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Barbara Giuliani: Anatomia del Poetry Slam

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Foto di Cristian Palmieri

Barbara Giuliani è una poetessa e performer che vive a Pescara. Quest’anno, anche se è stata molto impegnata con il suo progetto di poesia visiva Anatomia poetologica (in collaborazione con la fotografa Marina Chichi), ha esordito come Mce al III Poetry Slam Abruzzo Università “G. D’Annunzio” Chieti – Pescara, continuando al Soundz Wood Poetry Slam de L’Aquila e ha concluso la stagione con la conduzione della Finale regionale del Campionato Poetry Slam Abruzzo Centro Italia che si  è tenuto a Pescara a Piazza Muzii lo scorso 23 Aprile. Articolo e intervista a cura di Dimitri Ruggeri.

Lo slam è il crocevia di poeti, cantanti, scrittori di genere, menestrelli, rapper, ballerini, attori di teatro, pranoterapeuti, cartomanti e animalisti vegani. È la commistione di un pot-pourri che cerca la sua dimensione. B.G.

Come ti sei avvicinata alla poesia orale e performativa?

Noia.
Quella che circonda il panorama poetico odierno, quella che fotografa perfettamente gli argini chiusi di un fiume senza conoscerne la portata, quella che ti spinge verso una soluzione vitale alla tua linfa creativa, o almeno che tu credi tale.
Rifiuto.
Quello per per le case editrici massonizzate, quello per lo scambio biodinamico delle parole asservite alla legge dei social.
Tornare.
A conoscere le persone, per quello che realmente sono: Persone.

Qual è il rapporto tra poesia tradizionale e poesia orale nel tuo territorio?

Di un coppia gender. Stessa direzione. L’egocentrismo calmierato del poeta. Cambiano le modalità di interazione, ma la finalizzazione è freudiana. Due burroni che si guardano senza Ponte, poiché la poesia orale sottintende una base storica. Lo slam è il crocevia di poeti, cantanti, scrittori di genere, menestrelli, rapper, ballerini, attori di teatro, pranoterapeuti, cartomanti e animalisti vegani. È la commistione di un pot-pourri che cerca la sua dimensione. Un’Arte in fase esplorativa, in cui ognuno con la propria caravella cerca la propria America. Vi auguro di imbarcarvi per trovare nuova acqua con cui dissetarvi in questo deserto glaciale.

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Nel tuo ultimo progetto Anatomia poetologica la poesia diventa visiva ma anche performance in movimento… Oltre al percorso “orale” della poesia quali sono le altre strade che consigli di seguire?

Il proprio corpo. Se posso scriverlo, posso crearlo, se posso crearlo, posso diventarlo. La poesia, non è l’arrivo della scrittura come strumento di creazione, ma è la leva che spinge nella vita. È la forza motore del mio camminare, è l’arresto del mio cuore quando mi disinnamoro, è il frullato cerebrale, e non vi è nessuna dieta al momento in atto. Usare il proprio corpo, fisico, con il proprio peso specifico, ricordandoci che tutti i giorni, la gravità e Noi, non facciamo altro che dirigerci in due direzioni diverse, ma con le stesso intento: SOPRAVVIVERE. La poesia è la sopravvivenza. L’andare oltre il vivere. È cercare il proprio Dio, mistificato tra i versi. Non siamo nati per scrivere, solo per trovare un Dio, sotto qualsiasi meridiano. Se la tua mano può disegnare un cerchio con la penna, il tuo corpo è in grado di riprodurre quel cerchio, basta volerlo.

A tuo avviso quali sono i punti di forza e di debolezza del PS?

La debolezza e la forza sono due misure di peso che in equilibrio implodono. La forza di un PS è la fisicità, la carne, il ricondursi in una dimensione umana di conoscenza con gli altri su due gambe pensanti, il poter toccare le persone, sentirle, vederle, assecondare il feticismo degli occhi e per gli occhi. La debolezza è lo status storico. Il protagonismo dei tempi moderni. La mercificazione della parola a discapito della notorietà. Sono così forte con la voce quanto più urlo per allontanarmi dal palco e non c’è nessun sipario che venga chiuso alle tue spalle. È un coming soon perenne, come i ghiacciai.

Quali sono i luoghi più adatti per organizzare un PS?

Se stessi. Fare padiglione, creare dimora, accogliersi nei propri metri quadri, ricostruirsi quotidianamente. Il resto è una multiproprietà. Cristo insegna.

Qual è, se esiste, il miglio modo di “performare” una poesia?

Scriverle. La performance è legata alla scrittura, al gesto in disuso di inforcare una penna. Siamo il prolungamento in audio del nostro dire. Un buon performer ascolta. Un buon performer non ammicca al pubblico, porta il proprio lavoro traslato sul proprio corpo. Un performer è quello che non piega il testo per il pubblico. Vince chi è più vero, senza impalcature dalle quali scendere.

La preminenza dei partecipanti al PS è quasi sempre maschile. C’è una spiegazione secondo te?

È antropomorfica. L’Uomo per antonomasia esce a procurare il cibo per la famiglia. La Donna è nella caverna con la famiglia. L’emancipazione femminile è una stella cometa del 6 gennaio. Moriremo senza nessuna Epifania. Io mi travesto da Uomo per vincerli. Non mi depilo, non mi trucco, assumo posizioni diaframmatiche maschili. Rutto per giorni interi.

Cosa ti ha spinto a partecipare a un PS prima come concorrente e poi come MCe?

Noia. La benzina per muovere il mio corpo. Quella per riuscire a percorrere più luoghi possibili, con la curiosità tra gli occhi e le mani. Condurre uno SP ti permette di essere dall’altra parte della barricata, senza portare con te la competizione, l’agonismo, che a volte possono essere deleteri per la scrittura. Mettersi in una posizione di finto vantaggio. Poter comunicare con gli altri slammer senza nessun filtro montato.

A parità di testo e performance a tuo avviso il pubblico può avere preferenze di sesso sui concorrenti? Le donne sono avvantaggiate o svantaggiate?

Le donne pagano lo scotto di non avere una voce testosteronica, di non calzare la mediazione radiofonica, tra le caviglie e la gola. Le donne combattono altre donne; perdendo.

Quale consiglio a una donna che si accinge a condurre un PS come MCe?

Nuda. Con la voce depurata dalla paura, con le gambe in vista e perpendicolari al pubblico. Darla, la parola, non ha mai ucciso nessuno.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Maggio 2016

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