|Slam[Contem]Poetry|

i nuovi poeti+ | […] SpokenWordPoetry

Francesco Deiana: arrabbiarsi poeticamente con criterio

L’intervista a Francesco Deiana che proponiamo è a cura di Alessandro Scanu e Dimitri Ruggeri. Si è basata sull’analisi delle numerose performance del poeta in reading pubblici, poetry  slam, su una lettura di poesie scelte e della sua ultima pubblicazione Storia della filosofia a sonetti (2016, Sui Generis | 2014, Matisklo in ebook). 

Le risposte cominciarono ad arrivare quando iniziai a scrivere poesie, cioè quando cominciai a sentire il suono delle parole. La metrica ti impone delle scelte chiare, ti spinge a mettere un punto, ti obbliga a “chiudere il trick” […] F.D.

INTERVISTA di  Alessandro Scanu e Dimitri Ruggeri

Scanu: La prima domanda non può che essere sulla forma che mostri di prediligere, il sonetto. Qual è, secondo te, il senso di scrivere ancora sonetti nel 2016? E quale il tipo di sperimentazione è oggi possibile con questa forma, soprattutto in relazione alla Spoken Word? Non c’è il rischio di cadere in un manierismo garantito solo dall’esistenza di precedenti illustri?

Deiana: Moltissime persone sono stupite dal fatto che nel 2016 ci sia ancora gente che scriva sonetti. Oggi è spiazzante. Le reazioni sono di due tipi, si va dall’entusiasmo di chi vede nel sonetto la forma più alta di poesia, alla costernazione di chi lo reputa una forma morta e sepolta. Entrambe queste reazioni sono mosse dal medesimo pregiudizio: credere che il sonetto sia una forma poetica vecchia. In realtà, i sonetti hanno vissuto una vita propria. Per quel che mi riguarda mi hanno sempre accompagnato, così come le ottave e le sestine. Ricordo mio padre che ne declamava assieme agli amici quando ero piccolo, ricordo intere serate passate a leggere in compagnia i sonetti di Trilussa, di Olindo Guerrini, di Aretino, quando ero poco più che adolescente. Poi ricordo alcuni Poetry Slam vinti da poeti che declamavano sonetti. Penso ad Alfonso Maria Petrosino o Marco Simonelli per citare i due, a mio giudizio, più forti. Anche Francesca Genti ne scrive di bellissimi che ho avuto il piacere di leggere e ascoltare in radio. Oggi mi sembra che scrivere sonetti sia come giocare a scacchi. Impari le regole e una volta che ti addentri nelle strategie, si aprono molteplici combinazioni, e più ne scrivi, più diventi bravo e hai voglia di scriverne.

Le combinazioni, in particolare per quel che riguarda l’endecasillabo, possono poi aprire a molte sperimentazioni. Molte, ma non troppe. Dà un ventaglio di possibilità limitate entro le quali muoversi, dà libertà, ma dice pure dove fermarsi, che se ci si pensa è un vantaggio notevole. Quando mi si chiede perché scrivo sonetti o, in generale, perché utilizzo la forma chiusa e la rima, rispondo citando T. S. Eliot: “rifiutare la rima non è semplificarsi la vita, al contrario richiede una tensione molto più severa nei confronti del linguaggio”. (T. S. Eliot, Riflessioni sul “vers libre” in l’uso della poesia e l’uso della critica, Milano 1974).  Scrivo sonetti perché in fondo è più facile!

Scanu: In un sonetto che hai intitolato emblematicamente “Non prendetemi sul serio” compaiono questi versi: “Scrivo e sostanzio il nulla più profondo, / lo rendo più reale, più tangibile / e, sotto certi aspetti, più fecondo.” Ti andrebbe di chiarire quella che a prima vista potrebbe apparire una contraddizione tra il ‘nulla’ che stagna in fondo alle parole e la loro possibile fecondità? Perché proprio la poesia garantirebbe una certa fecondità al discorso? Oppure non dobbiamo prenderti sul serio?

Deiana: Alla base di molti sonetti che scrivo c’è la filosofia. Questo sonetto si apre con una “contraddizione performativa” che guida tutta la poesia. Le “contraddizioni performative”, di qualunque tipo esse siano, sono bellissime, hanno un’eleganza e un’ovvietà che mi incanta, sono la porta d’accesso a nuovi sensi, sono una bussola per capire e capirsi. Qui la sfida è stata quella di rimanere in superficie, cavalcare la contraddizione senza contraddirsi, rimanere al suo interno per vedere dove portava, verso quale uscita. È un gioco che faccio spesso. Seguo la trama che intreccia la metrica, parola dopo parola, accento dopo accento, rima dopo rima. Per le prime due quartine vado così, un po’ a caso, poi inizia una tensione diversa. La prima terzina, anche detta “terzina interlocutoria”, prepara la chiusura e l’ultima terzina, quella decisiva, offre la soluzione. Cerco una soluzione che dissimuli la contraddizione, che sia una soluzione logica e di ritmo. Quando il gioco riesce provo un grande piacere che spero possa provare anche chi legge. Ma, si sa, come ci ricorda Pavese: “fare poesie è come fare l’amore, non si saprà mai se la tua gioia è condivisa”. Comunque quando dico: “non prendetemi sul serio”, sia chiaro, sono serio.

Scanu: Uno dei sonetti che mi ha più colpito è “Io sono bello”, in cui le due quartine e la prima terzina descrivono l’autocompiacimento di un “bel” soggetto davanti allo specchio, mentre la terzina in chiusura (Sento però qualcosa di bestiale, / covo la rabbia di duemila iene / che aspettano soltanto di far male.) rovescia il senso del componimento.  La poesia può aiutare a distinguere “chi credo d’esser da chi invece sono”, come affermi in un altro sonetto? Un brano del rapper Lou X recita così: “la voglia di colpire in maniera inesorabile, / gira tra la gente incontrollabile […] mi esprimo, nella quiete porto il delirio”: in questo senso la rabbia viene intesa come qualcosa di positivo, che possa innescare un cambiamento (se non altro di sensibilità, di percezione delle cose) nello stato di quiete di chi ascolta/legge. Tu come la intendi?

Deiana:“Io sono bello” è una poesia che mi ha portato fortuna. È anche grazie a quel sonetto se mi sono qualificato alle finali nazionali di Poetry Slam della LIPS. Non so perché piaccia, non credo abbia qualcosa in più rispetto a molti altri sonetti che ho scritto. Forse il finale a sorpresa. La tecnica è la solita, parto da un’immagine iniziale e la sviluppo lasciandomi guidare dalla metrica e sforzandomi di essere coerente. Ricordo di essermi bloccato dopo la prima terzina. Non sapendo più come proseguire l’ho lasciato decantare qualche giorno, poi, impaziente di trovare una soluzione, mi sono lasciato andare, ho allentato un po’ le redini dell’argomentare e ho trovato questa soluzione, a mio parere un po’ sbrigativa, ma onesta. Il potenziale di questa chiusura e il senso di liberazione che dà, l’ho potuto sperimentare durante le letture dal vivo. Ricordo la prima volta che lo lessi in pubblico. Finita la lettura le persone rimasero in silenzio, non ebbero alcuna reazione, tanto che ho dovuto sottolineare con un gesto che la poesia fosse finita. Ci fu un timido applauso, mi sembrava fosse stato un flop, salvo poi ricevere dei voti che mi fecero vincere lo slam. Lì ho capito che quella poesia aveva del potenziale. A ogni modo credo che la poesia aiuti a distinguere chi si crede di essere da chi si è realmente, o meglio, aiuti a scoprire lati di sé che non si sapeva di avere. Credo che la rabbia sia proprio uno di questi lati, un lato che siamo culturalmente portati a nascondere e reprimere. Penso di avere una strana tendenza a giustificare tutto e tutti, a trovare una ragione per qualunque cosa, per qualunque torto. Sono stato sempre pronto a mettermi nei panni degli altri e chiedermi “io, al loro posto, cosa avrei fatto?”. Da un po’ di tempo però sto capendo che questa mia tendenza potrebbe essere un meccanismo di difesa, una sorta di anestetico contro le delusioni, un meccanismo che va disinnescato. Ancora una volta è la metrica che mi aiuta a dare una forma a qualcosa che altrimenti rimarrebbe inespresso, mi aiuta, diciamo, ad arrabbiarmi con criterio. Faccio mio l’insegnamento aristotelico secondo cui l’ira non è un male in sé, quanto un sentimento necessario che va gestito, e che il problema non è eliminare la rabbia in sé, non arrabbiarsi mai, quanto imparare ad arrabbiarsi in modo sano, fare in modo che la rabbia diventi uno strumento al nostro servizio.

Scanu: Quali sono, secondo te, le possibilità e i limiti del Poetry Slam?

Deiana: È da poco uscito un testo di Dome Bulfaro (1) che racchiude molte testimonianze di poeti e organizzatori di Poetry Slam che provano a dare una risposta a questa domanda. Provo a darla pure io. Per quel che mi riguarda i limiti del Poetry Slam sono tutti rintracciabili nella nozione di format. Non intendo dire un format specifico, ma il format in sé. È un’operazione assai discutibile inserire la poesia all’interno di un format preconfezionato come quello del Poetry Slam. I tre minuti di tempo, la votazione, la giuria, l’eliminazione, il passaggio a turni successivi, la proclamazione di un vincitore, sono tutti limiti che sono però costitutivi, cioè che definiscono che cosa è un Poetry Slam. Il termine limite richiama la parola critica: criticare significa svelare i limiti di qualcosa, definirne i contorni e, contemporaneamente, metterne in luce le reali possibilità. Allo stesso modo ricondurrei tutte le possibilità a un unico valore: essere letti e ascoltati con attenzione da un pubblico. Non c’è un vantaggio più grande di questo. Sottolineo questo elemento perché ogni poeta, o aspirante tale, sa quanto è difficile trovare qualcuno che ascolti con attenzione i propri versi. Un Poetry Slam organizzato bene ti fa questo grandissimo regalo. E contemporaneamente ti permette di conoscere altri poeti e di entrare in una rete di relazioni che, almeno sulla carta, hanno come interesse promuovere la poesia. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a partecipare a molti Poetry Slam e a organizzarne nella mia città.

Scanu: Il verso “per ogni nostra scelta individuale / c’è una conformazione neuronale” (da “Poesie come fenomeno virale”), sembra prendere atto in maniera paratattica e lapidaria della fine dell’illusione dell’originalità dell’Io. Quello dell’identità è un tema su cui torni anche nella poesia “Il camaleonte” (nomen omen!), i cui ultimi versi recitano “ma con tutta la gente che conosco / mi sa che non so più chi sono io”. Mi hai fatto venire in mente Fernando Pessoa, un poeta che con i suoi eteronimi ha fatto della spersonalizzazione un fatto più letterario che psicologico, il quale nella sua ‘Tabaccheria’ ha scritto “Essere quello che penso? Ma penso di essere tante cose!”. Poco dopo, però, Pessoa aggiunge “Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarò / La calligrafia rapida di questi versi / portico crollato sull’Impossibile”. Nel tuo sonetto mancano invece toni anche solo vagamente consolatori: “come colui che sa d’avere un dono / attingo a piene mani dalla fonte, / posso apparir cattivo oppure buono / e, cosa migliore, non lascio impronte”. Più disilluso, dunque?

Deiana: Che rapporto c’è tra psicologia e neuroscienze? Fin dove il nostro pensiero può modificare il nostro cervello? Quali stati di coscienza possono essere indotti con la somministrazione di farmaci? Non sono uno psicologo né un neuropsichiatra, però mi pongo queste domande e provo a darmi delle risposte come poeta. Tramite le poesie sondo lo stadio di sviluppo della mia persona, sperimento il livello di consapevolezza raggiunto e sono convinto che ciò abbia un ruolo benefico per il mio organismo. In questa fase della mia vita, quando mi chiamano “poeta”, o mi si riconosce come “quello che scrive sonetti” o ancora “quello dei sonetti filosofici”, provo una sensazione di piacere, mi sento molto gratificato. Questo genera uno stato di benessere che paragonerei facilmente all’assunzione di un farmaco. Credo che più ci si rende conto di essere vincolati a parametri naturali e più si può esercitare la propria libertà. Per quanto riguarda il paragone che fai con Pessoa, mi sento molto lusingato perché apprezzo soprattutto la tensione metafisica che il poeta riesce a esprimere nei suoi versi. In lui c’è una sorta di annullamento del pensiero che mostra il legame tra universale e particolare. Riuscire a vedere questo legame è di per sé consolatorio. A mio parere, il fatto stesso di scrivere poesie lo è, non c’è bisogno di offrire nei contenuti una soluzione, perché questa dovrebbe già offrirsi nella musicalità delle parole e nella metrica.

Scanu: “È come avessi sempre avuto un dono: / io so cosa vuol dire essere buono, / ma se qualcuno sbaglia non perdono” (da “Se capisco mi appassiono”). L’immagine del dono ritorna più volte nei tuoi sonetti con un’accezione, mi sembra, leggermente differente da quella positiva che di solito si associa a questa parola. Cosa significa per te avere un dono?Stando all’enciclopedia online Treccani “il dono è una forma di scambio in cui non vi è un’equivalenza prestabilita: si tratta inoltre di uno scambio differito nel tempo”. Sembra quasi una possibile definizione del rapporto tra poeta e comunità, se è vero, come dice Lello Voce, che “Si scrive sempre «per un popolo che non c’è»”. Cosa ne pensi?

Deiana: Mi fai notare alcune cose di cui non mi rendo conto neanche io. È vero, ho spesso usato il concetto di “dono” come metafora di vita e di unicità. Sono convinto che tutti abbiano “un dono”, un daimon, qualcosa in potenza che aspetta solo di essere realizzato. Il problema è riconoscerlo e trovare la strada per realizzarlo affinché non rimanga inespresso e, soprattutto, fare in modo che questa strada non sia vissuta come un destino ineluttabile imposto dall’alto. Spesso ho avuto questa sensazione, quasi fosse una colpa da espiare, ed è questa l’accezione negativa del termine “dono” di cui credo ti sia accorto. Oggi scrivere poesie fa parte della mia vita, è qualcosa che forma la mia identità e crea continue relazioni con gli altri. Le prime volte che scrivevo sul mio quaderno immaginavo di scrivere per qualcuno che non sapesse nulla di me, ma che fosse ontologicamente identico a me. Questo esperimento mentale mi imponeva uno sforzo di autenticità, di onestà intellettuale, di apertura tale da ridefinire continuamente il senso dello scrivere, istanza questa a cui rimango fedele ancora oggi.

Ruggeri: Nella tua pubblicazione “Storia della filosofia a sonetti” riproponi un modello poetico già impiegato dagli antichi ossia l’unione della poesia con la filosofia. Come pensi che questo binomio possa essere adattato al mondo attuale?

Martin Heidegger dice che “il linguaggio stesso è Poesia nel suo senso essenziale”(2), rimarcando così l’impossibilità di dire l’essere con il linguaggio della metafisica occidentale e la necessità, invece, di servirsi di quello poetico. “Dove si trova l’amore, l’ho letto nelle poesie”(3) dice Rocco Hunt mostrando così di essere d’accordo con Heidegger.
Come ho già detto, per me, la filosofia è centrale, su temi filosofici prende corpo il mio percorso poetico. Si dice spesso che la filosofia pone le domande e la scienza dà le risposte. Per quel che mi riguarda a dare le risposte è la poesia.
Durante il mio periodo universitario ho riempito interi quaderni di riflessioni filosofiche sui temi più svariati. Il linguaggio, la verità, il bello, l’essere, la giustizia, ecc. sono tutti argomenti che affrontavo con il linguaggio metafisico di cui parlava Heidegger e che Rocco Hunt, giustamente, snobba. Li affrontavo con grande passione, ma poca consapevolezza, per questo motivo non riuscivo a giungere a conclusioni stabili, a risultati soddisfacenti. Mi mancava qualcosa, sbagliavo linguaggio.
Le risposte cominciarono ad arrivare quando iniziai a scrivere poesie, cioè quando cominciai a sentire il suono delle parole. La metrica ti impone delle scelte chiare, ti spinge a mettere un punto, ti obbliga a “chiudere il trick”, così la massa informe dei pensieri acquista dignità e il flusso di parole diventa come un cruciverba, un qualcosa a cui tutti possono accedere e che tutti possono risolvere.
Essendo quindi la poesia uno strumento per dare risposte, ritengo che oggi più che mai ci sia bisogno di poesia e che quest’ultima debba affidarsi ai quesiti filosofici per orientare il suo cammino. Ancora oggi la poesia è detta nelle piazze e la gente la ascolta facendosi anche una cultura. Penso ai cantadores in Sardegna, i poeti che improvvisano in ottave sui temi più disparati. Penso a Rocco Hunt e i rapper che offrono una visione del mondo a un pubblico di più o meno giovani. I cantadores declamano alla piazza, i rapper ai concerti e su Yuotube. In un certo senso sono come i saggi che offrono una visione del mondo, un’interpretazione della realtà accolta dalla comunità. Con “Storia della filosofia a sonetti” intendo compiere una operazione simile, voglio proporre una visione del mondo alla comunità, voglio poter dire: “guardate un po’ cosa ho scoperto!”.

Ruggeri: Quali filosofi si sono prestati meglio al tuo esperimento poetico e quali meno.

Deiana: Ho scritto “Storia della filosofia a sonetti” durante un arco temporale che va dal 2012 al 2015 e sicuramente alcuni sonetti sono venuti meglio di altri. L’ordine di stesura non segue l’ordine cronologico del libro. Tra i primi che ho scritto, ad esempio, c’è Karl Popper e, sicuramente, gli ultimi che ho scritto, tra cui c’è Anassimandro, mi sembrano venuti meglio rispetto ai primi, sono più precisi e puliti.
L’operazione che ho compiuto è stata quella di selezionare poche nozioni, qualche termine tecnico e massimo due concetti per ciascun filosofo o corrente di pensiero e trascriverli in versi. Considerando la funzione didattica e divulgativa che ho voluto dare al libro, la scelta dei filosofi, dei termini e dei concetti, per quanto arbitraria, è stata dettata dalla loro rilevanza storica e notorietà. I manuali a cui ho fatto maggior riferimento sono stati quelli di Giovanni Reale per la filosofia antica, Giuseppe Cambiano, Maurizio Mori, Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero per la filosofia medioevale, moderna e contemporanea.
Anche se non sono io a doverlo dire, credo che la buona riuscita di ciascun sonetto non sia dipesa né dalla mia conoscenza del filosofo né dal pensiero del filosofo che mi accingevo a proporre. Filosofi che amo e conosco abbastanza bene come Agostino d’Ippona, Cartesio e Edmund Husserl non sono venuti meglio di altri che ho dovuto studiare da zero o che detesto. In alcuni casi mi sono divertito e prenderli in giro, a sottolineare aneddoti filosoficamente irrilevanti, ma arcinoti, come è il caso dell’evirazione di Pietro Abelardo; in altri ho fatto una sorta di collage degli slogan del filosofo, come per esempio in Friedrich Nietzsche; in altri casi ancora ho scelto un solo concetto che ha occupato tutti i quattordici endecasillabi, vedi il concetto di “a priori” nel sonetto su Emanuel Kant.
Una menzione speciale voglio farla però all’intero blocco dei filosofi medioevali. I sonetti cha vanno da Agostino a Guglielmo da Ockham sono stati quelli che mi hanno fatto più sudare, ma che allo stesso tempo mi hanno dato più soddisfazione.
Tra gli ultimi che ho scritto, Seneca, Meister Eckhart e Max Stirner sono filosofi a cui non avevo pensato, ma che, sotto consiglio di amici e conoscenti, ho ugualmente realizzato. Adesso, per le prossime edizioni, chiedo sempre a chi ha letto “Storia della filosofia a sonetti” di segnalarmi quale filosofo avrebbe voluto leggere e non ha trovato. Ho già una lunga lista e mi sono messo a lavoro, per il momento ho pronti Hans Georg Gadamer e Gilles Deleuze.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Settembre 2016

Biografia

Francesco Deiana nasce a Torino nel 1981, è un docente, un poeta e un performer torinese, porta avanti l’attività poetica partecipando e organizzando reading e Poetry Slam. Conduce la trasmissione radiofonica “Poetry Club” su Radio Banda Larga ed aggiorna con regolarità il suo blog. Per Sui Generis ha pubblicato “Storia della filosofia a sonetti”, scaricabile anche nella versione ebook per i tipo di Matisklo.

note
1 Dome Bulfaro, “Guida liquida al poetry slam”, AgenziaX 2016
2  M. Heidegger, Sentieri interrotti, ed. it a cura di P.Chiodi, La nuova Italia, Fiernze 1984, p. 120.
3 R. Hunt feat. Clementino, O’ mar’ e o’ sole, in “Spiraglio di periferia” , Honiro label 2012, https://www.youtube.com/watch?v=mqVMZB5KPjY min. 1,37.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Sostieni il progetto

PayPal - Il sistema di pagamento online più facile e sicuro!

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

images

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: