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Reportage: Il poetry slam carcerario di Bologna

gugliuzza

di Nicolò Gugliuzza – Mura color verde metallico, qualche banco, una lavagna, inferriate dietro cui svettano un sole invernale ed un campanile. E’ uno dei campanili di via del Pratello, strada bolognese in cui risiede il carcere minorile entro cui la percussione orale della poetry slam ha fatto per la prima volta ingresso.
E’ febbraio ed io, Nicolò Gugliuzza, e la coordinatrice del campionato LIPS Emilia-Romagna Silvia Parma, siamo per la prima volta davanti ad una decina di ragazzi di nazionalità diverse, che con curiosità, interrogazione e fascino osservano l’articolarsi di questa sfida a colpi di versi tra noi due MC.

L’intuizione di Silvia qualche mese prima, ha consentito a performer come noi di entrare nel perimetro della reclusione per introdurre quanto di più espressivo risieda nel potere sovversivo dell’oralità poetica.
Ed eccoci improvvisamente là dentro, a spiegare le regole, descriver la storia, dare corpo alla parola, introducendo quello che il 21 marzo avrebbe avuto luogo tra quelle mura, ossia un poetry slam. Grazie a personalità come Elena Manaresi, insegnante di Italiano interna al carcere che ha sostenuto dall’inizio quest’iniziativa, quella che fino a qualche anno fa poteva parere un’eresia educativa ha preso forma.

Il valore primo dell’arte non è quello estetico. Qualsiasi forma d’arte, toccando le corde profonde del sentire umano, ha il grande potere di costringerci a guardare dentro noi stessi, di riportare a galla ricordi, gioie sofferenze, rabbie, speranze sogni. L’arte è anche denuncia, presa di coscienza, perché attraverso l’arte osserviamo il mondo che ci circonda, riusciamo a guardarlo nelle sue bellezze immense e nelle sue atroci brutture. Chi non ha davanti agli occhi quell’opera struggente che è Guernica di Picasso, o le parole di Vincenzina e la Fabbrica di Jannacci, solo per citare pochi esempi?

A cosa serve la poesia? Non certo per mostrare al mondo la nostra capacità di giocare con le parole. La poesia è una catarsi. Scrivere poesia significa in primis mettere su carta il nostro essere, le nostre esperienze, la nostra vita, e farlo con sincerità disarmante. E rendere più sopportabile la rabbia o il dolore, o esaltare e immortalare una gioia. La poesia è condivisione. La poesia è denuncia. E’ “costringere” chi legge a prendere atto di un mondo che non è la sua quotidianità, ma che esiste, è anche il suo di mondo, e che non può ignorare. La poesia è bellezza, perché l’arte è bellezza.

Da tutto questo è nata l’idea di proporre un poetry slam all’interno dell’IPM di Bologna (il carcere minorile del Pratello). Dentro la struttura i detenuti sono giovanissimi, spesso senza una famiglia qui, arrivati in Italia non si sa come e sbattuti in strada a guadagnarsi la vita. Hanno imparato il linguaggio della delinquenza e quello usano. Ma l’essere umano è una pietra sfaccettata, e ho pensato che potesse essere utile per i ragazzi poter mettere in luce quella parte di se’ che per mera legge di sopravvivenza hanno sempre tenuto in ombra. Dar loro l’occasione di vedere la loro propria bellezza. Ho proposto l’idea al dott. Giuseppe Spadaro, attuale presidente del tribunale Minorile Regionale, che ha subito sposato il progetto e che mi ha” aperto le porte” del carcere. Da qui è nata la collaborazione col Direttore del Carcere e le insegnanti del CPIA che opera all’interno dell’Istituto, ed il progetto ha preso forma. “Streets of Freedom poetry slam” si è tenuto il 21 marzo, data che l’UNESCO ha designato come Giornata Mondiale della Poesia. Sei ragazzi in gara, con versi che parlano d’amore, di credo religioso, di violenza e di speranza, temi comuni a tutti gli esseri umani, proposti con una capacità espressiva incredibilmente potente, perché forti sono le esperienze da cui hanno attinto, considerando anche che nessuno di loro è di madrelingua italiana. Si sono sfidati davanti ai loro compagni, a due magistrati, Giuseppe Spadaro e Carlo Caruso di Roma, e ad una delegazione dell’UNESCO di cui fa parte l’assessore del Comune di Bologna Nadia Monti, convinta sostenitrice della Giustizia Riparativa, che ha voluto concedere il Patrocinio UNESCO all’iniziativa. Ne nascerà un libro da tutto questo, che includerà le fotocopie dei testi originali scritti a mano dai ragazzi e le foto scattate durante la gara. Perché è giusto che rimanga il frutto tangibile del loro lavoro, che sicuramente è costato una fatica non solo tecnica e lessicale, ma che è stato soprattutto un duro guardarsi dentro e un mettersi a nudo. E spero che questo li aiuti a ricordarsi di cosa sono capaci. E che sia una testimonianza utile anche a noi qui “fuori” di vite e realtà che non possiamo né ignorare né giudicare. Grazie a tutti (Silvia Parma)

Anche se l’esperienza educativa ed integrativa inerente al contesto poetico non era affatto nuova per il sottoscritto, operante da due anni nel contesto delle scuole; bene, ritrovarsi a 23 anni davanti a dei ragazzi, spesso miei coetanei se non addirittura più grandi ed aver avuto modo di trasmettere loro il potere fisico della parola è stata indubbiamente l’opportunità e la gratificazione maggiore che io abbia raccolto nella mia esperienza di slammer e poeta.

2 maggio 2016. Sono passati tre mesi, ha avuto luogo il primo contest di poetry slam presso la struttura di un carcere minorile nella storia della LIPS ed io mi ritrovo ancora una volta dentro le aule della struttura, a confrontarmi con i miei 6 allievi (i ragazzi con cui il discorso s’è intrattenuto anche oltre la preparazione al poetry slam) in merito alle mie esperienze poetiche più recenti e alle loro sensazioni, pulsioni, impressioni, colte nella fase imminentemente precedente alla trasformazione in verso. E’ così che in genere condividiamo questo giovane segmento di vita raccogliendoci nei nostri lunedì pomeriggio in cui io, come volontario e forse abitudinario, intervengo regolarmente nelle lezioni d’italiano svolte da Elena, per raccogliere frammenti di vita così distante e così vicina e operarmi per far sì che essi prendano forma e metrica in poesia.
Sto camminando tra i banchi mentre i ragazzi tendono l’orecchio ad i versi di Alberto Dubito, versi che io sono solito leggere in ogni contesto educativo in cui mi inserisco quando provo a trasmettere la sofferenza e la tensione artistica a ragazzi della mia generazione se non più giovani. I ragazzi ascoltano, concentrati, trascrivono quelle rare parole italiane che non conoscono, tutti osservano in coro la mia interpretazione fisica, concentrati, tutti, tranne K.

K. il vincitore del primo poetry slam del carcere minorile del Pratello, oggi è diverso dal solito: tra sei giorni uscirà dalla struttura per confrontarsi con i vincitori delle otto competizioni che hanno avuto luogo nella nostra regione emiliana nell’arco di quest’anno. Uscirà come rappresentante del poetry slam carcerario. Si confronterà per la prima volta con adulti, performer, poeti, rapper di tutte le età e di tutte le città e avrà la sua prima occasione per dimostrare al mondo il suo racconto, la sua arte, il suo dissidio.

Lo tranquillizzo, qualche consiglio. La matrice HipHop, fortissima in K., ha permesso a me di avere maggiore dimestichezza nell’introdurre determinati elementi di poesia orale durante i vari laboratori, elementi come la metrica, la componente ritmica, le potenzialità musicali della versificazione.
K. ha solo 18 anni. Io invece, inquinato poeta sovrapensiero, studente ed educatore, precario e sognatore, sgombro la mia testa da tutte le miserie della mia quotidianità una volta che entro dentro l’aula delle attività laboratoriali del Carcere minorile e come rapito in un frammento intra-diegetico, rimango sbalordito dalla concentrazione espressiva dei versi dei miei 6 compagni e dall’uso che fanno della parola italiana.
Il plurilinguismo è una delle potenzialità più affascinanti per me di questi ragazzi, così come l’impianto narrativo che essi sono in grado di mettere in piedi, nella misura in cui, superando l’imbarazzo classico di chi compone poesia, si mettono a confronto e si espongono, esponendo tutto quel frastuono di sensazioni che essi raccolgono nel discorrere della loro pena detentiva.
Sarà forse la dodicesima volta che intervengo nel corso di queste lezioni e ancora adesso, in quest’istante, abbandonerei questa tastiera sopra cui scrivo per andare a trovare i ragazzi, tirar fuori quanto di poetico e sofferente può conoscere la reclusione, portare avanti un percorso che in tre mesi ha portato alla stesura di vere perle di poesia giovanile e testimonianze di prime o seconde-generazioni migranti. Fino all’ultimo spingerò perché questo percorso permanga e avanzi dentro quell’aula nei tempi a venire.
Elena mi fa cenno con il viso. Capisco che sono arrivate le 19.00 ed io devo uscire, i ragazzi tornano in cella.
A. è il più triste, con lui abbiamo un rapporto d’amicizia che sembra andare avanti da anni.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Maggio 2016

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