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ITALIAN PERFORMANCE ART. SOStiene Zhara

ViewImagedi Julian Zhara – Il termine poesia, e il Novecento ce lo insegna, ingloba al suo interno una molteplicità di qualificazioni o ramificazioni, spesso in viva e accesa contraddizione tra di loro. Le esperienze avanguardiste di inizio secolo, non solo hanno messo in discussione il testo poetico in quanto tale ma pure il medium di trasmissione. Se storicamente la poesia vive di trasmissione orale e in parte fruita tramite la lettura personale, negli ultimi due secoli, almeno nella cultura italiana, avviene un cambio di rotta. L’oralità sopperisce di fronte all’importanza sulla carta e la voce è legittimata non come morto dell’orale, ma come orale morto; si ricostruisce la vita solo attraverso lo studio del cadavere. Il corpo e la voce dell’autore vengono staccati dalla sua opera, perdono la funzione “poetica”, gli si perdona solo quella didattica. I poeti abbracciano in pieno questa ideologia, la critica si adagia. Nel corso del secolo breve però ci sono dei cortocircuiti e nella sospensione della staffetta poetica qualcosa scappa e prende vita propria, in ambienti differenti da quelli letterari: cresce tra teatro e danza, happening e musica sperimentale, si nutre di etnomusicologia quanto di Artaud e Balla, Henri Chopin e Lettrismo, Kaprow e Abramovic, jazz e John Cage, Gruppo ’63 e Quaderni di Gramsci. Questo oggetto staccato e autonomo, multiforme e plasmabile, è racchiuso, analizzato, mappato in “Italian Performance Art” a cura di Giovanni Fontana, Nicola Frangione e Roberto Rossini, uscito proprio quest’anno per Sagep. Il libro include vari saggi sulla performance art a cui seguono le carte d’identità di vari performer. La mappatura storica di questo corpo informe e senza contorni fissi, parte dall’ happening ante litteram dei Futuristi alla Galleria Sprovieri a Roma (siamo nel 1914) per arrivare fino alla fine degli anni ’00, toccando esperienze internazionali e incentrandosi finalmente e per la prima volta sistematicamente, sulle esperienze italiane che in gran parte fuggono alla storia come da un dobermann appestato e rabbioso. Questo si evince proprio in merito alla comunità di riferimento di certe poetiche: se gallerie d’arte con fondazioni e collettivi artistici comunicano con la maggioranza dei poeti/performer mappati in queste pagine, pare che la comunità poetica lo faccia sempre meno, con sempre meno interesse fino a tendere alla rotondità dello zero. Non a caso puzza di autismo il silenzio seguito a Italian Performance Art nei blog di poesia come se si trattasse del cugino fuori di testa da non nominare tra i famigliari e per silenzio non intendo il celeberrimo 4:33. Se nei medium “classici”, ossia quelli dediti alla poesia lirica e basta, questo libro non apre nemmeno una fessura sul muro della propria sufficienza che figuriamoci, devono ancora digerire i Novissimi, pure nei raccoglitori telematici di poesia sperimentale v’è un silenzio tombale al riguardo. Sembra che la poesia sonora assieme a tutte le aggettivazioni affini (poesia visiva, action poetry ecc ecc) abbia smesso di interessare i poeti contemporanei. Se la ricerca di Adriano Spatola, iperpresente nel testo, a molti di noi continua a dire, grazie anche all’archivio gestito dal fratello, Maurizio Spatola, non abbiamo ancora la sua opera poetica raccolta in un unico volume, per quanto abbiamo aspettato anni prima di poterci confrontare, finalmente, con tutto il lavoro poetico di personalità fondamentali come Fortini o ispiratori oscuri come Villa. Giusto per ricordarcelo: le poesie di Spatola escono complete nel 2008 negli USA mentre in Italia il nulla cosmico, anzi (tragi)comico della vicenda.
A parer mio, segue alla vicenda la mancanza di comunicazione, dovuto a un fattore oltre che culturale, generazionale, tra i grandi rappresentanti della poesia sonora italiana e la comunità letteraria. Questo è colpa sì della comunità letteraria dedita a spulciarsi l’ombelico, ma pure di quei rappresentanti della poesia sonora che dovevano costruire ponti, creare dibattiti, fendere trasversalmente la letteratura per vitalizzarla un poco.
Per il resto: si trovano sempre gli inediti di X.

[…]

BIOGRAFIA

Julian Zhara nasce a Durazzo (Albania) nel 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, 2009). Oltre che poeta, performer è organizzatore culturale di eventi poetici e letterari. Assieme al collettivo Blare Out organizza Andata e Ritorno Festival di poesia orale e musica digitale. A partire dal 2012 inizia una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto Dune. Con l’omonimo progetto è presente nel documentario sulla giovane poesia italiana, Generation Y, al Maxxi, evento organizzato da Ivan Schiavone e Nanni Balestrini e nel documentario trasmesso su Rai 5.

Ottobre 2015 – ©Riproduzione riservata

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7 commenti su “ITALIAN PERFORMANCE ART. SOStiene Zhara

  1. Julian Zhara
    6 ottobre 2015

    Avrei voluto concentrarmi di più e meglio sugli aspetti unici del libro, Giovanni, cosa che mi auguro vivamente venga fatta al più presto, da persone più competenti di me e che studiano da molti più anni le ramificazioni della poesia sonora o più in generale della performance art.
    Concetrare il termine “ricerca” solo sul versante testuale tralasciando il medium è terribilmente limitante per ogni produzione artistica contemporanea ma confido in molti studiosi “aperti”.

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    • Giovanni Fontana
      6 ottobre 2015

      Grazie per questo tuo intervento. L’ho apprezzato molto. Devi sapere, comunque, che “quei rappresentanti della poesia sonora che dovevano costruire ponti, creare dibattiti, fendere trasversalmente la letteratura per vitalizzarla” non si sono fermati un minuto da almeno cinquant’anni. Lo testimoniano migliaia di riviste, libri, dischi, rassegne, mostre, spettacoli, trasmissioni radiofoniche, ecc. ecc. Sono state profuse energie a non finire, rivolte al pubblico più diverso, non ultimo quello dei giovani, in particolare degli studenti, in luoghi deputati e non: dai licei alle università, dalle balere alle discoteche, dalle piazze alle campagne. Purtroppo, però, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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      • Julian Zhara
        6 ottobre 2015

        Credo non sia stato abbastanza, Giovanni, e lo dico con rammarico. Anche perché dei poeti nelle carte d’identità finali, ne conoscevo due oltre ai curatori, e mi occupo di poesia ogni giorno da anni, come vedi in maniera totalmente aperta e anarchica. Il fatto che si sia creata una barriera è indubbio.

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  2. Giovanni Fontana
    6 ottobre 2015

    Caro Julian, il fatto che tu non li conosca non significa che non si siano dati da fare per farsi conoscere. Come ti dicevo, sono state spese energie notevoli per decenni. Te lo posso dimostrare inviandoti bibliografie, discografie, ecc. Forse qualcun altro avrebbe dovuto fare di più. Ma questa è un’altra storia. Qui scatta la questione mediatica e tutto il resto. In ogni modo ne riparleremo. Per ora, comunque, grazie.
    http://www.ilfattoquotidiano.it/…/poesia…/2105252/
    Queste di Lello Voce sono ottime considerazioni, da sempre sostenute dai “performativi” (l’utilizzazione dell’aggettivo è in realtà di comodo, per capirci meglio, perché qui si fa poesia tout court; sono coloro che si agitano sul versante opposto che meriterebbero di essere aggettivati).

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    • Julian Zhara
      11 ottobre 2015

      A Lello Voce ho sempre invidiato l’apertura a 360 gradi sul mondo della poesia, anche quando schifa, lo fa da filologo e lettore, pur portando avanti un progetto poetico/critico particolare, che difende con tutte le forze.

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  3. Matteo Auciello
    11 ottobre 2015

    Bene, rompiamo il ghiaccio. Il recupero dell’oralità come ingrediente del linguaggio poetico è molto stimolante, soprattutto in un momento storico in cui l’editoria è fortemente legata alle strategie del marketing e ha smesso di investire nelle proposte letterarie alternative al mainstream (e quindi, ovviamente, nella poesia). Io però sarei più cauto nell’associare meccanicamente un determinato valore estetico ai sistemi di diffusione e ricezione del testo: si corre il rischio di associare al “vecchio” libro di poesia (legato all’industria editoriale) caratteri di formalismo e polverume (quindi, in sostanza, un valore estetico negativo) cui si contrapporrebbero la vitalità e novità (e quindi un valore “positivo”) della poesia orale, quale che sia. Le caratteristiche dei testi presentati ai poetry slam sono piuttosto variegate; soprattutto, capita di ascoltare testi che, dietro la presunta “modernità” della cornice (è slam, quindi vitale e fresco), rivelano aspetti formali piuttosto corrivi o “tradizionali” (quando non addirittura legati a una sorta di repertorio stilistico mutuato dalla poesia “scritta” più mainstream). Del resto il fenomeno degli slam e della poesia performativa è piuttosto recente, in Italia, e mi pare manchi di un contesto teorico e critico che possa dialogare in modo costruttivo con gli autori. Suggerirei, in ogni caso, di evitare le generalizzazioni e di mirare, di volta in volta, a valori poetici autonomi (senza cedere all’equazione “orale = performativo = modernistico, avanguardistico, vitalistico”).

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    • Poetry Slam Abruzzo
      11 ottobre 2015

      Giusta osservazione Matteo Auciello, grazie! Non crediamo che l’autore dell’articolo pensi di ‘postulare’ un’associazione meccanica di oralità e qualità: però pone l’accento sul fatto che mai come nella poesia “il medium è il messaggio”. Giustamente c’è un gran bisogno di sviluppare un “contesto teorico e critico che possa dialogare in modo costruttivo con gli autori”, come scrivi tu, ed è per questo, ad esempio, che è nato il progetto Slamcontempoetry, che tenta con tutta le cautele del caso di creare un’ermeneutica (per usare un parolone) relativa al fenomeno della Spoken Word e della poesia performativa. Questo contesto dovrebbe fornire una serie di strumenti per riconoscere in vivo gli eventuali “intrusi tradizionali” che, come dici tu, si infiltrano negli eventi di Poetry Slam.

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