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Claudio Pozzani: spunti tra endecasillabi e beat

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– Photo courtesy of Dino Ignani – 

E chi l’avrebbe mai detto che la rima e la metrica sarebbero tornate centrali nella poesia contemporanea?
C’è stato un periodo che le rime in poesia erano evitate come la peste e considerate antiquate o buone solo per le filastrocche per bambini.

Anche un certo andamento metrico fisso era caduto in disuso, con sperimentazioni e versi sempre più liberi, frastagliati, sezionati, riprendendo in qualche modo le intuizioni delle avanguardie storiche (Futurismo, Dada e Surrealismo) e ampliandole chi soprattutto sotto il profilo sintattico chi sotto quello principalmente fonetico­sonoro­performativo.

Nella prima categoria vengono in mente autori come Andrea Zanzotto, che – a mio avviso – soprattutto nella raccolta “Fosfeni” dà un’idea del viaggio in nuove forme sintattiche, Edoardo Sanguineti che ha perseguito coerentemente il suo viaggio poetico “labirintico” (in questo senso consiglio la raccolta “Mikrokosmos”) oppure Giancarlo Majorino, con la sua poesia destrutturalizzata (cfr. “Tetrallegro” o “Torme di tutto”).

Nella seconda categoria, ricercatori di sonorità, possono essere annoverati Vicinelli, Spatola, Lora, Totino, Giovanni Fontana e i più recenti Minarelli e Frangione. Per viaggiare in questa branca poetica consiglio di navigare nel sito-­archivio ubuweb, vera miniera di documenti visivi e sonori e di leggere il libro di Minarelli “La voce della poesia” (Campanotto) o di Massimo Mori “Il circuito della poesia” (Manni).

Quelli citati sono solo alcuni degli autori esistenti. Purtroppo la scuola non arriva quasi mai a parlarne, fermandosi a metà del Novecento e c’è anche da dire che spesso (e per fortuna) le esperienze di questi e altri poeti si sono interlacciate.

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La poesia “orale” ha avuto ed ha molte forme, tra le quali la poesia sonora (oltre ai nomi italiani già fatti poco sopra possiamo ricordare, tra gli altri, Henri Chopin, Heidsieck, Blaine, Szkarosi, Sarenco) e lo spoken word, che ha avuto il suo fiorire negli anni ’60 con la Beat Generation di Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e poi con Bukowski e altri, che ha indiscutibilmente influenzato il modo di scrivere e DIRE la poesia di tutti i decenni successivi.

Se la poesia sonora verte sulla parola come elemento risuonante e la ritmica in essa non è particolarmente importante, nello spoken word le peculiarità sono soprattutto due: le tematiche essenzialmente legate al contemporaneo e al sociale e la scansione del recitato che assume sempre più un ritmo. Non è un caso la vicinanza al jazz o a gruppi come The Fugs di Ginsberg & C.

E qui si apre l’universo dal connubio tra parola e musica, che va dalla canzone d’autore (derivazione dei trovatori e dei lied) al rap o meglio all’hip hop.
Della canzone d’autore vista come poesia ne hanno parlato tutti, alcuni prendendo come spunto il fatto che i poeti antichi erano soliti accompagnarsi con uno strumento oppure proclamando che i cantautori erano i nuovi poeti. A questa annosa querelle avevo fatto rispondere il buon De Andrè durante una sua visita al mio Festival di Genova, chiedendogli se si ritenesse un poeta visto che un suo testo (La guerra di Piero) era stato inserito in un’antologia scolastica. Risposta: quel testo è un 50% di un tutto (la canzone), mentre una poesia deve avere il 100% dentro di sé, musica, significato, ricerca verbale. Assolutamente d’accordo. Ciò non impedisce certo il fatto che alcuni testi di canzone “funzionino” anche da soli e che siano poesie, ma il processo creativo, l’approccio e anche il traguardo sono profondamente diversi.
D’altronde basta vedere gli scarsi risultati (tranne pochissime eccezioni) di chi ha provato a musicare i testi delle poesie: difficilmente si riesce a raggiungere soluzioni melodiche memorabili e molto spesso ci si limita ad accompagnamenti neutri.

Per l’hip hop la questione è molto differente. Dal punto di vista della parola possiamo farlo discendere dallo spoken word, dallo scat del jazz, dall’impronta afroamericana e quindi con il ritmo come stella polare. Dello spoken word prende la volontà di dire a voce alta testi a tematica sociale, estremizzando l’uso di rime e assonanze e riappropriandosi di schemi metrici chiusi che dal computo sillabico dei secoli passati passa ai BPM, al beat come mattone per il flow, il flusso delle parole.

L’approccio più cerebrale del conteggio delle parole con i virtuosismi di enjambement e giochi di accenti ha lasciato spazio a un riferimento pulsante e metronomico, intorno al quale costruire i versi.
La cosa interessante è che da due approcci così differenti, si giunga a risultati tutto sommato simili. Tanto per fare i primi esempi, il ritmo dell’endecasillabo in Dante potrebbe in teoria essere
comodamente riproposto con un flow assolutamente contemporaneo oppure quel capolavoro ritmico che è “Batte botte” di Dino Campana, scritto un secolo fa, è ancora all’avanguardia.

Questo per dire che la ventata di freschezza portata da una certa poesia performativa e ritmica è ancora più interessante proprio perché in fondo rappresenta una continuità con il passato.

E poi ci sono le rime, assonanze, figure retoriche che fanno di molti testi poetici degli ultimi anni dei veri e propri “cataloghi sintattici” che si potrebbero far ascoltare nelle scuole per spiegare alcuni elementi della grammatica e della sintassi.

Nel corso degli anni persino il tempo delle basi è mutato, abbandonando sempre di più il 4/4 in favore a tempi dispari frutto anche di influenze di varie culture e stili musicali.

E arriviamo al cosiddetto “slam poetry” che per comodità è diventato un genere ma in origine era una forma codificata di reading con poche ma chiarissime regole per le declamazione come ad esempio una durata non superiore ai 3 minuti, assenza di orpelli (basi musicali, abiti di scena ecc)che potessero travestire o accompagnare il nudo testo. Questo ha portato una nuova vita e nuovo ossigeno al concetto di reading, soprattutto se collettivo, mettendo delle dighe agli sbrodolamenti prolissi che molto (troppo) spesso ammorbano l’aria delle letture poetiche.

Per molti, lo slam è considerato un vero e proprio genere poetico, una sorta di rap senza musica, molto spesso i testi sono improvvisati su un ritmo indicativo e interno, parlano di quotidiano e di istanze sociali. Il limite di questa immediatezza è talvolta una minore ricerca linguistica e una minore originalità nelle tematiche, tuttavia vi sono degli autori molto interessanti di questo genere, e alcuni che hanno raggiunto una grande popolarità come il francese Grand Corps Malade o tedeschi che uniscono testi di qualità a ricerca ritmica/sonora come Bas Boettcher e Sebastian 23 o il catalano Dani Orviz, ma l’elenco potrebbe continuare.
Ed ecco quindi che dopo un lungo giro ritorniamo alla pura vocalità, ma che nel corso degli anni e delle esperienze e influenze si è riappropriato dei due elementi dell’inizio: la rima e la metrica.

Il ritorno dell’oralità nella poesia ha portato i poeti a cercare sempre di più il contatto con il pubblico o a produrre e distribuire video o CD di poesia, aiutati dall’incredibile potenzialità del Web.
Pur essendo un poeta che privilegia la lettura in pubblico, mi piace comunque affermare che in poesia la priorità deve essere il testo. Visto che in Italia quasi tutti scrivono poesie e quasi nessuno ne legge, c’è una maggioranza di versi scadenti proprio per mancanza di curiosità, di autocritica e di ricerca.
E’ un errore pensare, come purtroppo fanno alcuni, che la poesia “debba” essere soltanto in un particolare modo: le “parrocchie” di integralisti della poesia accademica o di quella per forza performatica li ho sempre considerati posti infrequentabili. Forse c’è solo buona o cattiva poesia, qualsiasi stile si usi.

L’evoluzione della poesia (e dell’arte in genere) si nutre di conoscenza del lavoro altrui, di sperimentazioni, incroci geniali, di affinamento della tecnica, di coraggio, di apertura.

[…]

Claudio Pozzani è un poeta e narratore genovese. Le sue  opere sono tradotte in oltre dieci lingue. Come performer ha partecipato ai più importanti festival poetici e letterari internazionali. Cura la direzione artistica del Festival Internazionale di Poesia di Genova.

RIPRODUZIONE RISERVATA – FEBBRAIO 2016

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Un commento su “Claudio Pozzani: spunti tra endecasillabi e beat

  1. Davide
    2 febbraio 2016

    C’è solo un errore: il rap è il genere musicale dell’hip hop, movimento culturale multidisciplinare. Negli anni il genere è stato sostituito in definizione dal suo contenitore.

    L’endecasillabo non è rappabile salvo modifica dei suoi capoveversi – il rap appoggia i suoi accenti tendenzialmente sui sedicesimi dispari del 4/4: diciamo che se si riempisse tutta la griglia ritmica, a livello basico ed embrionale, il rap sarebbe composto da una serie di doppi ottonari. I’endecadillabo quindi arriva “corto” sulle battute del 4/4.

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