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L’equilibrio poetico di Alfonso Maria Petrosino: contenuto, forma e performance

L’intervista a cura di Alessandro Scanu, Artenca Shehu e Dimitri Ruggeri (collettivo Poetry Slam Abruzzo Centro Italia) si è basata sugli spunti tratti dalle numerose performance del poeta in reading pubblici e Poetry Slam e sulla lettura e analisi dei libri da lui scritti: Autostrada del sole in un giorno di eclisse (O.M.P. I, ed. 2008, II ed. 2011), Parole Incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015).

A Scampia a Scampia / scorre il sangue nella via / ma nessuno sa chi sia / che ora insanguini Scampia. / Da Scampia da Scampia / me ne voglio andare via. / Dice il prete: “E così sia! / va su e giù la polizia (A.M.P.)

INTERVISTA di  Alessandro Scanu, Artenca Shehu, e Dimitri Ruggeri

Scanu: “I poeti non hanno pudore verso le loro esperienze intime: le sfruttano”, afferma Nietzsche in “Al di là del bene e del male”; si dice anche che fare poesia sia un atto eminentemente pubblico, politico, in quanto la poesia si rivolge alla comunità, specie poi se si partecipa agli slam, come fai tu. Quanto conta e come ti relazioni a questa ambivalenza tra pubblico e privato che la lirica porta con sé?

Petrosino: Pudore? E perché mai? Ognuno attinge dove può.
Il tuo Nietzsche ha definito Dante una iena perché faceva poesia coi morti.
Mio padre, quando ad uno slam in Basilicata lessi una poesia sulla morte di sua moglie e mia madre, commentò perplesso: “Ma parla di noi! È troppo personale” e gli risposi: “Sì, ma noi siamo chiunque.” E poi, per tagliare corto: “È così che funziona.” Così e in chissà quanti altri modi.
Ogni volta che in un verso metto la parola “Io” sono tentato di sostituirla con la parola “qualcuno” o, ancora meglio, “chiunque”, ma alla fine lascio “io”, perché “io” suona meglio.
Una poesia è pur sempre un atto di comunicazione e dal momento che il destinatario non è uno e uno solo – come ad esempio, tendenzialmente, avviene in una lettera d’amore – per quanto privato possa essere l’argomento, la poesia aspira sempre ad essere pubblica. È anche per questo che il poeta è in genere contento quando le sue poesie vengono pubblicate, no? Ma ancora prima di questo, credo che il fatto stesso che la poesia si esprima in una lingua che è condivisa da milioni di persone a renderla un atto pubblico o, come dici tu, politico; la lingua essendo uno strumento pubblico che tutti abitano e tutti abita.
Come l’albero di Berkeley che quando cade in una foresta non fa rumore (da non confondere con l’emozione e la neve secondo Mogol e Battisti), non sono sicuro che una poesia non letta esista davvero o, meglio, esista interamente. Mi piace pensare che i versi siano circondati da così tanto spazio bianco proprio per lasciare a chi legge il compito di riempirlo.
Per quanto mi riguarda il pubblico è il coautore dei testi.

Shehu: La poesia “Pensavo fosse amore”, che apre la raccolta “Ostello della gioventù bruciata” (Miraggi Edizioni, 2015), è costituita da 6 strofe con un numero fisso di versi (tranne l’ultima che ha un verso in meno), per lo più ottonari e settenari che si alternano abbastanza regolarmente creando una fitta trama ritmica e sonora grazie anche a rime e allitterazioni.
Le strofe culminano tutte con un ritornello di due versi in cui il primo si ripete sempre uguale (“Pensavo fosse amore”) e il secondo varia di volta in volta (un procedimento che ricorda la famosa The Raven di Edgar Allan Poe), mentre due versi prima di ogni ritornello c’è sempre un pattern di due quinari che crea una pausa nel ritmo, pausa percepibile bene all’ascolto e che prepara l’ascoltatore all’arrivo del ritornello enfatizzandolo. Anche l’utilizzo degli enjambement, ben distinto nella lettura, contribuisce a queste pause ritmiche.
Qual è il tuo rapporto con la dizione e la performance? Queste ultime precedono, accompagnano o seguono il testo? O è il testo in sé a suggerire il tipo di performance?

Petrosino: Ci sono poesie che si prestano meglio di altre ad essere lette ad alta voce e questo anche perché scrivendole (scrivendosi) si lasciano modellare in modo da esserlo: una maggiore chiarezza (chi ascolta non ha modo di soffermarsi sul testo); una più facile memorabilità; magari, perché no, un ritornello.
Ecco, il ritornello, ad esempio, come la rima o, non so, l’anafora, riprendendo una serie di suoni che chi ascolta ha già sentito, crea un effetto di riconoscimento, di ritrovamento. Ripetere è ribadire, confermare.
Penso al bambino di cui parlano Deleuze e Guattari, il bambino che canticchia per farsi coraggio nel buio. Che per me è il buio, in negativo, della pagina bianca e della mente; o quello di un palco.
Al di là di questo, credo che per me venga prima il testo scritto e che il problema di come performarlo si ponga un attimo dopo e solo per quelle che so che verranno lette in pubblico.
In “Pensavo fosse amore” mentre descrivo le sincopi del respiro che l’amore provoca, aggiungo nella lettura una pausa, come se il fiato mi mancasse per davvero, mentre in una poesia che si chiama “Espresso notturno” dico che il treno avanza “prima lento, poi veloce” e, banalmente, quando la leggo in pubblico, tendo a rallentare nel primo emistichio e ad accelerare nel secondo – questo, però, perché penso a come Dylan in Idiot Wind si sofferma sull’avverbio slowly.
Ma questi sono piccoli accorgimenti; mi sembra il minimo.
Considera però che scrivo anche caterve di sonetti che non leggo mai in pubblico, perché li trovo meno adatti all’oralità e più alla lettura solitaria e mentale.

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Ruggeri: Nella raccolta “Parole incrociate” ti prendi gioco degli interrogativi della vita (“Punto interrogativo, / maledetto segno di interpunzione, segno lugubre / e logoro di un Logos imperfetto, / sagoma gobba e dubbio fuori luogo, / tu spunti sempre in modo inopportuno / con il tuo curvo uncino”). Poi, come davanti ad una slot machine, scorrono i titoli delle tue poesie come stessero invitandoci su quale numero puntare “Enigma poliziesco”, “Equazione gotica”: tutto sembra essere ricondotto a un rebus oppure a un indovinello. Alla fine tutto frana come nella poesia “Esperimento (fallito) di eternità” (“Ho raccolto x albe e altrettanti tramonti, / poi li ho mischiati per non distinguerli più”): la tua intenzione poetica, spesso anti-epica, naufraga e fallisce. Non ha redenzione. Sei d’accordo?

Petrosino: Sono d’accordo: tra l’altro naufragio e fallimento sono il motto del mio casato.
Non so se davvero esista redenzione in assoluto e, se sì, che cosa sia. Mi piace credere che si possa trovare un po’ di pace. Che la poesia, oltre a permettere un accesso alla conoscenza, possa anche consolare, fornire una profonda consolazione.
Una volta una fidanzata mi ha dato uno schiaffo perché ci era passata davanti una ragazza con una gonna trasparente e secondo lei io avevo approvato quell’abbigliamento. Trovai quello schiaffo particolarmente ingiusto. Scriverci sopra dei versi – più sulla gonna che sullo schiaffo – mi ha permesso di, come dire, lenire il dolore alla guancia.

Scanu: L’immagine dei cartoni del trasloco nella poesia “La fine della fin’amors” sembra suggerire che il legame sentimentale venga schiacciato dalle costrizioni che le relazioni gli costruiscono intorno (“I battiti del cuore sono un morse / che riesco a decifrare solo un poco. / Le ansie subentrano alla fin’amors / sepolta nei cartoni di un trasloco. / Sono venuto a vivere a Parigi / per stare accanto a lei, ma è tra litigi / che il tempo se ne va e perdiamo il meglio”).
Leggendo la tua poesia ci è venuto in mente un aforisma di Nietzsche che recita: “Consiglio come enigma – Perché il legame non si spezzi devi prima averlo morso”.
Ti andrebbe di commentarlo in relazione alla tua poesia?

Petrosino: Risposta come enigma: chi mi dà corda mi vuole impiccare o trarre in salvo?

Scanu: La poesia “21 Giugno” è una delle più intense della raccolta “Ostello della gioventù bruciata”; oltre a cantare il dolore della morte e della perdita, mette in risalto anche l’inevitabile indifferenza del mondo (“Nessuno, in fondo, se ne frega. / Torno a lavoro e un mio collega / mi fa le condoglianze, è Charles, / mi abbraccia e bacia ed è molto gentile / ma poi mi rendo conto che mi parla / del calcio e dell’Italia che in Brasile / è stata esclusa, ha perso una partita.”), che non può fare altro che continuare ad andare avanti mentre il singolo individuo rimane invece inchiodato al suo dolore, come sembra significare il ritornello che ritorna immutato alla fine delle strofe, quasi fosse il rintocco funebre di una campana (“Oggi è il 21 giugno / il primo giorno dell’estate / e l’ultimo della tua vita”).
Anche l’immagine del primo giorno dell’estate contrapposta a l’ultimo della tua vita non fa altro che acuire questo senso di indifferenza, questa volta da parte della natura stessa, quasi riecheggiando Leopardi.
Allora, per restare in tema, vorremmo chiederti se per te la poesia, specie quella detta ad alta voce, in pubblico, agli slam, può rappresentare ancora una social catena, oppure se le sue parole non sono che un magnifico grido di miseria, fiori sulle catene, come scriveva Fortini.

Petrosino: Quello che amo degli slam è che una poesia è messa in circolo (con tutto il rischio che venga presa in giro): viene accostata ad altre poesie di altre persone e sottoposta al pubblico al quale viene chiesto (addirittura!) di esprimere un giudizio numerico, come se la lettura fosse un tuffo da un trampolino e non, che ne so, un estratto di anima distillato in suoni.
Nei poetry slam preferisco l’abitudine torinese di lasciare il poeta allo stesso livello del pubblico e non su un palco. D’altronde una delle idee originarie del poetry slam è quella della condivisione della poesia, certo non dell’esaltazione del poeta.
Non vedo in ogni caso una contraddizione tra la social catena e i fiori sulla catena stessa. Perché distinguere ed escludere?
Per me la poesia può fare tutto quello che le pare, purché lo faccia bene.

Scanu/Shehu: Uno dei motivi che ricorre nelle tue poesie è quello del pensiero del suicidio: l’atmosfera tuttavia non è lugubre, piuttosto è intrisa di un certo humour noir, come se il distacco ironico che la forma ti consente di prendere dalla materia trattata fosse una chiave per superare il ‘tedio’ (da ‘Tutta colpa dei comunisti’), ‘l’angoscia’ e le ‘pareti nere’ (dalla poesia ‘Ostello della gioventù bruciata’) il ‘brutto vizio’, che mostra ‘in ogni prospettiva un precipizio’ e ‘Chiede: Che cosa aspetti?’ (da ‘Il brutto vizio’).
La stessa impressione viene anche dall’ascolto delle tue letture, in cui l’intonazione (intesa come variazione di altezza del suono della curva melodica dei versi) contribuisce a creare una situazione di distaccata rassegnazione, come quella necessaria a mandar giù una medicina amara. È un effetto ricercato e voluto?
Un verso in particolare (“e desidero la vita / mentre medito il suicidio”, da ‘San Salvario salvami tu’) ha evocato nella nostra memoria un altro aforisma di Nietzsche: “Il pensiero del suicidio è un energico mezzo di conforto: con esso si arriva a capo di molte cattive notti”.
Vorresti provare a metterlo in relazione con l’accezione che il motivo del suicidio assume nelle tue poesie?

Petrosino: Ultimamente allora ho avuto diverse pessime notti.
A volte penso che questa voglia autodistruttiva sia una forma fisiologica di compensazione per la vita che arriva e mi accade. Ma magari è solo una comunissima depressione.
Provo a scherzarci su, per esorcizzarla. Spesso però mi sembra l’unica cosa vera e autentica che si possa sentire.
Mi capita quando qualcosa mi contraria di sussurrare “Ti amo”, così, a vuoto, a un tu indefinito, oppure “Voglio morire” o, ancora, il nome di Cristo, che è, in fondo, una specie di sintesi tra i primi due sussurri.
Come si fa a non sentirne il fascino? Si dice spesso: “Voltiamo pagina!” e col suicidio si chiuderebbe proprio il libro. Per una specie di istanza democratica voglio dare in me udienza ad ogni idea opposta, affinché la prima così ne risulti più completa; e visto che viviamo, visto che amiamo tanto la vita…

Scanu: Alcune delle tue poesie hanno in comune il fatto che pur essendo scritte secondo una metrica rigorosa, e anche piuttosto lontana dall’uso ormai più frequente del verso libero, riescono a illuminarci dall’interno uno scorcio della crisi emotiva e dell’immaginario di una generazione, quella degli young adults (Venticinqu’anni… Ed ecco la trentina/ inquietante, torbida d’istinti / moribondi – da “I colloqui” di Guido Gozzano) con un tono complessivo (cui concorre anche l’intonazione che ci sembra comunicare rassegnazione e distacco, come abbiamo scritto anche prima) che aderisce quasi istintivamente al contenuto.
Le domande, a questo punto, sono due:
– in “Un incubo di quasi primavera” compaiono i versi “Ed io, che stupido, mi sento un mostro / perché vorrei che appartenesse a tutti, a tutti quelli che ne hanno bisogno. / Mi guardano i neonazi e mi vergogno / di non avere le parole esatte”: quale linguaggio scegli (e come lo usi) per combinare la necessità di raggiungere un destinatario contemporaneo, e di risultare quindi comprensibile, con l’esigenza di stare dentro una forma tua che potrebbe apparire anche ostica ad uno sguardo superficiale?
Visto che citi Bernart de Ventadorn nella poesia “La fine della fin’amors” ti riproponiamo il vecchio dualismo caro alla poesia Provenzale tra trobar leu e trobar clus: dove ti collocheresti oggi e soprattutto perché?
– i versi conclusivi della poesia ‘Ostello della gioventù bruciata’ recitano: “Io scriverò ancora alle mie amiche, / in alto a destra ometterò la data, / ma non il luogo, e cioè la stanza / dell’Ostello della gioventù bruciata”; ci pare che questi versi definiscano l’appartenenza ad una sorta di “comunità”, quella della gioventù bruciata, che ha perso un senso e una direzione, se mai li ha avuti, e che il ritrovarsi in questa comunità sia un evento che si ripresenta ciclicamente in diversi momenti della vita (“ometterò la data”).
Trovi questa ipotesi plausibile? Cosa significa per te pernottare all’ostello della gioventù bruciata?

Petrosino: Mi piace il metro perché mi sembra più musicale e perché ho l’impressione che il ritmo riesca già da solo a riscattare le parole dall’uso corrente e renderle più cariche, più elettriche. Al di là di questo, le parole hanno tutte pari dignità.
Direi trobar leu, ma con ricorrenti scappatelle nel trobar clus. Ho pur sempre una profonda e non del tutto rinnegata infatuazione per i giochi di parole, gli enigmi, le citazioni in palinsesto.
Pernottare nell’ostello della gioventù bruciata per me significa stare male essenzialmente perché si sta; un Chelsea Hotel senza gloria; sprecare la propria vita – e forse l’unica scelta è tra diverse forme di spreco. Poi non escludo che qualcuno possa anche trovarcisi bene e decidere liberamente di ritornarci.

Ruggeri: Nel libro “Autostrada del sole in un giorno di eclisse” la resa poetica si irrobustisce, lirica dopo lirica, grazie soprattutto alle immagini quotidiane che svisceri con spirito indagatore da reporter (A Scampia a Scampia / scorre il sangue nella via / ma nessuno sa chi sia / che ora insanguini Scampia. / Da Scampia da Scampia / me ne voglio andare via. / Dice il prete: “E così sia! / va su e giù la polizia”). E ancora nella lirica “Tutta colpa dei comunisti” (“Ho deciso e sono serio, / dopo lunga riflessione, / che il mio solo desiderio / è di andare alla stazione / e pigliare al volo un treno, / ma davanti, e suicidarmi”); come infine in ‘Esperienza di quasi morte’ (“Mi è scivolato nella vasca il phon / e sono a un tratto ritornato a scuola: / ricordo che le ragazze pon pon ballavano e facevano la ola”). Quanto sono importanti, a tuo avviso, le situazioni quotidiane che riesci in modo convincente a fissare in immagini poetiche?

Petrosino: Sono importanti nella misura in cui il fissaggio riesce. Come ho detto prima ognuno attinge dove può e la mia vita non è particolarmente eroica né eccezionale. Poi, non bisogna essere chissà quanto sensibili per cogliere il fascino di cose biecamente quotidiane (per dirne alcune: bicchieri sporchi, finestre chiuse, stanze vuote, case abbandonate).

Scanu: Lo scorrere del tempo ha quasi sempre una connotazione angosciosa nelle tue poesie (“Abbiamo entrambi troppi giorni / troppi chilometri alle spalle” – da “Troppi giorni”; “Il tempo passa inesorabile e / mi rode dentro come un tarlo” – da “Segnali di fumo”; “l’eternità / è punteggiata di momenti bui” – da ‘Il lato oscuro della Ville Lumière’), tuttavia nella poesia ‘Pensavo fosse amore’ compaiono questi versi: “Lascio che mi raggiungano / le immagini che spargo. / Il tempo non si allunga, no, / ma si può fare largo.”, che sembrano evocare il potere conciliatore della parola, quella capacità di rendere più denso il tempo, di riempirlo di suoni e significati che ci danno l’illusione di trovarci, anche solo per il breve tempo in cui ascoltiamo una poesia, fuori dall’ingranaggio del tempo, meccanismo che tutto logora e conduce verso la fine (“in un’ellittica non infinita / seguiamo il corso della vita / per fare poi ritorno al buio” – da “La discarica abusiva sulla luna”). Sei d’accordo con questa ipotesi? La poesia può fornirci un’illusione necessaria di consolazione? O essere un salvagente come lo definisce Khalil Gibran? E se si non corre il rischio di diventare un narcotico che an-estetizza la realtà?

Petrosino: Se è un salvagente, ci permetterà di non colare a fondo; ma basta questo per dirsi in salvo? Se è un narcotico, allora basterà assumerlo responsabilmente. Di tutte le droghe questa mi sembra la più leggera, quella che crea meno dipendenza e che ha minori ricadute sociali. Rischi ce ne sono tanti e in ogni direzione: puoi scrivere qualcosa di convenzionale, qualcosa di falso, qualcosa di stantio, qualcosa di brutto e chissà quant’altro ancora. Non so. La poesia è un vasto dominio. Odio quando qualcuno per sminuire un poeta dice che le sue poesie non sono poesie, gli toglie lo statuto ontologico. Dire che la poesia debba essere in un modo e in un modo solo, fare una cosa e una cosa sola, mi sembra meschino. Che salvi, che rovini, che anestetizzi o acuisca i sensi. Che faccia tutto, purché, ripeto, lo faccia bene. E se mi chiedi che cosa voglia dire “bene”, be’, mi metti in difficoltà.

BIOg.

Alfonso Maria Petrosino (Salerno, 1981)  vive a Parigi. Ha pubblicato i libri di poesia: Autostrada del sole in un giorno di eclisse (O.M.P. I ed. 2008, II ed. 2011), Parole Incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). Al momento è uno dei maggiori performer nell’ambito del Poetry Slam in Italia e ha partecipato al campionato europeo 2014 tenutosi ad Antwerp.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Gennaio 2016

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2 commenti su “L’equilibrio poetico di Alfonso Maria Petrosino: contenuto, forma e performance

  1. Deia
    19 gennaio 2016

    leggere questa intervista è stato un vero piacere!

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