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From your LIPS, to God’s ear. Qualche riflessione sullo slam poetry

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Foto di repertorio di un Poetry Slam 2016 del Collettivo Poetry Slam Abruzzo Cento Italia

“È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sé, dentro un altro oggetto” C.B.

di Julian Zhara – Tutto ciò che concerne la moltitudine di rette che si può sommariamente accorpare sotto la bandiera di “poesia orale”, riguarda principalmente il rapporto diretto- quindi senza preservativi di carta al guinzaglio, carta casomai intesa come cimelio- tra la poesia dell’orante, fattasi voce, e l’ascoltatore nelle veci di pubblico o di audience, dipende da che prospettiva vogliamo analizzare questo rapporto. Quest’ultimo potrebbe, anzi dovrebbe, diventare lo strumento principale per il compito primo che un poeta, nelle veci di operatore culturale, oggi, dovrebbe impegnarsi a fare: l’alfabetizzazione poetica dei lettori. Se pensiamo alla costellazione-poesia, i poeti che si impegnano nel semplicissimo -quanto incompreso ai più- compito di pensare alla propria poesia con intenzioni musicali, studiando non solo le modalità compositive ma pure quelle esecutive, sono una minoranza ristretta. Se poi andiamo a indagare in questa minoranza ristretta, le correnti, perché vivaddio, con tutti i difetti che questo agglomerato ha, non gli si può affibbiare l’immobilità stagnante; dicevo, se andiamo a indagare le correnti, troviamo voci tra le più disparate, spesso in contrasto ideologico ma vive, di una vitalità che fermenta e si rigenera dall’ascolto altrui. Nell’etimo arabo e latino, l’ascolto si può ricondurre all’obbedienza (obaudire), alla sottomissione, anche per una frazione molto breve, verso chi sta parlando o dicendo le sue poesie, ma dobbiamo intendere la sottomissione, in questa relazione poeta/pubblico, come qualcosa di più intimo, con la verticalità che solo il gioco permette, senza porre in questo elementi di potere in otticaaltaristica. Non solo: il poeta che frequenta la voce come medium di trasmissione, deve, e posso confermarlo in tutti i poeti “orali” che ho visto e ascoltato, in tutti gli slam a cui ho assistito, un rispetto immenso, enorme per l’ascoltatore. Lo stesso rispetto che D.F. Wallace rivolgeva al lettore e bacchettava Ellis, reo di spendere “un sacco di energie a creare aspettative nei lettori, per poi godere nel lasciarli delusi: coccola il sadismo dell’audience per un po’, ma alla fine è chiaro che il vero bersaglio del sadismo è il lettore stesso”.

Una parte integrante di questa affezione orale, è proprio la composizione dei versi; va da sé la preferenza per una tessitura ritmica/accentuativa, in particolare tra quelli più letterari tra gli slammer o quelli confinanti col rap. Per cui, un poeta che mette in discussione la lettura personale, su carta, come UNICO strumento di diffusione ed esecuzione del testo poetico, sulla carta ci ha speso tanto di quel tempo e di quello studio manualistico, da lasciare basiti gli alfieri del verso libero. Anche quando i versi sono liberi, non si liberano mai della musica. Sembra che abbiano tatuato sui tendini del polso, su ogni nervo il motto di Verlaine “De la musique avant tout chose”. Quindi se Lello Voce tuona contro l’amusia che affligge la poesia italiana contemporanea, lo fa sorretto da una tradizione millenaria, e se andiamo a scandire metricamente i suoi versi, troviamo un uso sapientissimo dei “piedi” greci e latini. Se vogliamo camminare sempre con questi piedi si può fare la stessa analisi di vari testi di Frasca, Nacci, Bulfaro. I detrattori del fenomeno “spoken poetry” questo lo ignorano, o fingono di farlo.

I poetry slam, in 16 anni di diffusione italiana, proprio su iniziativa di Voce, sono diventati il più grande bacino di sperimentazione per un certo tipo di poesia; non solo, per alcuni poeti è un ottima palestra per correggere e rieditare una poesia (come il grande Porta che corregge, leggendo ad alta voce, il suo poemetto Melusina) o di vederne l’effetto di fronte a un pubblico curioso e di “colleghi sfidanti”; d’altro canto(ne), l’impressione che raccoglie presso alcuni letterati che per l’occasione chiameremo “custodi di cimiteri”, rubando la definizione a Sartre, è considerata poesia di serie B. Questo non solo accade per colpa di una critica miope, di un immaginario ancora più miope e astigmatico; un po’ la colpa è anche degli slammer stessi che si sono autoghettizzati, affrancandosi dal confronto critico per inseguire solo ed esclusivamente il pubblico. Un errore questo che rischia di diventare a lungo andare fatale per gli stessi poeti e per chi li legge e ascolta.

Se dovessi adesso sussurrare nelle orecchie di Dio qualcosa perché si avveri, ecco, gli direi più o meno queste cose. Magari con qualche passaggio in più ma come appendice il fatto che l’unica maiuscola dell’acronimo liPs, è proprio la P di Poetry.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Maggio 2017

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