i cannibali della parola

Slam[Contem]Poetry

La nuova rete poetica: sparajurij

sparajurijSi conclude la cavalcata poetica del progetto La nuova rete: i collettivi glocal della “poesia comunitaria” con un collettivo storico che opera a Torino.

Che ne sarà dei miei gatti se scoppia la guerra. Magari avvertono i terremoti, ma le bombe no. A volte do loro i resti del salame, di conseguenza hanno un pelo invidiabile. Secondo me, loro sono i primi […] (sparajurii)

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Quando dove e perché nasce il collettivo?

Il collettivo sparajurij è nato in quel di Torino alla fine dello scorso millennio con una missione alquanto semplice eppure – più allora che oggi – non poco perniciosa: praticare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi considerati come distinti dai canoni accademici ed editoriali quali la parola scritta e le sue ramificazioni verbo-audio-visive-performative. Dal laboratorio settimanale al tour permanente il passo fu breve. Non casualmente, la seconda pubblicazione antologica del gruppo dopo l’esordio di .noibimbiatomici (Celid, 2001) era concepita sì come un libro di prose ma si intitolava Sparajurij live. Il molto lavoro svolto per la diffusione dello slam in Italia, al fianco di Lello Voce fin dall’edizione 2002 della Biennale Internazionale Giovani di Torino, la vittoria al primo Poetry Slam a squadre organizzato durante Romapoesia nel 2003, l’autoproduzione di un cd, di una serie di video tra cui Un appunto importante, Primo Premio al DoctorClip – Festival italiano di videopoesia di Roma nel 2005, l’invito a rappresentare l’Italia alla World Cup of Slam di Parigi nel 2007 e alla Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo a Skopje nel 2009, firmando il libretto dell’opera per ensemble Le sette porte, sono alcune delle tappe che testimoniano le derive di un viaggio ancora in corso. Inoltre, sparajurij ha curato la collana “Maledizioni” di NoReply, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca, e ha fondato la rivista letteraria “Atti impuri”, giunta al nono quaderno.

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Quanto è importante il rapporto/identificazione con il territorio?

Sparajurij è per definizione un’entità deterritorializzata, ma nel suo continuo deterritorializzarsi getta ami e si lascia andare all’amo in ogni provincia, con predilezione sensibile per l’Est. Cfr. anche la risposta successiva.

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Con chi collaborate maggiormente (Associazioni, Enti etc.)

Sparajurij nacque nei corridoi di un polo universitario detto con realismo “amiantopalace infestato di baroni” ma la relazione (de)formativa tra il gruppo e l’istituzione ha portato anche qualche vantaggio al gruppo, tipo piccoli sconti sui mezzi pubblici della città. Dopo la laurea e i dottorati senza borsa, oggi ci si muove su sole due ruote. Spiace constatare che né l’Ateneo, né il Salone del Libro, né il Comune che un tempo sostennero iniziative quali Torinopoesia, il pionieristico festival T!ilt – Festival Internazionale Nuove Letterature realizzato nel 2005 insieme al defunto osservatorio letterario giovanile, oggi siano in grado di valorizzare le molte esperienze maturate dalla nostra generazione demandando ad associazioni a delinquere (Holden & C) il dominio sull’arte pubblica della parola. Attualmente, sparajurij organizza poetry slam come l’Atti impuri Poetry Slam in locali e librerie indipendenti, ha collaborazioni editoriali con piccoli editori – in primis il torinese Miraggi – fotografiche e cine-poetiche con varie associazioni locali. Vi è poi da segnalare il rapporto con la LIPS. Salta due risposte e ne saprai di più.

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Su quali settori si focalizza principalmente la vostra attività?

I settori su cui si focalizza sparajurij sono riesumabili dalla risposta numero uno. In un ascesso di immotivata e forse fuori luogo generosità potremmo però divertirci a rievocare momenti travestiti da coniglio gigante, e ulteriori incursioni con guantox in plastica smerciati a costo zero alle fiere dei libri, operazioni di rifiuto della letteratura, poesie di Pedro appese alle opere murarie BIG 2002, trenini allegri brazil brazil làlàlàlàlàlà alle presentazioni dei bacucchi, tutto questo agli albori intorno al 2001 appunto. Prima o poi con il sopravanzare dell’età e senza incorrere in una fine biologica, ma addirittura in taluni casi replicandosi umanamente, le attività si sono diramate oltre in una serie rizomaticamente frastagliatissima di progetti abortiti, malnati, malformati di, azzarderei, notevole fascino: un romanzo a numero imprecisato di mani ambientato sullo stretto di Messina, raccolte di racconti ispirate a title track band, villaggi aurora d’ispirazione aleisteriana dal pianificare in vece dei palazzi nuovi delle università, santini della Signora Guerra con foto e preghiera anche in gigantografie 3D, sirighe (poesie arrotolate in siringhe), il festival di poesia T!LT, fascette e adesivi e così via.

Il rapporto con il Poetry Slam. Quando avete organizzato il primo?                               

Il primo Poetry Slam organizzato da sparajurij è stato nel corso della Settimana Letteraria di Torino nel 2003, seguito da una serie di slam regolari al Punto G (ricordati da Marco Rossari nel suo ‘L’unico scrittore buono è quello morto’), dal primo slam italo-arabo e altri. sparajurij partecipava ai primi slam italiani come collettivo e laboratorio, con testi a due voci.

Lo slam ha preso parte naturalmente alle prime azioni del laboratorio, interessato a una scrittura totale e vivendo soprattutto nel confronto a voce dei testi settimanale o con il pubblico degli spettacoli-presentazione. La matrice aperta del laboratorio si apriva per indole all’innesto dei codici degli altri poeti che calcavano i palchi dei primi slam contaminandosi vicendevolmente e volentieri e prendendo parte, più o meno consapevolmente, alla radice o entro/oltre a/traverso margini spaziali o temporali, all’esistenza di sparajurij, diventandolo – ricordiamo le invasioni degli spazi sparajurij di Stefano Raspini, lezioni di Sara Ventroni e così via.

Del collettivo partecipano agli slam in genere “sparajurij 1”, “sparajurij 2”, e sempre più spesso, “sparajurij etcetera”.

Altro che reputate utile

Che ne sarà dei miei gatti se scoppia la guerra. Magari avvertono i terremoti, ma le bombe no. A volte do loro i resti del salame, di conseguenza hanno un pelo invidiabile. Secondo me, loro sono i primi.
Che ne sarà di mia nonna se scoppia la guerra. Ha novanta anni ed è poco attaccata alla vita. Sostiene di non essersi mai lavata i capelli ed io ritengo che ciò sia vero. Secondo me, lei è la prima.
Che ne sarà del mio tempo se scoppia la guerra. Dovrò occuparlo tutto e ne perderò il controllo. Mi ritroverò un giorno a leggere Spengler sul pullman e mi verrà il mal di testa. Secondo me, lui è il primo.
Che ne sarà del ponte sullo Stretto se scoppia la guerra. Avevo deciso che mi sarei incatenato per impedirne la costruzione. E poi i ponti si sa, li abbattono sempre. Secondo me, lui è il primo.
Che ne sarà delle trasmissioni che detesto se scoppia la guerra. Da canaglie e miserabili quali sono le sospenderanno subito. E avrò vinto senza fare un piano, e avrò vinto senza muovermi dalla cucina. Secondo me, loro sono le prime.
Che ne sarà della certezza meccanica che tutto quello che deve succedere succederà se scoppia la guerra. Bisognerà accelerare verso il futuro. Ci alzeremo al mattino senza sapere cosa fare e lo faremo. Secondo me, lei è la prima.
Che ne sarà di Berlusconi son se scoppia la guerra. Nonostante perturbanti carte veline disseminate sulla sua strada, continuerà ad ingollare Cecchi Paone sborra. Father distrutto acconsentirà. Secondo me, lui è il primo.
Che ne sarà delle scritte nei cessi se scoppia la guerra. Verrà tutto ricoperto da esorcismi war style, formule marziane magiche, de bello gallico postmoderno. I gay non si incontreranno più qui, il mercoledì alle 12.30. Secondo me, loro sono le prime.
Che ne sarà dei miei giocattoli se scoppia la guerra. La cantina sarà invasa da derrate alimentari piano anticrisi di papà. Per giocare a Cluedo dovrò mangiare un fottìo di peperoni sott’olio. È stata Miss Scarlet, in biblioteca, con la fune. Secondo me, loro sono i primi.
Che ne sarà delle discussioni sui tram se scoppia la guerra. Mi toccherà spiegare tutto a tutti. Mi toccherà far loro capire che il pericolo incombe, che non è più tempo di relax. Mi toccherà far loro capire che possono anche rilassarsi e prepararsi a morire. Mi toccherà finire di leggere Spengler. Secondo me, loro sono le prime.
Che ne sarà della mia squadra di fantacalcio se scoppia la guerra. Per avere Di Livio ho venduto scorte di polietilene, mi sono impegnato a trascrivere i dialoghi dei film porno di Erika Bella, per una tesina di semiotica del testo. Secondo me, lei è la prima.
Che ne sarà dei maniglioni antipanico se scoppia la guerra. Vi siete immaginati che macello. Neanche pogare per due ore a un concerto dei Napalm Death. Inoltre in un conflitto intelligente sarebbero obiettivi sensibilissimi. Pensateci. Secondo me, loro sono i primi.
Che ne sarà delle domeniche a piedi se scoppia la guerra. Il tempo residuo necessiterà di mezzi trasporto adeguati ad ottimizzare surplus di vita. Per cui scordiamocele. Secondo me, loro sono le prime.
Che ne sarà del corteggiamento se scoppia la guerra. Il rito e l’attesa verranno considerati un lusso fuori luogo. E questo è male. Sarà più semplice convincere fanciulle unne a staccarci un pompino. E questo è bene. Nella confusione anche Emilio Fede potrebbe riprodursi. E questo è male. Secondo me, lui è il primo.

E moi, je suis la guerra.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Febbraio 2018

(photo courtesy of  sparajurij )

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Questa voce è stata pubblicata il 6 febbraio 2018 da in Approfondimenti, La nuova rete della poesia.
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