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Poetry Slam Campionato Europeo 2017: Memorie di un campione


Pubblichiamo un reportage “emozionale” e emozionante di Simone Savogin che ha  partecipato alla finale europea 2017 di poetry slam che si è tenuta il 2.12.2017 al Centre Culturel Jacques Franck di Bruxelles. Simone si è qualificato alla finalissima dopo aver superato le semifinali insieme a  Chadeline (FR), Elena Wolff (AU), Bruno (IT), Frej Haar (SW), Rudka (PO), Peter Meszaros (HU), Rimmer (CZ), Lisette Ma Neza (BE) e Margalida (SP).

Dopo tre anni di competizioni internazionali che in realtà si riducono a sei episodi totalmente differenti l’uno dall’altro e impossibili da riassumere, l’unica conclusione a cui uno può giungere è che: cazzo quanto è bello “il conoscersi”!. Davvero, posso giurare su tutto ciò che volete, che questi momenti aggregativi per poeti sono tutto, meno che competizioni. L’attaccamento ai voti, le rivalità, il far le pulci su cosa sia poesia e su cosa no, davanti a spettacoli del genere, tornano a rintanarsi nel cantuccio dove ci si dimentica sempre di relegarli.

Sarà il mio animo aperto e forse non prendo abbastanza seriamente le cose, ma auguro a tutti di avere la possibilità di scoprire: che i serbi possono sembrare sempre seriosi e “calmi come delle bombe” (cit.), ma spesso hanno animi profondi che ti stendono con poesie che si chiedono se, come succede per gli uomini, che perdono 21 grammi al momento del decesso, anche le città che muoiono perdano peso, se quando rinascono siano davvero risorte o qualcosa resti, di quella morte; che negli slam internazionali, soprattutto d’impronta anglosassone, funziona infinitamente di più lo speech, quella forma di far slam che porta a un livello poetico (spesso velato e in secondo piano) il “tenere discorsi” su argomenti fondamentali come la violenza sulle donne, il razzismo, l’omofobia, il bullismo e tanto altro; che i portoghesi sono quasi sempre i più aperti a voler condividere, a voler sorridere e avvolgerti nel suono; che i testi che si portano sono come si dice degli occhi, lo specchio di chi si è, ma ancora di più, visto che tutto è onda, i testi che si performano sono quelle vette crestate e piene di armoniche, sono nuovi inizi di onde in divenire, sono nodi perfetti e sempre perfettibili di tutto quello che si ha da dare. Credo che un aspetto fondamentale e da non dimenticare sia che in finalissima sono giunte 3 donne, che anche l’anno scorso abbia vinto una donna che sapeva unire poesia e contenuti, esattamente come quest’anno, esattamente come tutti quelli che si lamentano di derive stand-uppistiche o che inneggiano a brogli o mafiosità, vorrebbero accadesse. E questo spunto mi ha fatto pensare che come per “la necessità” che “aguzza l’ingegno” e che perché una rivoluzione avvenga chi la guida lo fa perché non ha più nulla da perdere, secondo me questa società dovrebbe accorgersi, almeno accorgersi, di avere un grosso problema con la disparità tra i generi.

Simone Savogin

Se poi vogliam tornare sulla gara in sé, non vorrei suonare saccente o facilone, ma vorrei dire a tutte le persone che s’impuntano sul fatto che i risultati non sono quelli che voglion loro, che “questa non è poesia”, che fanno del lamentismo una cifra, come se lamentarsi e odiare avessero essi stessi un valore, che a tutti noi piace lo slam perché è un momento per condividere e conoscersi, che la gara è un pretesto, che “il miglior poeta non vince mai” (e non la uso come scusa, infatti, dopotutto, che è successo a me in Italia?) e che, davvero, questa forma d’arte è bella perché ha un’infinita serie di livelli che possono solleticare tutti i cuorianimecervelli. Vi piace il rap? Andate a sentirvi il pezzo frenetico della francese che eviscera l’annosissimo problema del procrastinare. Vi interessano i temi forti? Andate ad approfondire quel che dice la campionessa belga di quest’anno, con una voce quasi sempre rotta, che diventa musica in canti dal sapore africano e che salta di lingua in lingua con una facilità disarmante e che ti apre essa stessa la mente. Vi piace la poesia lineare? Andate ad analizzare i sonetti dell’estone che dedica a sua madre 4 analisi profonde di attentati atroci. Volete il suono e il corpo? Andate a sentirvi i portoghesi. Vi piacciono le L, le T e le E? Tuffatevi nel finlandese. Vi divertono i salti dalla realtà brusca delle situazioni estreme ai divertenti deliri di filosofi e psicologi? Godetevi tutto lo spettacolo che sono queste riunioni di stili, ambienti, tradizioni e voglie.

Savogin 2Quel che vi piace, c’è. Bisogna solo accettare il fatto che non tutto va come uno vuole. Ovviamente tutte le critiche son costruttive e bisogna sempre lavorare per migliorare: è più bello che ognuno usi la propria lingua, così si possono assaggiare le sfumature sonore e ritmiche; utilizzare l’inglese quando non è la tua lingua madre ti avvantaggia perché una buona fetta di pubblico non deve leggere i sottotitoli, ma può guardarti in faccia e godersi meglio il tutto; la beniamina di casa ha la claque; le decisioni degli organizzatori possono essere discutibili; l’applausometro è una minchiata (la sua inefficacia è stata palese a tutti, ed esattamente come quando sale sul palco uno che non ti piace, lo si lascia perdere e si passa oltre, ché lo spettacolo non ne risenta). È sano, giusto e sacrosanto, che si discuta e si tenti sempre di migliorare, ma per quanto mi riguarda, il punto in cui siamo è già una buona promessa per il futuro. Come quasi tutto e come quasi sempre, è una questione di educazione.

Vedere un centinaio di persone che popolano un centro culturale stupendo ALLE DUE DEL POMERIGGIO DI SABATO, pronte a sorbirsi nove ore di poesia, è una cosa splendida e soverchiante. Vedere che triplicano la sera, lo è ancora di più. Sentire che quasi la totalità dei partecipanti è lì per dare i meglio, ma soprattutto VIVERE il meglio di tutti gli altri, mentre i competitivi e i musoni si auto-annientano, è una sorpresa tanto semplice quanto dirompente. Vedere tutto quel dispendio di tempo, energie e fondi per mettere in moto una struttura che personalmente trovo enorme, ma che ha dovuto inginocchiarsi davanti all’onda assurdamente enorme dell’interesse degli spettatori da casa (il voto online si è riavviato 3 volte perché c’erano momenti con più di 5000 persone che volevano votare contemporaneamente!), a me fa respirare bene. Non voglio fare paragoni tra Italia ed Europa o Mondo, non sono abbastanza competente, ma posso dire che chi partecipa agli slam in contesti internazionali, ha capito che la forza di rottura di questo mezzo comunicativo non ha confini visibili, che non esiste nessun “accento” sulla parola POETRY, come non esiste nessuna vera differenza tra i livelli comunicativi. Ognuno esprime ciò che può, che vuole e che sente. Punto. Il pubblico del luogo e del momento recepisce e reagisce votando chi lo fa risuonare di più. Punto. Chi partecipa decide se stare lì a far pulci e criticare, oppure se lasciarsi sommergere da tutto quello che gli altri hanno da splendere. Punto. Insomma, lo slam sta diventando un mezzo comunicativo artistico sempre più grande e importante, la poesia sembra muovere masse sempre più grandi e, secondo me, tutti gli sforzi, ora, vanno incanalati verso un’educazione del più ampio pubblico possibile all’ascolto e all’apprendimento. Il format si presta ad adattarsi ai luoghi e alle situazioni più disparate, ghettizzarsi non è mai servito a niente, aprirsi e liberarsi è sempre un guadagno.

Ps. ci son volute almeno 5 versioni, prima di arrivare a un sunto condivisibile, sempre per la storia dei livelli interpretativi degli slam, chiunque volesse maggiori dettagli, non ha che da contattarmi.

 

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Un commento su “Poetry Slam Campionato Europeo 2017: Memorie di un campione

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