i cannibali della parola

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Wissal Houbabi: Le identità custodite nella poesia

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Wissal Houbabi, Senza titolo, 2015, grafite tecnica iperrealista

Intervista a Wissal Houbabi che ci racconta il rapporto con il suo paese di origine, con la poesia e con l’attivismo politico. Il progetto e l’intervista sono a cura di Dimitri Ruggeri nell’ambito del Poetry Slam tutorial. 

Ci racconti come vivi oggi il rapporto con il tuo paese di origine?

Il mio rapporto con il Marocco è molto delicato, per anni ha rappresentato i lati di me che avrei voluto camuffare, nascondere, rinnegare. Il Marocco rappresentava l’insieme di ciò che mi faceva sentire inferiore, non all’altezza. Siamo venuti qui perchè eravamo poveri in Marocco e di certo non potevamo pensare di vivere con gli standard italiani. Ho maturato in prima adolescenza un senso di schifo e odio verso il Marocco, una sorta di rancore proprio perchè avrei voluto espellere, filtrare quella parte di me. Avrei voluto non tornarci più, mio padre mi fece capire che in realtà le cose andavano viste dal punto di vista contrario, che il nostro paese è il Marocco e l’Italia è solo un luogo in cui siamo “ospiti”. Solo negli ultimi anni ho fatto pace con tutto trovando una mia interpretazione, un modo per far convivere più luoghi dentro me, io sono io e le mie circostanze, se non salvo loro non salvo me stessa. Cerco l’identità mediterranea che accomuna Trieste e Tangeri, sono coste bagnate dallo stesso mare, tutta la sovrastruttura culturale che si è creata in ogni singola costa non mi interessa più, sono per natura, più che per scelta politica, il superamento dell’identità stato-nazione, il superamento della lingua madre, del punto di vista situato.Collettivi Slambanner3Tornare in Marocco è quasi sempre un viaggio mistico per me, cicatrici sotto ai palmi dei piedi si riaprono, riconoscono l’origine della terra, i suoni, gli odori, il linguaggio e tutto ciò che riassorbono come una spugna, dandomi l’illusione, per breve tempo, di quello che sarei potuta essere se fossi rimasta sempre lì. Non solo una turista, non solo di passaggio, non sradicata.
Cammino per le strade consapevole del mio privilegio in quanto “occidentalizzata”, posso vivermi il Marocco come un luogo di piacere, con un passaporto europeo e provo un irriducibile senso di colpa e d’impotenza verso chi farebbe di tutto per migrare ma non può. Nelle strade le persone si pongono con linguaggio molto cordiale, mi chiamano “Sorella!”, in fondo ho sempre una faccia da marocchina no?, ma quando ti senti dire “Sorella!” in porto, alla dogana, e intorno a te ci sono tanti “Fratelli!” che vorrebbero montare sul tuo portabagagli… lì è veramente dura.

Quali tradizioni culturali marocchine e italiane ti hanno più segnato e hanno influenzato le tue produzioni artistiche?

Fin da bambina sono sempre stata molto curiosa e forse è questo mi ha salvata. Fin dall’infanzia disegnavo tutto ciò che vedevo e nella mia famiglia ero già considerata un’artista per il vanto di mia madre con le altre nuore (durissima competizione tra mia madre e le mogli degli zii, il patriarcato fino al midollo). Poi ho iniziato ad ascoltare ossessivamente hip hop ed è diventata la mia grande passione. Il rap iniziò a diventare un problema a casa per via delle rivendicazioni troppo politiche, ambienti maschili a me non consentiti, e in genere perchè mi deviava dalla “buona strada”. Nei periodi più duri della mia adolescenza, quando non riuscivo più a esprimermi e facevo letteralmente fatica a parlare, disegnavo per esprimere il mio stato d’animo. Aspettavo che tutti dormissero per mettermi sul cuscino il mio diario su cui disegnare e man a mano ho affinato la mia tecnica fino a renderla iperrealista. Lo sforzo di disegnare esattamente ciò che vedevo era un puro metodo, una conferma di come il mio occhio riesce a cogliere i più impercettibili dettagli, l’ombra e la luce del pelo di un sopracciglio per esempio. Nel disegno sono le ombre che danno profondità ad un corpo, eppure non sono parte del corpo, solo luci. Era un periodo molto duro perchè stavo facendo i conti con la mia spiritualità. Nel frattempo a casa mia si ascoltava musica Gnawa, cha3bi, tarab, musiche popolari marocchine e tanti tanti tanti input legati all’Islam. Per molto tempo sembrava (in parte lo è tutt’ora) che dovessi vivere due vite parallele, fino a che non ho capito che potevo fondere tutte le suggestioni ed essere io stessa un filtro con una prospettiva fluida a ponte tra due (o più) culture.

Se io non fossi questa ma quella io.
Se non fossi mai stata io ma solo figlia di Dio.
Intenta a dar fede ad un destino prescritto,
è tutto routine e non ci si può fermare.
Non ci si può soffermare a pensare
se io fossi quella e non questa io.
Quale io potrei essere vivendo
la terra che mi ha visto nascere?

(W.H.)

Quale poeta marocchino hai “ritrovato” nella poesia italiana (e viceversa) che ti ha particolarmente influenzato?

La poesia l’ho sempre respirata nell’aria, la lingua parlata marocchina, Darija, è una lingua orale fatta di lingue che si sono fuse nel tempo: berbero, arabo, francese, spagnolo, .. Il ritmo del linguaggio quotidiano è scandito in modo assolutamente suggestivo e così vengono anche usate molte figure retoriche. La poesia orale è patrimonio culturale e attinge da pratiche antiche, fin dall’epoca preislamica il poeta rappresentava la tribù per le sue capacità dialettiche. Il poeta determinava la rispettabilità della tribù ed aveva un ruolo politico e diplomatico. Questa capacità retorica che continuo a riscontrare nei cantastorie delle piazze, che per qualche soldo possono raccontarti storie assolutamente suggestive, è patrimonio collettivo e popolare. Ciò che mi ispira maggiormente sono le parole di mio padre, mia nonna, mio zio, e così via… la poesia è la tradizione orale. Ovviamente molte similitudini le riscontro nel modo di vivere e nella cultura del sud Italia. La poesia più bella, la fonte di ispirazione più forte per me è la tradizione popolare orale patrimonio di tutti ed i sincretismi che si generano.

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A tuo avviso può ancora la cultura essere il paradigma per una qualche forma di attivismo civile?

Parto dall’attivismo per concentrarmi sulla cultura. Fare arte e cultura è entrare in modo incisivo nella storia. Lo è stato per me, l’arte ha davvero salvato la mia vita, gli artisti riuscivano ad arrivare a me e così si è trasformata in terapia e passione. La cultura è la forma più alta e nobile per fare attivismo, tutto il resto fa da contorno. L’attivismo, intesa come militanza politica, deve mettersi al servizio per trovare modalità per rendere la cultura accessibile, anche la cultura è un privilegio ed io sono solo figlia di un vucumprà e una casalinga, entrambi i miei genitori sono analfabeti e sono la prima persona in famiglia che non solo completa gli studi ma si iscrive all’università. E’ un privilegio che non ci possiamo permettere, infatti lavoro da quando ho 15 anni e cerco di tenere dentro tutto, non senza fatica e sacrificio. Iscrivermi a una facoltà umanistica (inutile?) è una pura pazzia considerando le priorità che una famiglia povera si pone, mio padre spera che prima o poi io inizi a riflettere sul mio futuro, spererebbe che io trovi un “vero” lavoro. Il mio “lavoro”, però, è creare una cultura che si metta in contrapposizione con l’idea di “cultura italiana” che sottintende, ovviamente, il fatto di essere bianca ed eurocentrica. Voglio essere la persona di cui avrei avuto bisogno, tutto quello che faccio è uno sforzo per colmare un bisogno ma che non era ancora stato pensato, come una sorella maggiore, fare cultura come un atto di cura e non mi interessa ambizione alcuna se non di sapere che, una ragazza giovane con i patemi della “doppia assenza” che avevo io, si è sentita riconosciuta e rappresentata.

Che idea ti sei fatta del rapporto tra poesia tradizionale, forse vissuta come esperienza intima rispetto alla poesia letta o detta ad alta voce e comunque condivisa sempre con un un pubblico?

Per me il personale è politico, quando penso e quando scrivo, cerco risposte politiche e rivendicazioni collettive. Per essere chiari, io non vengo da ambienti di poesia, scopro la scena del poetry slam attraverso Alberto Dubito che è l’attitudine più vicina a me, una persona a ponte tra rap, poesia e politica. Il “Potere alla parola” l’ho appreso dai rapper e il mio concetto di poesia è di strada: gli ultimi che cercano di esprimersi attraverso la condivisione di idee e pratiche linguistiche di autocoscienza e autodeterminazione, perchè si trasformi in tangibile azione. Quando parlo di privilegio parlo anche di questo, ci sono urgenze espressive di vario tipo, io ho trovato i miei simili in contesti molto lontani da quelli della poesia tradizionale. Ripeto, vengo dalla politica e faccio cultura con un approccio consapevole. Questo non significa che non metta tutto l’impegno necessario in ogni singolo ambiente e non cerchi più possibile di fare da ponte, sono stata abituata a pensare di dover galoppar e il doppio per stare al passo, ora corro a tripla velocità per poter cedere il passo perchè io possa essere per altre la persona che è mancata a me: un modello positivo. La poesia, l’arte e la letteratura, sia quella “alta” che “di strada” sono un insieme di suggestioni intime e pubbliche che cerco di rendere accessibile a chi non è “all’altezza”, con gli esclusi e le escluse.

Perché a tuo avviso oggi la poesia praticata oralmente non è così popolare e diffusa in Italia?

Non lo so sinceramente, mi sembra che i collettivi si stiano moltiplicando a macchia d’olio, ne abbiamo fondato uno anche nella lontanissima Trieste, ZufZone di cui vado molto fiera. La poesia a scuola è forse considerata una cosa noiosa che ti obbligano a studiare a memoria senza farti sentire e scoprire il valore. Ho iniziato ad approcciarmi alla poesia solo perché c’era un vuoto dentro me che solo la poesia poteva colmare, è stato un approccio da autodidatta visti gli studi che ho fatto all’istituto alberghiero.

La poesia oggi dovrebbe avere il coraggio di essere contemporanea, è il grande sforzo quotidiano e collettivo. La poesia, in ogni caso, sopravvive ai secoli e sopravviverà anche a noi, per fortuna, è immortale. Il fatto che non sia popolare non è necessariamente un difetto, bisogna capire cosa si intende per popolare, per essere popolare dovrebbe far parte del popolo e quindi non rinchiudersi nell’accademia, nella ristretta cerchia degli intellettuali (o aspiranti tali), non ostinarsi alla volontà di successo per creare la dicotomia poeta/pubblico. Come dicevo prima, in Marocco respiravo la poesia nelle parole della comunità.

Hai mai partecipato a un poetry slam?

Si, ne ho fatti alcuni ma perdo quasi sempre! E’ bel format e lo riproduco anche nella città in cui vivo attualmente. Il poetry slam può essere un luogo in cui leggere i propri scritti senza pressione alcuna, provenire da vari ambienti e non importa chi sei o da dove vieni, importa solo come ti giochi i tre minuti che hai a disposizione.

Quale pensi sia il miglior posto per dar vita ad un poetry slam?

Qualsiasi posto è perfetto, la cosa bella è questa, basta la propria voce ed i propri testi. Il poetry slam deve entrare nei grandi teatri come nelle piccole bettole, è un modo per rompere il “distanziamento sociale” inteso in termini di classe ovviamente, per entrare a far parte di una comunità che da forma ad una socialità diversa, più stimolante e meno lobotomizzata.
A Trieste con il collettivo ZufZone abbiamo deciso di creare i nostri eventi nel Parco San Giovanni, lì dove la “La verità è rivoluzionaria” come recita il graffito di fronte al Padiglione M. L’ex opp di Trieste è uno dei luoghi decisivi dal quale è esplosa la rivoluzione basagliana, che ha riconfigurato il concetto stesso di normalità andando oltre la dicotomia di pazzo/normale, “da vicino nessuno è normale” e l’arte è stato uno strumento molto importante come terapia e cura per chi veniva imprigionato e rinchiuso in quel parco. Il parco si trasformò nel cuore pulsante delle pratiche di deistituzionalizzazione psichiatrica ma anche culturale ed artistica. Ci sembrava il luogo perfetto per costruire qualcosa di sano.
Il poetry slam potrebbe essere anche uno strumento di autocoscienza, come diceva Audre Lorde, per noi donne (straniere) la poesia non è un lusso. Mi immagino di portare il poetry slam come pratica per condividere i propri posizionamenti, come strumento per ridar davvero la parola a chi non ha voce. Troppo spesso chi vuole “dar voce a chi non ne ha” continua ad assecondare il meccanismo di rappresentanza e invece la cosa importante è proprio (e solo) trovare dei strumenti concreti per dare voce ad ogni singola persona invisibilizzata, per riappropriarsi della propria voce, della propria carne, della propria vita. Il poetry slam, se pensato bene, è uno spazio sicuro e di cura.

A tuo avviso, quali sono i punti di forza e di debolezza del format?

I punti di forza sono: la capacità di mettere in connessione persone grazie a questa forte passione comune, indipendentemente dalla propria provenienza; la possibilità di mettersi in gioco e raccogliere stimoli, consigli, suggerimenti, risate e creare attivamente una socialità alternativa; la possibilità di poter crescere passo passo e far del logos sempre più un luogo in cui vivere; poter immaginare un nuovo linguaggio, ecc..ecc..
I punti di debolezza sono: la frivolezza di approccio alla poesia, o comunque non riuscire a entrare nel merito del metodo e del processo di che cosa significa far poesia; l’illusione di successo e l’ambizione basata su logiche di mercato.

Ci parli dei testi che in genere proponi? Come li scegli?

Dipende, francamente scelgo testi che vorrei condividere con le persone proprio per sapere che ne pensano, è un banco di prova per i miei progetti. Non mi piace ricevere complimenti perchè non mi aiutano, e non sono una persona che fa complimenti se non in due casi: se sei veramente (ma veramente per me) una penna matura, se non mi frega niente di perdere tempo. Agli amici ed alle amiche invece, anziché fare complimenti, ritaglio del tempo per capire quali sono i punti di forza e di debolezza. Questo è quello che cerco per me e cerco in queste situazioni, da persone con un’attitudine simile alla mia.

Quali consigli ti senti di dare a chi si accinge a partecipare per la prima volta?

Divertitevi, troverete persone davvero molto simpatiche, è un ambiente molto accogliente e che vuole ampliarsi più possibile. Sicuramente tornerete a casa, a fine serata, con grande gioia e tanti stimoli. Avrete voglia di riprodurre tante di queste situazioni e entrerà immediatamente a far parte della vostra vita.

Organizzerai/parteciperai ad altre gare?

Senza alcun dubbio! In questa fase è difficile programmare eventi se non a livello virtuale. Io ho bisogno di corpi fisici e preferisco aspettare, non ho fretta. Personalmente è difficile che partecipi a poetry slam, sto cercando altre modalità espressive, tendo a scappare da qualsiasi ambiente subito dopo averlo sperimentato e capito per un tempo limitato. Sono una cagna sciolta in generale e una spugna, la mia prospettiva mobile ha sempre bisogno di scostarsi per trovare nuova luce.

Ci parli dei tuoi reading ? Cosa raccontano?

L’ultimo reading che ho fatto è presente nella pubblicazione di Agenzia X, si intitola “Taroots” ed è il concept con cui ho partecipato alla scorsa edizione del Premio di Poesia con musica “Alberto Dubito”.
Taroots (Tarots + Roots), uso le carte dei tarocchi per cercare/trovare/ricostruire radici e identità custodite nel Mediterraneo, è stato musicato da Roberto Paci Dalò per CROWN (USMARADIO). Un discorso che iniziai ad affrontare nel racconto “Che ne sarà dei biscotti” in Future, curato da Igiaba Scego.
Se non fosse esplosa la pandemia, invece, sarei partita per un tour in giro per l’Italia con Bube (Fumofonico), GGT e u.net con lo spettacolo multimediale “Che razza di rap”, un reading con musica e animazioni dove racconto la vita e le difficoltà di una bambina (e poi ragazza e donna) figlia di immigrati: il viaggio, le discriminazioni, il razzismo istituzionale, il rapporto con la propria famiglia e cultura di origine, la crisi esistenziale e la configurazione di una nuova identità. Siamo un po’ tutte arabe fenici, noi figlie di immigrati. Dobbiamo uccidere le narrazioni introiettate che costruiscono su di noi, per poter avere una nostra identità e vivere. La rivendicazione ultima (ma non ultimissima) è sempre lo Ius Soli, focus che non potrei mai perdere di vista e userò tutta la creatività di cui sarò capace per raggiungere questo obiettivo (in sinergia con tante altre persone).

Quando parli dei tuoi testi vorrei capire di più l’approccio creativo

Il mio approccio è ibrido e sperimentale. Non credo di essere un’autrice fatta e finita, sono ancora alla ricerca della mia identità, figuriamoci del mio stile. In realtà non so nemmeno se voglio trovare “uno” stile, questo vale anche per l’identità. Mi piace provare più modalità, mi piace scrivere articoli di politica e hip hop, mi piace scrivere poesia e racconti brevi. Scriverò presto un libro ma non potete sapere se sarà un saggio sul femminismo hip hop, un racconto sul Mediterraneo o un blob di gag stupide e politicamente scorrette. Mi piace dipingere e disegnare, mi piace ascoltare flamenco, gnawa, rap, mi piace scoprire cose che non mi pensavo mi sarebbero piaciute, ho fame. Tutti questi ingredienti, che di volta in volta mi donano ispirazione o strumenti, creano cose ibride (anche solo nell’intento). Cerco di portare l’oralità nella scrittura, un testo fondamentale per me è “Voyage au bout de la nuit” di Celine, per esempio. La carta è solo un mezzo, l’oralità ci apre alla condivisione, alla comunità.

Consigli di lettura?

Troppe, non farmi queste domande. Vi dico solo cosa sto leggendo ultimamente io: ora sto leggendo Izzo e Morante. Ho letto recentemente Gadda. Leggo ricerche sulla cultura hip hop e sto ascoltando molta musica rap perchè devo sbrigarmi a concludere una pubblicazione. Sto studiando per fare degli esami, altre centomila cose e l’ansia è sempre che non mi basterà una vita per tutto questo.

*

Attivista femminista, artista e scrittrice. Voce e testi dello spettacolo “Che Razza di Rap” in collaborazione con l’autore e ricercatore hip hop u.net che ha visto il suo debutto al Santeria Toscana 31 (Milano). Co-fondatrice del collettivo artistico triestino ZufZone. Ha pubblicato il “Manifesto per l’antisessismo del rap italiano” per EUT e una ricerca sulla “pimpologia” hip hop per PalGrave MacMillan. Collabora con VICE – Noisey, Jacobin ed Agenzia X, tra le autrici di Future (effequ) e associated expert di Razzismo Brutta Storia (Feltrinelli). Scrive di antirazzismo, femminismo, hip hop e identità. Seconda classificata al Premio nazionale di poesia con musica Alberto Dubito, ha partecipato con le sue poesie ad eventi e festival nazionali. Ha esibito i suoi disegni e quadri a mostre personali e collettive, con la calligrafia araba, invece, è stata invitata ad esporre per il Salone del libro 2015 – Torino.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Maggio 2020

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