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Il contemporaneo irrompe nelle forme classiche: quali i rapporti di forza?

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I relatori Julian Zhara e Marco Simonelli

Appunti dell’intervento che il poeta Marco Simonelli ha tenuto il 12.11.2016 nel corso del seminario dal titolo Spoken word/music/poetry. Punti fermi e prospettive della poesia contemporanea presso Università degli Studi D’Annunzio di Chieti – Pescara (Polo di Lettere, Aula 1 – Chieti)  nell’ambito del Festival delle Letterature dell’Adriatico (FLA) 2016. L’incontro è stato moderato da Dimitri Ruggeri e Alessandro Scanu.

E qui forse dovrei specificare che per me il concetto di “forma classica” è strettamente legato al dire ad alta voce, all’oralità intesa come dantesca “retorica acconciata per musica”. (M.S.)

Prima di tentare di illustrare le dinamiche che hanno portato elementi della contemporaneità ad inserirsi nella mia scrittura, mi sento in dovere di specificare che tali elementi non hanno propriamente fatto irruzione nei miei versi: il termine irruzione fa pensare ad un’azione violenta compiuta perlopiù da individui maleducati che barbaramente abbattono porte e cancelli e devastano gli interni di luoghi altrimenti civili e pacifici. Il cosiddetto contemporaneo, nel mio caso, si è palesato in maniera molto discreta, mi ha ampiamente corteggiato, lusingato e blandito fino a meritarsi l’attenzione della mia ricerca metrico-stilistica. Detto questo, passerei ad illustrare i casi specifici che, nel corso degli ultimi quindici anni, hanno visto incontrarsi sui miei fogli forme più o meno classiche ed elementi tratti e desunti dal tempo in cui ci è toccato, per sorte non sappiamo quanto fausta, vivere.

Il mio primo lavoro in cui ho sentito l’esigenza di esplorare una materia tramite l’utilizzo di una forma chiusa della tradizione italiana risale al 2004 e si intitola Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste. Si tratta di un monologo in versi vagamente ispirato alle varie iconografie del martirio di San Sebastiano. È un brano furibondo che replico ancora dopo dodici anni dalla sua composizione e per me ebbe l’effetto di un coming-out in versi. Scelsi di dichiararmi pubblicamente omosessuale tramite la composizione di un poemetto drammatico. Il mio Sebastian è detto “Sesto” perché sviluppato a partire da una sestina lirica (se vogliamo la forma più complessa del vasto repertorio delle forme poetiche italiane). In quel caso non si trattò di un’irruzione del mio tempo in una forma, fu piuttosto una detonazione, un’esplosione della forma classica: rielaborai la sestina originale tramite tecniche di associazione fonica, resi il dettato una sorta di rap di endecasillabi e settenari, lo organizzai come una partitura in versi per lo strumento-voce. Si ispira vagamente, almeno in certe sue soluzioni sceniche, a un brano di spoken-word di Lydia Lunch contenuto nel suo album “Oral Fixation”. E qui forse dovrei specificare che per me il concetto di “forma classica” è strettamente legato al dire ad alta voce, all’oralità intesa come dantesca “retorica acconciata per musica”.

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da sin. Alessandro Scanu, Julian Zhara, Dimitri Ruggeri, Marco Simonelli e Andrea Pompa

Nel 2008 ho pubblicato Palinsesti, un “canzoniere catodico”, come recitava il sottotitolo. Si tratta di poesie in cui compaiono personaggi reali o fittizi prelevati da un immaginario televisivo. Da Vanna Marchi a Cristina D’avena passando per i Puffi e Marzullo, queste figure mi permettevano di affrontare temi più o meno autobiografici nascondendomi dietro maschere pop. La mia era anche una sfida al tempo: la popolarità di questi personaggi era destinata a scomparire entro pochi anni, tuttavia costituivano un bacino di immaginario generazionale comune ed il mio altro non era che un tentativo di riciclaggio di immaginario sporco. Se vogliamo, ancora una volta, la mia poesia si strutturava seguendo l’esigenza dantesca di usare figure del proprio tempo a fini allegorici: così come Ciacco nella Commedia è il goloso per antonomasia, così in Palinsesti Vanna Marchi era la truffaldina imbonitrice che instillava negli spettatori sovrappeso il desiderio di dimagrire. Scrissi per lei un’Apologia in cui sostenevo che il reato fosse “il denaro rubato/ ma non l’imperativo “dimagrisci!”/ l’inifinito carisma alla speranza/ di vedere un giorno ridotta la panza”.

Nel 2006 fui contattato da tre poeti miei amici (Lorenzo Durante, Federico Scaramuccia e Tommaso Lisa) per un progetto poetico che prevedeva la riscrittura dei sonetti shakespeariani. Non mi consideravo essenzialmente un poeta neometrico, anzi, per me la forma era una conseguenza della materia che di volta in volta trattavo e non avrei mai pensato di affezionarmi, come poi accadde, a quel feticcio che è il sonetto elisabettiano. Scrissi, partendo dal testo shakespeariano, 20 sonetti-parodia: immaginavo che la voce del Bardo fosse sostituita da quella del  “fair-friend”, il giovane “amico” oggetto del suo poetare. Nei sonetti viene ampiamente cantato l’amore platonico che lega Shakespeare al fair-friend: io immaginai che detto fair friend, a distanza di secoli, fosse stufo dell’amore platonico e richiedesse anzi attenzioni decisamente più carnali. Il progetto editoriale originale purtroppo si arenò. Nell’estate del 2006 io mi ritrovai a trascorrere un’estate in Versilia, un luogo in cui se non sai giocare a canasta puoi benissimo impiccarti. Lì, per vincere la noia, rimisi mano ai miei venti sonetti, presi a scriverne di nuovi ad un ritmo forsennato, tanto che per l’inizio dell’autunno il numero superava abbondantemente la centuria. Di questi cento e più sonetti, molti vennero pubblicati su riviste (ricordo una scelta su Smerilliana e Tabard) mentre ventiquattro vennero pubblicato nel 2009 da d’If nella plaquette Will, a seguito della vincita del premio Russo-Mazzacurati. Si tratta di una collezione di storie d’amore, sesso ed edonismo che rigorosamente rispettano la misura delle tre quartine a rima alternata più distico a rima baciata. Qui credo che il rapporto fra forma classica e contemporaneità sia fisiologica: si tratta di restituire al sesso e alla corporalità la stessa dignità che per secoli ha avuto in poesia l’amore platonico e per farlo è ovviamente logico lottare ad armi pari, usare gli stessi micidiali quattordici versi. Io poi tendo a dare del sonetto un’interpretazione junghiana: per molti si tratta di una gabbia, una costrizione/castrazione, una vagina dentata insomma. Io tendo ad attribuire invece alla forma chiusa una valenza più fallica e sono solito immaginarmela come una trivella che affonda nelle possibilità linguistiche ed espressive dell’inconscio facendone sgorgare immagini.

Queste varie fasi di sperimentazione linguistica e formale sono adesso raccolte in un’edizione d’arte intitolata Poesie d’amore splatter, un’antologia di poesie scelte che è apparsa per le edizioni di Sartoria Utopia in cento esemplari rilegati a mano. Ho sentito l’esigenza di raccogliere quei testi per mettere una sorta di punto fermo ad un’esperienza decennale che mi ha visto dire i miei versi (“performare”, dicono alcuni) in tutta Italia durante presentazioni, festival, reading, slam, in librerie, biblioteche, piazze, bar, locali notturni e case private. Dovunque ci fossero insomma ascoltatori o lettori (“fruitori” di poesia è l’espressione che prediligo).

Una scelta antologica presuppone comunque la fine storicizzabile di un lavoro e difatti la mia scrittura in versi, all’incirca nel 2010, cioè con l’inizio della stesura di Firenze Mare, aveva subito una modifica sostanziale e formale: il mio verso si era in qualche modo espanso, dilatato, sembrava apparentemente voler lambire la prosa. In realtà la maggior parte dei versi delle mie ultime raccolte nascondono settenari, doppi settenari ed endecasillabi variamente abbinati e strutturati in strofe che tentano di essere quanto più possibile regolari. Al cambio di impostazione metrica corrisponde infatti una diversa direzione della scrittura, in un certo senso accompagnata da una maturazione tematica: rinuncio alla parodia dei modelli, cerco l’ironia a discapito del sarcasmo, mi concentro sulla possibilità che ha la scrittura poetica di documentare la Storia e le storie di luoghi e persone fisiche (nel caso di Firenze Mare parlo della città in cui vivo e di alcuni luoghi della Versilia mentre ne Il pianto dell’aragosta, mio ultimo libro pubblicato, scrivo di persone realmente conosciute, in una sorta di bestiario umano). La forma è in definitiva legata alla capacità mnemonica, ritmo è reminiscenza, ricordo, ri-percussione che genera sicurezza mentre ri-evoca voci, situazioni, eroi ed eroine marginali, protagonisti affettivi o avversari, antagonisti, addirittura nemici. Di più: la forma prevede un rapporto e non mi riferisco al classico rapporto “io-tu” della tradizione lirica, piuttosto a quello più astratto che intercorre fra artista e materia, autore e tempo.

RIPRODUZIONE RISERVATA 2016

Marco Simonelli_mariabluph.jpgMarco Simonelli (Firenze, 1979) è un poeta, traduttore e performer. Esordisce col racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ’66. Nel 2004 scrive  il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste riscrittura omoerotica del martirio di San Sebastiano. Dall’opera è stata tratta una performance vocale. Nel 2007 è uscito Palinsesti – Canzoniere Catodico. Nel 2009 ha vinto  il premio Russo – Mazzacurati con Will – 24 sonetti. Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente, poema per voce ed elettronica. Nel 2011 è uscito L’estate sta finendo e nel 2012 Firenze Mare è apparso in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano. (Foto courtesy of Mariablu).

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