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Sergio Garau: desossiribonucleicamente poetry

Sergio Garau_By Dimitri Ruggeri.JPG

L’intervista a Sergio Garau, a cura di Alessandro Scanu e Dimitri Ruggeri (collettivo Poetry Slam Abruzzo Centro Italia), si è basata sull’analisi delle numerose performance del poeta in reading pubblici, Poetry  Slam nazionali e internazionali e sulla lettura  di diversi scritti che ci ha inviato.

… forse lo slam è uno di quei riti umani in cui si può trovare il modo se non di smettere la propria maschera di ogni giorno, quantomeno di cambiarla. (S.G.)

INTERVISTA di  Alessandro Scanu e Dimitri Ruggeri

D. Sergio, non ci sembra fuori luogo affermare che sei una delle voci più innovative della scena italiana della “spoken word”. Sperimentale nel tuo declinare performance, segno e tecnologia, come nel caso di “Chatting alone around the world”, che strizza l’occhio alla letteratura elettronica, e soprattutto nel mischiare continuamente elementi “colti”, tra i quali primeggia la Commedia, e “pop”, come fai ad esempio in “Alice e il bancomatto”, un testo pieno di citazioni da film hollywoodiani, opere poetiche e letterarie e fiabe, il tutto selezionato e combinato in maniera originale. Ci spieghi meglio queste due tendenze?

R. Ciao, allora vi rispondo immediatamente: proverei volentieri, tra le altre, una poesia per lettori S.Q.U.I.D., quei marchingegni di strange days* che te li attacchi al sistema nervoso e rivivi passo passo quel che ha vissuto chi l’ha registrato
*le S.Q.U.I.D. clip riproducono le percezioni dei cinque sensi e le emozioni dell´umano che le ha provate e registrate.
*strange days è un film del 1995 che davano spesso in tv sotto le feste verso le 11 di sera su italia 1 perché è ambientato intorno al capodanno del 1999.
Mettetevi dunque il casco del lettore S.Q.U.I.D., avviate la riproduzione ed ecco vi ritrovate espansi nel corpo di Adriano Spatola° che suda un aviation aviateur dopo l’altro.
°Verso una poesia totale di Spatola è un libro che ri-media^
^per ri-mediazione qui s’intende il concetto base di Remediation di J. D. Bolter°, del 1999, usato per una tesi sulla poesia digitale Il testo ri-ciclabile […] (Articolo In cerca della poesia digitale).
S’ha da riciclare: riciclare è una pratica che trovo sensata: lo fanno in tutto e per tutto sia mia madre che Nanni Balestrini: penso rispettivamente ai sanitari verdi usati come vasi per piante – vedete la foto acclusa, e all’evoluzione del poema elettronico Tapemark II, nel romanzo combinatorio Tristano (1964 e poi 2007), e “infine” nel film più lungo del mondo – lo potete vedere se andate a dOCUMENTA a Kassel nel 2012: Tristanoil.

Garau

Pic Courtesy of S. Garau

Tra un testo e l’altro in gioco c’è anche la ricerca di un unheimlich, una perturbazione “Gioiosa” e straniante che si rovescia del dolore addosso à la Socci e riversa materiali o media a un tempo familiari e stranianti attraverso le estensioni del corpo, sempre più estremamente protese. Ad esempio sarebbe infatti paradossale se una persona fosse immersa in una chat con se stessa (in video o dal vivo o su carta …) e si trovasse nello stesso tempo su un palco a Limassol (Cipro) con una tastiera vocale greca o a Cienfuegos a Cuba con un accento poco castigliano o ad Asuni in Sardegna quasi del tutto in italiano ripetendosi in un po’ isolato Around the world Around the world … … 😉 😉 °
°nota ammiccante riguardo alla domanda supposta: la strizzata d’occhio alla poesia digitale comporterebbe una visione monocola se non aggiornata a una versione che è meglio della S.Q.U.I.D.: dal vivo°°
°°un punto del cerchio della poesia è il corpo, punto iniziale e terminale e continuo per testi in loop, spirali, dentro e fuori, ginnici o anche gimnopedici^, ma non alla lettera
^nota musicale: questa risposta non è stata scritta ascoltando Debussy. Fine prima parte della prima risposta.
Le eventuali persone nei diversi luoghi e tempi dovrebbero sincerarsi della posizione della propria schiena, smuoversi, alzarsi forse, distogliere lo sguardo dallo schermo.

Inizio seconda parte prima risposta.S’ha da riciclare: riciclare è una pratica che trovo sensata: lo fanno in tutto e per tutto sia mia madre che Nanni Balestrini: penso rispettivamente ai sanitari verdi usati come vasi per piante – vedete la foto acclusa – e all’evoluzione del poema elettronico Tapemark II, nel romanzo combinatorio Tristano (1964 e poi 2007), e “infine” nel film più lungo del mondo – lo potete vedere se andate a dOCUMENTA a Kassel nel 2012: Tristanoil.

La poesia o chi per lei può certo prendere riprendere rimettere in circolo quello che le pare e piace. Dalla telenovela Dallas in Tristanoil a frasi di Tristano in Tristanoil . Non so se mi spiego ma se aprite i pannelli dei trittici di Paolo Gentiluomo, il suo Catalogo, ad esempio, notate come la poesia possa essere un eccellentissimo frullatore che produce mirabolanti miscele esplosive a partire da ingredienti variegati e talvolta di dubbio gusto. Detto questo sul pop non pop colto non colto non starei troppo a dire questo è alto questo è basso – certi riferimenti da Dante sarebbero comunque abbastanza pop – farei invece un De-tour sul riverbero di certi impulsi Debordanti, e di echi di dadantesco inferno*
*cit. .noibimbiatomici, in .noibimbiatomici, a c. di sparajurij, Celid, di Luci N., 2001

In epilogo di risposta ci sarebbe da tirare la cordicella e surfare giù, a mò di sufi, per questioni 1989esche come l’impossibilità di fare l’avanguardia, dato che ormai si è giunti a un certo punto storico, ma la possibilità di rifarci alla tradizione delle avanguardie: per inciso prendete certe poesie di DePero e vedrete altro che 3D: fanno illividire d’invidia Avatar & co. Così che l´interesse verta ancora un po´ sull’Avant-Pop, cioè: Pop Art + Avanguardie. Insomma nonostante tutte le questioni, peraltro alcune ben ponderate (Fedeli alla linea che non c’è. Affinità – divergenze tra il Gruppo ‘93 e il Gruppo 93 di S. Garau), sul post- e stop- e ops-moderno e il ritrovarsi tutti nella stessa bolla di vetro e le tabule rase in bolletta e le altre altalenanti schermaglie, son d’accordo che non s’ha da perdere quell’attitudine … come la volete chiamare? critica? anarcoinsurrezionalista? punk? mandare affanculo in poesia può riservare ancora delle sorprese.

D. La poesia “Crepa!” riprende Dante, in particolare un celebre verso del VI Canto del Purgatorio (“Ahi serva Italia, di dolore ostello”) e imita anche la struttura sintattica della terzina di cui questo verso è parte: tanto in quella che nel tuo testo, infatti, mancano verbi di modo finito e tutta la descrizione della situazione italiana è portata avanti solo con aggettivi e participi.
Ci diresti qualcosa su questa scelta, e in generale sulla presenza dantesca, rintracciabile in molti dei tuoi testi e che potrebbe sembrare, a prima vista, inaspettata in uno “slammer”?

R. 2008, festival absolutepoetry di Monfalcone, s’indice uno slam internazionale sul tema dei cantieri navali e del lavoro a cui presento la prima versione pubblica di questo testo [Guarda il video]. Il testo voleva prendere piede e ritmo dalle condizioni del lavoro operaio per poi provare a comprendere l’immagine disperante e sconsolante in cui si è sempre più abituati comunemente a bivaccare in questo stato di lingue e di cose. Il richiamo al mare era lì più evidente tant’è che titolo e motore del pezzo era “rema!”, poi sostituito da un’altra citazione dal classico slammistico “Silvio!”, il tormentone nonplusultra stefanoeneavirgilioraspiniano: “crepa!” appunto. Per rispondere a una domanda che mi farete più sotto sui testi open source [spoiler inoffensivo] quella prima versione l’ho poi ripresa, riscritta e riletta ad Ancona alle finali LIPS 2015 senza né “rema!” né “crepa!”.
Per entrare nello specifico della risposta posso dire che la scelta di questo richiamo al Purgatorio è dovuta forse al voler introdurre immediatamente i temi di una poesia civile sull’Italia (insieme ad altri piccoli accenni a classici del genere quali il “Silvio!” raspiniano e il “Povera patria” battiatesco). Forse ci si potrebbe ritrovare anche un rimando a un certo sdegno, anche se, ovviamente, per ragioni diverse da Dante: il “serva” non si riferisce infatti all’Italia ma alla preponderante parte di una comunità che versa in condizioni di vita indegne. Più che invocare un nocchiero si voleva spegnere tra le fiamme il tele-comandante, etc.
Dante, tra coinquilini a lui forse poco congeniali, un Raspo di qui, un Battiato di là, non credo si trovi perfettamente a suo agio.

D. Parlando ancora di “Crepa!”: tutta la poesia è praticamente un’anafora ritmicamente ossessiva, e ascoltando la tua performance si percepisce un andamento fisicamente calante della voce e del corpo, mentre crescente è la forza dell’invettiva che porti avanti contro lo stato delle cose nella nostra nazione, invettiva che si conclude con un verso privo di speranza (“serva Italia condannata a morte telecomandante rassegnata”).
Questa lettura così particolare è una scelta accessoria ad un testo che vuole essere la fedele rappresentazione di una resa? E come mai la decisione di far esclamare “Crepa!”, la parola più forte della poesia, proprio al pubblico?

R. “… rassegnata” è sì una parola che, in questo testo, scompare quasi sempre flebilmente, ma vorrebbe essere controcantata dall’ultimo “crepa!” detto dal pubblico, che chiude il testo e che i presenti son chiamati a esplodere con massima forza. Alla resa, all’arrendevolezza evocata di fronte al potere di uno stato e dei suoi abusi, di fronte al disperante stato delle cose (Stand der Dinge) si reclama la reazione, una carica dei presenti – una carica simbolica, come un Kalashnikov di Bregovic a mani nude (o al limite zoccoli ferrati) contro carri armati. Si va all´attacco festante giusto per via della consapevolezza che anche la morte può morire*
*cit. .wiratomkinder in .noibimbiatomici, sempre Luci, Celid, 2001
Nel testo che si va facendo dal vivo il pubblico è sempre un elemento fondamentale. Ovviamente una pubblicazione dal vivo senza uditorio sarebbe un po´ in difetto. Tuttavia non sono solo le orecchie del pubblico a essere investite di responsabilità, ma anche la sua carne, disposta nello spazio a rimbalzare e assorbire le onde sonore, e che determina e condiziona prossemiche e prosodie, stati d’animo e d’agitazione del passante, del co-poetante.

Consiglio a questo punto di fare una pausa e ascoltare The Passenger di Iggy Pop.

Il pubblico partecipa sempre all’esecuzione, alla stesura, alla scrittura del testo dal vivo. In questo caso il pubblico esplicita la sua partecipazione facendosi contraltare vocale in un botta e risposta (o sottraendosene^). Il potere del popolo, del pubblico sul testo è così messo in evidenza, di pari passo alla commutazione tra contorsioni fisiche sulle sedie e sul palco e reciproci fiati.

^è stato il caso del festival di Seneghe Cabudanne de sos Poetas, in cui i primi timidi e sparuti “crepa!” si sono spenti del tutto, dando al testo un’impronta e un incedere e forse un senso diverso [Video]

D. Se si legge la tua poesia “IO game over” senza averla mai ascoltata, il segno poetico sembra essere la cosa più prominente (“X O X O X O X O”, “ I ♥ I RAQ I bomb N Y”, “1 0 1 0 1 0 1 0 1 0”), mentre all’ascolto il ritmo prevale su tutto, con punte di estrema raffinatezza come quando usi la struttura dell’Eterno Riposo per una surreale preghiera consumistica con tanto di epentesi nella parola “perepetua” che, ritmicamente, accentua il contrasto ironico con l’originale.
(“Eterno prodotto donagli signore / eterno consumo donagli signore / splenda ad essi l’espansione perepetua”).
Sei partito dal ritmo nel comporre questo testo? Quanto è importante invece il segno linguistico per te?

R. Questo testo prende a comporsi da Wargames (film del 1983), da War of the Worlds (radiodramma del 1938), dal gioco del tris, dalle somiglianze o simmetrie foniche di incerti opposti come Bin (Laden) e (W.) Bush, croce e cerchio, kreuz e kreis, … interscambiabilità e attrito dei contrari, proprietà commutative, escalation di pareggi continui e annientamenti. Durante la trasmissione radio Fahrenheit in diretta dalla stazione di Porta Nuova di Torino nel 2003, uno sparajurij legge il brano “Che ne sarà dei miei gatti se scoppia la guerra”, noto familiarmente come “i gatti”, preme il pulsante viola di un gioco da tavola imprestatogli per l´occasione da un altro sparajurij: beep, ”interrompiamo la trasmissione Fahrenheit per collegarci con Ground Zero New York per lo storico incontro tra il presidente George W. Bush e il presidente Osama Bin Laden: Bin e Bush giocano a tris, Bin und Bush spielen Tic Tac Toe: Bin: Kreis; Bush: Kreuz; Bin: Cross; Bush: Circle”. A un certo punto Marino Sinibaldi si alza e si avvicina e interrompe la partita tra Bin e Bush. Lo sparajurij lancia ancora qualche notizia ANSA “popolo del vaticano in rivolta: Ratzinger esiliato, il nuovo papa è donna: Petra prima” etc. finché Sinibaldi, in chiusura di programma, gli mette una mano sulla spalla “grazie Sergio …” e lo accomoda fuori dal palchetto, parlando poi di un omaggio alla Guerra dei Mondi di Orson Welles di cui correva il 75esimo anniversario. In omaggio lo sparajurij ebbe una maglietta di radio3. Mio padre aveva registrato tutto in audiocassetta, mentre Audio Pan credo abbia filmato. (Ba´, se stai leggendo, me la cerchi la cassetta?). Il pezzo in realtà era stato portato in pubblico anche prima allo slam internazionale di Bolzano, per un pubblico bilingue, poi vinto dagli sparajurij e a tutt´oggi uno dei pochi slam internazionali vinti da italiani.

La risposta alla prima parte di questa domanda è dunque sì: il ritmo in poesia è alla base sia della sua esecuzione dal vivo, sia della sua composizione visiva sulla carta, sia del suo montaggio audiovideo.

Quanto è importante il segno linguistico per me? Molto! :*

D. Sempre restando su “IO game over” questa è una poesia davvero plurilinguistica, nella quale sfrutti sapientemente le sonorità delle diverse lingue per caricarle di significati nuovi e connotazioni inedite (“bruci croci ucci ucci / sento odore d’islamucci / I smell smell of christian-oochie”; “Vladimir put in владее’ мир’ pull out”) : qual’è il tuo rapporto con le lingue in poesia? Ci sono lingue che si adattano più di altre alle tue esigenze di performer?

R. Con le lingue in poesia ho un rapporto aperto. Sin da piccolo mi son trovato a maneggiare materiali linguistici compositi, dal sardo logudorese, lingua madre di mia madre, ai fumetti in francese di mia zia, dalle audiocassette “impariamo il russo” di mio padre, dai parenti americani e dai videogiochi in inglese, al tedesco della Humboldt Unversität zu Berlin, dal portoghese del poeta pazzo Carlos Nó sull´isola di Madeira, al sassarese della mirinzana, allo spagnolo del Festival di Poesia dell´Avana. Le lingue si intrecciano desossiribonucleicamente e naturalmente entrano negli esperimenti e negli incidenti di laboratorio, tra fumi, baccano di vetrini e alambicchi, fughe di virus apolidi, più che ermetici o venusiani.
Più nello specifico c´è forse da dire che l´interlocutore di queste poesie (ce ne fosse uno e caso mai lo fossero) non è tanto una fantomatica comunità di lettori di lingua italiana, ma gli uditori che di volta in volta si raccolgono intorno a un palco o, con diverso trasporto, intorno a un video su youtube.
Sulla seconda questione qui sollevata non credo ci sia lingua da prediligere a priori per scrivere od eseguire poesia; io adopero di più l´italiano perché, per contingenze storiche, è la lingua con cui ho (più) dimestichezza, a cui son stato addomesicato. Facendo un esempio è forse tuttavia interessante notare che “Kauf mich!”, un testo che ho scritto in tedesco per eseguirlo da quelle parti, quando l´ho tradotto in italiano ha perso quel carattere prosodico sincopato e segmentato, quasi una ritmica percussiva mimetica di mitraglie. È un problema di traduzione, più che altro.
Intorno a questi temi vale forse la pena di citare alcuni brani come ЛУНА ПАРК o Ayasofia che risultano da una condensazione in cui lo stesso suono accoglie riflessi dei significati di più lingue al contempo.

D. Una delle caratteristiche più interessanti del tuo stile è la grande capacità di mimesi: sia da un punto di vista linguistico che nella prosodia riesci infatti ad aderire completamente ai personaggi che prendono la parola nelle tue poesie. Il risultato migliore in questo senso è forse quello della poesia “ LIVE Erotic Chat feat. ”, dove metti in scena un surreale ed ironico scambio di messaggi in chat, facendo “parlare” Dante in endecasillabi (“Quivi recò lo progresso de l’Urbe? / V’invito tosto a coitare realmente / mie bimbe inver vi credevo più furbe) e arrivando addirittura ad imitare gli errori del traduttore online usato da “Suckingcalippos” (“Ma dove avere tu fagiolo vivendo uomo? questo è una chiacchera-linea. Io sono non gonna succhiare tuo CoCk per reale. Dante non avere immaginazione. StUpiDoCuLo!”). Il tuo non è solo un lavoro linguistico: anche nella lettura il tono, gli accenti e le pause sembrano funzionali a reggere l’intonazione scelta di volta in volta.
Un lavoro del genere ricorda quello di un drammaturgo che deve dotare i propri personaggi di una identità linguistica e deve istruire gli interpreti nel renderla riconoscibile. Quanto senti affine la scrittura teatrale al tuo stile?

R. Su un palco blu a Berlino (era una strana conferenza stampa senza tavolo e coi loghi della Euorpäische Kommission) nel 2009 si era in effetti parlato dello spoken-word come un´arte in cui convergono elementi di scrittura, di regia, di interpretazione. In alcuni poetry slam mi son sentito dire: -questo è teatro, non è poesia – come se volessi barare. Credo che sia indispensabile tenere conto degli aspetti “teatrali” che l´esecuzione di un brano dal vivo inevitabilmente comporta, alla materia si dovrebbe interessare chiunque si trovi a dire una poesia a voce alta. Terrei anche conto del pubblico, della sua disposizione, del suo numero, dell´architettura del luogo. Lo stesso brano può svilupparsi in modi molto differenti in base alle coordinate spaziotemporali in cui si verifica.
Per quanto riguarda i miei testi sono d´accordo con voi che alcuni hanno una natura polifonica. Ma qui mi interrompo perché voglio improvvisamente terminare questa risposta dicendo: – Artaud!-
Se pensate vi possa giovare fatelo anche voi, interrompete quello che state facendo e pensate a voce alta: -Artaud!

D. La spoken word che pratichi sembra essere un vero esperimento di comunicazione. Nella tua poesia si notano infatti due peculiarità in questo senso: la mancanza di un Io lirico che prenda la parola (perfino “Chatting alone around the world” è pensabile più come una modalità comunicativa legata alle vicende e ai linguaggi contemporanei che come l’espressione di un sé individuale), e la continua rivisitazione dei testi, quasi fossero dei codici “open source”: quanto c’è di programmato dietro queste scelte?

R. Bravi ragazzi, mi state dando soddisfazione. Il mio ego va in vanesio solluchero quando mi dite open source e diamo contro l´io lirico. In effetti forse l´unico mio tentativo di opera poi pubblicato ha come titolo IO game over. Nei due segni giustapposti del titolo “I” e “O” si trovano forse i due elementi che avete tirato in ballo: l´io e numero 10 (in codice binario, dunque due in base due). Da un lato giocare sulle fini e sui confini dell´”io”, forse segnato da alcune tradizioni avanguardiste, novissime, delle poesie visive e concrete e sonore e totali, dall´altro implicitarne, leggendolo come 10, la duplicità, lo sdoppiarsi, il moltiplicarsi e ibridarsi, accendersi e spegnersi a comando (1 e 0 sono anche feticci dell´”acceso/spento”, “on/off”) rimediando in diversi modi i caratteri dei media digitali (Language of New Media, Lev Manovich, 2001).
Un´altra risposta si può forse trovare nella radioattiva influenza del laboratorio sparajurij, in cui sono entrato nel 2001 e da cui non riesco ad uscire neanche emigrando a Berlino o a Stoccolma. Basti vedere nei primi 4 numeri della rivista Atti Impuri, curata da sparajurij, il nome della sezione di poesia: All´infuori di me, per rendersi conto. In generale i due elementi che dite sono alla radice stessa di sparajurij. Specie nei primi anni il laboratorio era molto attivo nelle più disparate ricerche poetiche: poesie in siringhe, su guanti di plastica, adesivi, santini, totem giganti in mezzo alla strada, su opere d´arte in forma di muri, per planimetrie di villaggi residenziali da costruire al posto dell´univeristà, in profili sui social network di personaggi di romanzi collettivi e, soprattutto direi, dal vivo, in serate ad alta voce, con o senza musica, e nei poetry slam. Il lavoro di scrittura e lettura e riscrittura era reciproco era costante, la firma dei lavori comuni: sparajurij. Un Pessoa al rovescio, aveva detto qualcuno che aveva voglia di scherzare. Così come ogni giovedì gli sparajurij si ritrovavano per leggersi a vicenda, così mi fa piacere che, ogni mercoledì, a Sassari, alcuni della scena del Poetry Slam Sardegna, non da soli, si ritrovino con fini affini. Loro si chiamano Grande Nave Madre, noi abbiamo ancora l´effigie di Jurij Gagarin da qualche parte.

Vabbe´ mi sto un po´ lasciando andare in queste risposte, tagliate dove e come volete. Andando più nel concreto: sì, i testi li rivisito costantemente, è vero. Idealmente ogni volta che si ripresenta occasione di pubblicarli li aggiorno, faccio un po´ di manutenzione. L’esecuzione pubblica è anche un salutare momento di debugging, se non, almeno idealmente, una vera e propria riprogrammazione collettiva. La forma stessa del poetry slam ha alcune somiglianze con certi testi collettivi di letteratura digitale: diversi autori o utenti che si ritrovano su una piattaforma, su un sito e danno vita a un testo (uno spettacolo) collettivo.

D. Qual è, secondo te, il limite più grande della “spoken word” dal punto di vista della forma?

R. Dipende dal termine di paragone. Rispetto alla poesia “muta” lo spoken word non lascia allo spettatore altrettanta libertà di movimento avanti e indietro per il testo, o di pausa. Caratteri recuperabili però ibridando lo spoken word e i media digitali.

D. Perché fare poesia orale e partecipare ai Poetry Slam? Per te può essere uno strumento per ricavarti un ruolo nella società? E se si, in che termini e con quale funzione?

R.Organizzare e partecipare a slam e serate di spoken word, o poesia orale, o, semplicemente, poesia ha il suo perché. Si tratta di zone temporaneamente autonome da censure o ingerenze di addetti marketing o affini. Si tratta di una poesia che interessa più sensi, che si trasmette anche con il corpo e con la voce, più che solo con lo sguardo, è una forma di espressione più articolata, dà la possibilità di “dare vita” al proprio testo, di incarnarlo dal vivo. Si tratta di uno dei pochi modi che un poeta ad alta voce ha per farsi conoscere o entrare in contatto, confrontarsi con altri suoi colleghi e, soprattutto, con un pubblico. Riscopre un senso comunitario intorno alla poesia. Può accogliere rapidamente chiunque sul palco e tra il pubblico, e può mettere in complessa ma immediata comunicazione parti della stessa comunità che non avrebbero altrimenti modo: sa essere trasgenerazionale, interculturale, internazionale …
Sulla questione del ruolo del poeta posso ricordare che in Sardegna, non troppo tempo fa, il poeta sostituiva i media: dava e commentava nei suoi componimenti ad alta voce le informazioni andando di paese in paese, aveva una rilevanza sociale, tanto che talvolta veniva ucciso per questo. Si potrebbe poi accennare alle differenze tra chi svolge “professionalmente” il ruolo di poeta (in Germania in particolare sono tanti che lo fanno, legati al mondo dello slam) e chi invece lo svolge in parallelo con un´altra mansione o professione. Sarà meglio dover rendere conto al proprio conto in banca, o al proprio account facebook o twitter o instagram o linkedin o tinder o chatroulette, o a un pubblico, a critici, editori, posteri, postumi, post-it … ?

Andando più al sodo, della poesia orale e dello slam nello specifico mi interessa il fatto che sia la comunità a riconoscere il poeta, ad investirlo direttamente di senso, o di un ruolo se preferite. La necessità di poesia la dimostra il pubblico partecipando e chi sia il poeta o quale poesia sia più significativa lo decide (talvolta in modi o con risultati quantomeno discutibili, sia chiaro), la comunità.
Un´ultima nota. Ho scoperto slammer che in realtà erano esattori delle tasse, impiegati nell´industria petrolifera, ex-detenuti, disoccupati … forse lo slam è uno di quei riti umani in cui si può trovare il modo se non di smettere la propria maschera di ogni giorno, quantomeno di cambiarla.

D. Infine, per lasciarci, una provocazione: come porteresti in scena uno dei tuoi testi se ti legassero mani e piedi?

R. Farei un gran casino lo stesso, non ti preoccupare.

[…]

BioG

Sergio Garau (1982) ha partecipato a eventi e festival di letteratura e poesia in Europa e America. Collabora con “Atti impuri” e “Maledizioni”. Fa parte del collettivo .lab sparajurij.

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Un commento su “Sergio Garau: desossiribonucleicamente poetry

  1. Pingback: Da Dante alla performance – NEUTOPIA

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