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Vittorio Zollo: nel carcere con le “poesie da schiaffo”

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di Vittorio Zollo – Da dove partire per raccontare in maniera sintetica e concreta lo Slam tra detenute, che c’è stato l’8 Marzo 2016 all’interno della palestra del Carcere di Benevento?
Potrei farlo partendo dai dieci incontri in poco più di un mese, che io e la Dott.ssa Manuela Cardone (amica cara), abbiamo vissuto con tredici delle ventidue detenute della Casa Circondariale di Benevento, che hanno accettato il progetto.

io credo che se tutte noi siamo riuscite a scrivere una poesia, è proprio perché non siamo libere. Ma ti ringraziamo comunque perché se le parole non possono restituire la libertà, di sicuro ci danno un po’ di speranza (A.A.V.V.)

Dal primo all’ultimo incontro, è stata un emozione unica, sempre crescente, che ha toccato il climax il giorno dello Slam Poetry. Durante le nostre due ore settimanali, abbiamo ascoltato storie di vita, storie forti. A volte ce le hanno vomitate addosso con veemenza, con un impeto rabbioso la cui onda d’urto abbiamo avvertito nelle fondamenta della nostra anima.

Ma sento comunque di aver avuto la fortuna e il privilegio di essermi potuto confrontare con delle donne, delle madri e delle figlie, le cui sofferenze sono legate alla mancanza che umanamente avvertono dei propri cari. Donne le cui più grandi preoccupazioni sono i familiari e il ritorno alla libertà. Proprio così, il ritorno ad essere persone libere le paralizza completamente.
Quando misi piede la prima volta nella stanza di 20 mq che loro chiamano “Socialità”, uno spazio nel quale hanno a disposizione libri, tapis roulant, tavoli, sedie, delle carte da gioco e una tombola, mi trovai di fronte delle donne estremamente attente ed intelligenti, quasi tutte interessate a comporre quelle “poesie da schiaffo” cui avevo solo accennato la prima volta che le vidi, per cinque minuti, quando presentammo il progetto.

Spiegando cosa fosse uno Slam e cosa fosse la poesia Slam, percepii che non stavano aspettando altro, e che tutto sarebbe stato meno complicato del previsto, perché al mio “ciò che faremo, sarà dire ciò che di solito non potete dire, urlare ciò che di solito non potete urlare, sputare il veleno che spesso dovete ingoiare. State per diventare delle poetesse, e da tali, la vostra parola sarà preservata e conservata.” reagirono con enfasi, sorridendo e sfregandosi le mani per l’impazienza. Volevano imparare a scrivere.
Da quel momento in poi, è stato tutto un susseguirsi di componimenti, di scontri dialettici sul senso della poesia, di domande: dal come poter parlare di un amore omosessuale al come titolare una poesia scritta pensando al Magistrato di Sorveglianza, da quanto fosse utile ciò che stavamo facendo a quanto avrebbe potuto cambiare la loro condizione, dal chi avrebbe ascoltato le loro grida al chi avrebbe letto le loro poesie.
Da questi interrogativi sono nate poesie splendide, alcune dei veri capolavori come “E Secondine’” di E., “A finestra ch’e sbarre” di L., “Alternativa” di D. (una ragazza romena), “La mia amica libertà” di L., “Ancora ora” di G. e i componimenti di Di M., la più prolifica di tutte, donna che ha scritto in poco più di un mese la bellezza di quasi ottanta poesie.
Stili diversi, poetiche diverse, contenuti diversi. Temi ricorrenti la detenzione, la donna, l’amore, i figli, il carcere e la libertà.
Negli ultimi tre incontri prima dello Slam dell’8 Marzo, abbiamo lavorato sul corpo, sulla voce, sul microfono e sulla gestione delle emozioni. Le poetesse hanno affrontato la voce tremante e hanno subito recepito il concetto di “emozionare, non emozionarsi”. Sono state davvero fenomenali. Una sorpresa per me.

Il giorno dello Slam, sono state presenti un centinaio di persone tra cui il Prefetto, la Direttrice del Carcere, l’Assessore alle Pari Opportunità del Comune di Benevento, operatori del settore, volontari, i parenti delle detenute, giornalisti, alcuni nostri amici intimi e ovviamente gli assistenti.
Dopo aver spiegato cosa fosse uno Slam Poetry, eletto la Giuria, fatto il Sacrifice e portato i saluti del Presidente della LIPS Dome Bulfaro, lo slam è cominciato.
La battle poetica è stata un vero spettacolo, dal palco vedevo fazzoletti tempo aprirsi continuamente. Le detenute hanno tenuto la platea letteralmente incollata a loro, con gli occhi solo sul palco! L’attenzione non è mai calata. Il mio “lavoro” di EmCee è stato estremamente facile, forse mai così semplice!
Ad una prima manche fatta da dodici detenute, ne è seguita una da sei. La giuria si è divertita e lo Slam è stato accolto con entusiasmo, sorpresa e interesse.
Lo Slam ha visto trionfare proprio A. D. M. e le sue poesie satiriche, al secondo posto R. L. con la sua teatralità, e terza classificata R. D. e il suo femminismo.
Giunti alla proclamazione della vincitrice, la Direttrice del Carcere, la Dott.ssa Maria Luisa Palma ha voluto, visibilmente commossa e sorpresa, ringraziarci per ciò che avevamo fatto, e soprattutto ha elogiato i lavori delle detenute, chiedendo alla vincitrice dello Slam, A. D. M., di concederle la sua poesia “Il vestito rosso” scritta proprio per lei.

*

INTERVISTA a Vittorio V Zollo a cura di Dimitri Ruggeri

D.R. Con questo progetto la poesia ritrova la sua funzione sociale. Quali sono i risultati che attesi?

V. V Z. Il progetto è nato dalla passione e dalla professionalità con la quale la Dott.ssa Manuela Cardone (cara amica) si adopera non solo come Ricercatrice sulla condizione delle carceri in Italia, ma anche e soprattutto come volontaria. Lei mi ha fortemente voluto per qualche progetto artistico all’interno della sezione femminile del carcere di Benevento, e mi ha convinto ad accettare la sua proposta, facendomi vivere questa esperienza unica.
L’idea di un laboratorio di Poesia Slam è stata partorita sul tavolo da ping-pong della sala riunioni dell’azienda del marito della Dott.ssa Cardone. Ragionando sulle varie ipotesi le dissi “Perché non le facciamo scrivere?” e lei mi rispose “sarebbe fantastico”. Da quel momento ho iniziato a sviluppare l’idea di preparare le detenute ad uno Slam Poetry, con l’intenzione di poterle alleggerire dalle sofferenze della reclusione, offrendogli un nuovo mondo da esplorare, quello della parola e della poesia.
I risultati del laboratorio sono stati sorprendenti. Hanno partecipato ad esso quattordici detenute su ventidue, una delle quali ha scritto più di ottanta componimenti in un mese e mezzo (colei che alla presentazione del corso mi disse testualmente “Io conosco solo la scrittura scientifica, ho l’emisfero destro bloccato”.

D.R. Come pensi di spostare il conflitto sociale vissuto in passato dalle detenute su quello poetico del Poetry Slam?

V. V Z. Prima di presentare la Poesia Slam, ho pensato di confrontarmi con loro sulle possibilità che offre la Poesia, dall’abreazione alla liberazione, raccontando anche un po’ della mia storia e di come la Poesia sia entrata nella mia vita. Non è stato facile “acchiapparle”, ma quando il concetto della possibilità di poter dire ciò che si pensa e si prova attraverso l’arte, è stato recepito, le detenute si sono sbloccate e mi hanno accolto con entusiasmo.
Ho spiegato loro cosa fosse la Poesia Slam anche recitando dei miei componimenti, dalle satire sul Cattolicesimo alle critiche istituzionali, cercando di far comprendere loro che l’arte è inattaccabile. Ho parlato dell’eredità che avrebbero potuto lasciare, dell’esempio che avrebbero potuto dare a chi sarebbe arrivato dopo di loro, e confrontandoci sul valore che può assumere ciò che spesso non si può dire (soprattutto nella loro condizione) ma che invece attraverso la poesia diviene opera d’arte, le detenute hanno cominciato a vedere la Poesia Slam come un escamotage per poter urlare ciò che invece devono tacere, e sono state scritte delle poesie meravigliose… Che davvero sono una porta sbattuta in faccia!

D.R. In cosa consiste il laboratorio?

V. V Z. Gli incontri con le detenute si sono tenuti sempre il Sabato pomeriggio, in questo spazio che viene chiamato “Socialità”, una stanza che sarà 20mq, nella quale loro si recano per poche ore al giorno o a giocare a tombola, o a fare qualche esercizio di ginnastica; il tutto sempre con la vigilanza delle Assistenti.
Ho dato loro alcuni temi: la Donna, il Carcere, la Legge, la Famiglia, il Trauma, la Libertà, l’Assenza, la Mancanza, Sanremo, la Politica, l’Amore, l’Omosessualità ed infine ho voluto mettere in relazione la Morte con il momento del loro arresto.
Ogni settimana, le detenute hanno portato in “Socialità” i loro componimenti, e tutti seduti formando un cerchio, in un’ambiente mai freddo, io e Manuela abbiamo ascoltato gli scritti delle poetesse fino agli ultimi tre incontri, appuntamenti nei quali mi sono concentrato sulla gestualità, sulla recitazione, sull’utilizzo della voce e quello del microfono.
Il laboratorio non è stata sempre cosa facile, anzi. L’ambiente è sempre teso, anche se non ostile e caldo, dunque a volte è stato complicato e faticoso tenere le detenute “sul pezzo”.
Uno dei momenti più alti c’è stato quando una detenuta, la cui poetica è forte nei toni e nelle parole, in cui satira e rabbia si mescolano, ha letto ad un’Assistente presente (le detenute le chiamano “Secondine”), una sua poesia dal titolo per l’appunto “L’Assistente”. Si è creato un momento di confronto tra due mondi che spesso non hanno modo di interagire tra di loro. In quel momento ho compreso la forze e la potenza di ciò che stavamo facendo.

D.R. Le parole possono restituire la libertà? (fai rispondere a qualcuna di loro)

V. V Z. Beh Dimitri, quando ho posto loro questa domanda nel nostro ultimo incontro prima dello Slam, la risposta è stata la stessa da parte di tutte, ovvero un “No” secco.
Una sola delle quattordici ha motivato la sua risposta dicendomi “Vittò, io credo che se tutte noi siamo riuscite a scrivere una poesia, è proprio perché non siamo libere. Ma ti ringraziamo comunque perché se le parole non possono restituire la libertà, di sicuro ci danno un po’ di speranza.”

RIPRODUZIONE RISERVATA – Maggio 2016

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