall’uso cosmetico e quotidiano”. Oggi, a distanza di diversi anni, ti chiederesti la stessa cosa? Cosa è rimasto della tua “nudità”?

R. Di cosa parliamo, quando parliamo di pelle? Ci rendiamo veramente conto di quanto sia il più prezioso tra i nostri organi di senso, primo medium tra noi e il mondo e poroso a respirarlo? “Questo oggetto-senso indefinito, sempiterno, illimitato limite di concrezioni luminose elette da altro sguardo, da altra pelle.”, è lo stesso che ci espone, sempre in prima linea, anche laddove fossimo quasi totalmente coperti. Basterebbe pochissimo, le dita a tastare l’aria, a sfiorare altre dita. Per questo, la pelle ha da sempre assunto, per me, un carattere sacro, facendomi pensare “al tatto, come al senso più consono a Dio”. Lo pensavo, quando, nel il 2009, fui chiamata a reinterpretare uno dei Dieci Comandamenti, per un progetto dell’Arti Puglia, che chiedeva a dieci autori di ripensare in versi le Tavole della Legge, lasciando poi a dieci attori, l’interpretarle ( e sono ancora grata alla bravissima Anna Garofalo per essersi saputa accostare ai miei testi con tanta cura sino a farsi voce tra le pieghe di ogni verso, aprendolo, amplificandolo). Scelsi per me il Primo, perché, appunto, mi dissi, la pelle è l’unico credo che abbiamo per rispondere all’esigenza di Dio. Una scelta che, di nuovo, è un atto di fede, un salto spericolato oltre il proprio ego, nella nudità più autentica che è di ogni uomo nel percepirsi responsabile di ogni scelta che andrà a fare, di ogni invito accettato o declinato, di ogni menzogna che il corpo non saprà mai mascherare, tanto meno assecondare, ma a pelle nuda, vigile e vulnerabile, a viso aperto e pori, anche, ancora prima, a prendere il vento, mischiarsi ad altra pelle, parteciparla fino alla rivoluzione, spogliandosi di tutto quello che a ciò non serve. Jean Genet in “Quatre heures à Chatila”, scriveva che “una rivoluzione è tale quando fa cadere dai volti e dai corpi la pelle morta che li sformava. Non parlo di una bellezza accademica, ma dell’impalpabile – innominabile – gioia dei corpi, dei volti, delle grida, delle parole che smettono di essere smorte, voglio dire una gioia sensuale e così forte da voler inseguire ogni erotismo.” Questo anelito, mi auguro sia rimasto; questo, che rimanga a spronarmi sempre.

D. Di bellezza non si pecca eppure – Trilogia di Idrusa è un inno alla follia dell’amore che nasce e muore in una notte. Ma è anche una jhad alle eresie e paradossi di come lo viviamo noi oggi con paura e desiderio viscerale. Il punto più alto lo raggiungi quando il ritmo è talmente forsennato da lasciar desiderare un amplesso sessuale “Allena i pori, sui miei pori a fare abisso. Allerta i pori, premi l’acqua, premi ancora. Allena i pori sui miei pori e sfrega forte. Allerta il genio che ci ascolta e si fa mare”. L’amore, il mare o l’amore del mare o il mare dell’amore è un tema liquido ricorrente. Come vivi questa lontananza geografica dalla tua terra? La tua poesia nasce davvero dal mare?

R. La lontananza geografica dai luoghi è qualcosa che tutti abbiamo imparato a mettere da parte, nostro malgrado. Si migra come rondini, in cerca di condizioni più favorevoli, ci si arricchisce comunque: guai, a fermarsi. Ho la fortuna di vivere in una città bella e viva, in una terra luminosa anch’essa, dove il verde è certamente più brillante che a sud, con il mare a poco più di un’ora di distanza, in macchina, ad andatura sostenuta, come è giusto che sia, quando si procede verso il mare e se ne sente il richiamo, a qualunque latitudine, eppure, non è il mio mare. Ma ovvio anche che non è di quella natura, il mare di cui racconta Idrusa, che pure moglie di un pescatore era, almeno nella penna della Corti. Di natura liquida, resta. Premessa ad ogni amplesso. Che, se è vero che si porta negli occhi il mare otrantino, con quell’acqua nel nome a farla diversa, irriverente e viva, “fatta d’arcobaleno”, con quella stessa irriverenza, allora, questa donna d’acqua, tutta nel corpo a codificare il mondo intorno, vorrebbe in fine farsi eco di tutto un femminile che osa, che si espone, cosciente della propria sensualità, oltre ogni contraddizione, oltre ogni rinuncia, nel suo vivere l’incontro senza lesinare l’amore (anche nel ritratto che le dedica Maria Corti, Idrusa si lascerà sedurre dall’Ufficiale spagnolo, Manuel, e chiederà e si lascerà incantare dai racconti su Napoli, accogliendo il forestiero nella sua vita ben oltre il comune senso miope del pudore), come farebbe il mare stesso, usando e osando il corpo, a riappropriarsi dell’unica lingua comune, capace di vincere distanze, come il mare, di ricongiungere due sponde opposte. Ed in questa sfida ad osare l’abbraccio, ovviamente, la scelta lessicale che l’ accompagna per tutto il poema non è casuale, ma anzi, è attenta a rinominare ogni gesto, ciascuno dei sensi con il nome che gli è proprio. Perché non sarebbe mare, se non fosse posto fra due sponde, se non fosse porta per cui approdare all’altro. Così, che è necessario allenarsi, premere i pori sui pori, è necessario sfregare bene, perché il genio ci ascolti, perché si faccia mare, senza più perimetri, a concederci il miracolo, a esaudire il desiderio. “Una sentimentalità che scopre le sue parole dialogando con l’altro da sé.

Perché da soli si è muti. Ed è l’orecchio dell’altro, l’aprirsi del suo corpo al nostro vibrare, che infine ci dona la voce.” (scrive Lello Voce, ancora, nella prefazione)

D. La principale fonte di ispirazione delle tue opere è l’amore. Non pensi possa essere limitativo? Oppure è modo di approfondimento continuo. Quali altre strade, se ci sono, vorresti percorrere con la poesia ?

R. La scelta di un percorso, rischia inevitabilmente di escludere altre possibili strade. Ne va della dedizione con cui lo si affronta, attraversandolo e lasciandosi attraversare da esso sino in fondo, mentre ci elegge, mentre accade. Per ora, lascio che sia la vita a suggerirmi il modo in cui raccontarla, attraverso le storie che vorranno essere riscritte, attraverso le donne che mi chiederanno di prestare loro versi e voce. Così, mi innamoro dei personaggi come delle persone; così, in modo non casuale, vengono a cercarmi. Non credo che questo sia limitativo, non se l’accettarne l’invito mi chiede di farmi carico, ogni volta, della responsabilità di scrivere ed essere autentica. In questo senso, ogni volta, affrontare una nuova storia, è un rischio per me per prima, è innamorarmi, da capo, ogni volta, con tutti i rischi che comporta, con tutte le trasformazioni che si porta dentro. Un viaggio periglioso, complesso. Del resto, prendendo in prestito un meraviglioso verso di Tiziana Cera Rosco, poetessa che stimo, cito a memoria: “L’amore è spalancare la morte con un nome”.

BIOGRAFIA

Immagine dd2Scrive e vive a Firenze, Marthia Carrozzo, poetessa d’origine salentina. È attrice e autrice di testi per la musica e per il teatro. La sua formazione teatrale la induce, sin dagli esordi, in una ricerca poetica personale che si propone di restituire la parola al corpo tutto, farla risuonare in esso, in ogni verso, sino a fare dei suoi testi, quasi spartiti di fiato e voce. Si occupa di riscritture di miti, restituiti e riattualizzati in chiave contemporanea. Nel 2004 collabora al Laboratorio sul Potere della Parola con Giovanni Lindo Ferretti. Del 2007, la sua prima silloge, “Utero di Luna”, Besa, con prefazione di Alda Merini. Del 2009, “Pelle alla Pelle, dimore di mare e solo sensi”, LietoColle, con prefazione di Gabriella Rusticali, storica attrice del Teatro Valdoca; Del 2012, il suo ultimo ritratto in versi, il poemetto: “Di bellezza non si pecca eppure – Trilogia di Idrusa”, Kurumuny, con prefazione di Lello Voce, presentato recentemente a Barcellona in occasione di aMare leggere 2015, Crociera Letteraria e Festival di Letteratura per ragazzi sul mare e presso la Casa degli Italiani e L’Istituto di Cultura Italiana a Barcellona e, a novembre 2014, oggetto di studio e traduzione nel IV Seminario Internacional sobre Lengua y Literatura, presso la Facultad de Letras de la Universidad del País Vasco, Vitoria-Gasteiz (Alava) , in «Modos del intimismo y del erotismo en la poesía contemporánea: Castalia, de Chiara Galassi, y Di belleza non si pecca, eppure, de Marthia Carrozzo» dal Professor José María Nadal (UPV/EHU) Presente in alcune antologie, tra cui 7gates. XIV Biennal of young artists from Europe and the Mediterranean Catalogue” (Mondadori Electa 2009) “Rosso, tra erotismo e santità” (a cura di Vanni Schiavoni, LietoColle, 2010); I SEMI“, collana di Poesia in Azione, primo numero: Amore (Secop, dicembre 2014). Tra i suoi lavori di teatro-poesia, “Calicanthùse”, riscrittura da Jean Genet sul massacro di Sabra e Chatila del 1982, con Margherita Macrì, che ha collaborato ai testi, la voce di Nabil Salameh dei Radiodervish e le musiche di Rocco Nigro alla fisarmonica. Nel 2012, è vincitrice della 19^ edizione del Premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia”. Partecipa a Festival e Rassegne di poesia nazionali e Internazionali. Nel 2012, apre il Next, La Repubblica delle idee, al Teatro Petruzzelli di Bari. Dal 2014, a Bitonto, tiene, periodicamente, con la Dottoressa Lizia Dagostino, “Versi e camminamenti – Coscienza e conoscenza di sé attraverso la poesia”. Ha rappresentato l’Italia al 2nd. Σαρδάμ / Sardam: alternative literary readings festival, 2004, a Cipro. Si è classificata seconda al 1° Poetry Slam trasmesso dalla Rai dal Tempio di Adriano, Roma, per Ritratti di Poesia 2015. Estratti del suo prossimo lavoro di riscrittura, “Piccolissimo compianto all’incompiuto”, sono in “Poesia” (Crocetti) di luglio/agosto 2015.

Settembre 2015 – ©Riproduzione riservata – (ph courtesy of M. Carrozzo)

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2 commenti su “La “veliarda sempiterna” poesia di Marthia Carrozzo

  1. Renato Grilli
    17 settembre 2015

    Un caro grande saluto ad Alessandro Scanu Poetryslam Abruzzo e Dimitri Ruggeri ! Grazie.
    Un abbraccio e un bacio forte a Marthia Carrozzo! Che voce! Che versi! Che sensi! Grazie .

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: Slam[Contem]Poetry ospita Marthia Carrozzo | Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore

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