i cannibali della parola

Slam[Contem]Poetry

Francesca Fini: oltre i medium della parola

TYPO#4 è una performance totalizzante dall’artista Francesca Fini. L’opera pone l’attenzione direttamente sul medium (una semplice macchina da scrivere),  generatore della parola (e della performance), che diventa dinamicamente l’assoluto protagonista, oltre la poesia, il poeta, la performance, il mondo. Questa proposta trasversale, nell’ambito strettamente poetico, ci offre sicuramente un “cambio di visione” potendoci indirizzare verso nuove vie e affrontare nuove sperimentazioni visive, testuali, vocali e performative. A ragione, il coinvolgimento di quest’ artista nel progetto SlamContemPoetry non è un inserimento forzato, avulso dalla poesia,  ma a mio avviso, deve essere visto come un cavallo di Troia che aprirà nuove opportunità, nuovi cardini oltre le obsolete tradizioni “letterarie” che andranno a  innescare quella che potrebbe essere una nuova generation – gap – poetry di impronta performativa.  Francesca Fini è un artista internazionale che ha partecipato ai maggiori festival del mondo nell’ambito dei new media, cinema sperimentale e performance art. Ultimamente TYPO#4 ha preso parte alla selezione ufficiale del Japan Media Arts Festival 2017 e al Live Cinema Festival 2016 – Macro Contemporary Museum di Roma. La mia intervista ha  lo scopo di  stimolare la riflessione e aprire un dibattito completo. (Dimitri Ruggeri).

 

Come sei riuscita a trasformare il verso poetico in note musicali e immagini? In che modo hai fatto coesistere tutti questi linguaggi ?

TYPO#4, nella sua versione attuale, prevede la presenza di una macchina da scrivere Olivetti “Lettera 32” che è stata trasformata in una tastiera interattiva. Un sistema di sensori di contatto sono stati attaccati ai tasti della macchina e collegati attraverso una scheda Arduino al computer. Questo significa che ogni tasto della macchina da scrivere è stato trasformato in un pulsante capace di inviare al computer un segnale digitale. In questo trasferimento dal reame dell’analogico a quello del digitale, la potenzialità dei tasti della macchina Olivetti diventa infinita, una volta interfacciata ad un computer che gestisce un set multimediale. La macchina viene amplificata, “aumentata”, e resa capace di una serie di funzioni impreviste dal suo design e prima impossibili: può suonare come un pianoforte, o come migliaia di altri strumenti fantasiosi, attivare e disattivare clip e manipolarne il flusso, trasformare lo spazio attraverso la regolazione della luce, e via dicendo. La coesistenza dei linguaggi è gestita appunto dalla macchina da scrivere, feticcio analogico che si trasforma in dispositivo multimediale.

Fini1.jpgAd un certo punto la poesia diventa visuale, le parole si susseguono e diventano segno dinamico. Chi è il protagonista della performance?

Il protagonista della performance è sempre la macchina da scrivere. La macchina diventa il demiurgo dell’esperienza che fa il pubblico, e su di lei si concentra sempre tutta l’attenzione. dalla macchina scaturisce il complesso paesaggio sonoro e visivo che si dipana attraverso le parole del poeta. Le parole del poeta esistono in una dimensione bidimensionale, direi quasi effimera, fino a quando vengono trasformate contemporaneamente in segno d’inchiostro sulla carta (la macchina continua a funzionare come una normalissima macchina da scrivere) e in esperienza audiovisuale immersiva che inonda lo spazio performatico.

A tuo avviso questa “performance totale” si può ricondurre anche alla video poesia? Quale potrebbe essere il filo conduttore con la video arte?

Si tratta chiaramente di un lavoro di video poesia, ma dal vivo, il che fa la differenza. Chiaramente, ogni volta che il lavoro viene agito produce un output diverso, perché tutto è realizzato in tempo reale, quindi io situo questa performance nella categoria del “live cinema”, più che della “video poesia”, a prescindere dal fatto che le categorie a mio avviso sono oramai abbastanza obsolete.

Fini2Perchè hai deciso di rappresentare la poesia al di fuori delle forme convenzionali della lettura o del reading?

Ho semplicemente utilizzato gli strumenti che più mi sono congeniali, per celebrare le parole di Walt Whitman, un autore le cui poesie hanno determinato la mia formazione esistenziale. Il modernismo, la cruda e caustica bellezza dei suoi versi, la celebrazione dell’umano in tutti gli aspetti meravigliosi e tragici, l’empatia per il prossimo e quella virilità – sì la virilità – che io riconosco anche in me e rivendico come categoria decontestualizzata dal genere maschile quando si trasforma nel coraggio assoluto e senza genere di chi affronta la vita in maniera autentica e con la mente aperta. Temo che il tempo dei reading sia scaduto da un bel po’ e che il nostro momento “dopato” esiga dispositivi avvolgenti, complessi, multisensoriali, per rivitalizzare l’esperienza poetica, oppure lasciarla all’intimità di una pagina, un polpastrello che scorre e una tazza di qualcosa di buono e caldo.

Ad un certo punto arrivi a declamare il testo ad alta voce. Come hai contestualizzato la vocalità nella performance?

La vocalità è parte del tutto, è uno degli stimoli e degli input che entrano in gioco in quest’opera d’arte totale. La voce che risuona nello spazio, fendendo il complesso e a volte caotico paesaggio sonoro attivato dalla performance mi ricorda che io sono viva, che sono di corde vocali, carta e sangue. Mi riconnetto così all’umanità e alla mortalità di cui canta Whitman.

Che rapporto hai con la poesia? Quanto influenza le tue performance?

Io non ho un rapporto con la poesia. Io ho un rapporto con alcuni poeti e alcune poesie. Quelle che risuonano in quel buco in fondo all’anima che mi fa sentire felice di stare al mondo, di avere un significato. Ti rispondo con le parole di Walt Whitman che ho scelto di celebrare nella performance:

Io canto l’individuo, la singola persona, e al tempo stesso canto la democrazia, la massa. L’organismo da capo a piedi io canto…

La femmina canto, parimenti al maschio. Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza. Lieto, per le più libere azioni che sotto le leggi divine si attuano.

Io canto l’uomo moderno

(Foto courtesy of F. Fini)

RIPRODUZIONE RISERVATA – Dicembre 2017

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