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Lia Galli: poetry slam come scossa elettrica

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Lia Galli

Intervista a  Lia Galli che ci racconta a distanza di tempo come ha vissuto la sua prima volta a un poetry slam e ci invia, con l’occasione, una  poesia che farà parte della sua prossima raccolta. Il testo parla di una persona che deve convivere con delle allucinazioni uditive. Il progetto e l’ intervista sono a cura di Dimitri Ruggeri nell’ambito dei Poetry Slam tutorial.

[…] I miei testi pensati per i poetry slam sono dunque più chiari, più discorsivi, più immediati da comprendere, meno ricchi di citazioni e di rimandi concettuali. In compenso cerco di lavorare di più su quegli aspetti espressivi legati alla sonorità e che agiscono più efficacemente nell’immediatezza come allitterazioni, anafore, ripetizioni di parole e giochi sonori.[…] L.G.

Cosa ricordi della tua prima esperienza di partecipazione a un poetry slam?

La mia prima partecipazione a un poetry slam risale al 2015 e è avvenuta in un contesto un po’ particolare, ossia al Museo Vela a Ligornetto, casa-museo ottocentesca dello scultore Vincenzo Vela. Definisco il contesto particolare, perché è insolito che un poetry slam abbia luogo all’interno di un museo che a suo tempo fu la casa e l’atelier di un grande scultore. Il primo ricordo di quello slam è dunque legato al contesto in cui si svolse; l’imponenza delle bianche statue monumentali in gesso alle mie spalle faceva infatti da contrasto ai miei vestiti neri (io mi vesto quasi sempre di nero), rendendomi consapevole di quanto fossi piccola, quasi minuscola, rispetto a quelle sculture gigantesche che rappresentavano grandi personaggi storici. Ovviamente la sacralità del luogo non faceva che accrescere la mia ansia dovuta sia al fatto che prima non avessi mai davvero letto qualcosa di mio davanti a un pubblico sia al fatto che in sé quello del poetry slam non fosse un format che io conoscessi davvero bene. Prima della mia prima volta da slammer, infatti, avevo avuto modo di assistere a un unico poetry slam e dunque avevo un’idea parziale e approssimativa di cosa volesse dire realmente portare in scena e performare un proprio testo davanti a un pubblico.

Di quella mia prima esperienza come partecipante ricordo dunque l’emozione di leggere qualcosa scritto da me davanti a un pubblico, ricordo la mia gamba destra che, nonostante non volessi darlo a vedere, non voleva saperne di smettere di tremare. Ricordo che lessi delle poesie tratte dalla mia prima raccolta, Non si muore più per un bacio (alla chiara fonte editore), che risultarono essere troppo brevi rispetto al tempo che avevo a mia disposizione. La lettura di ogni mio testo durava al massimo trenta secondi e i tre minuti che avevo a mia disposizione sembravano interminabili. Ricordo Marko Miladinovic, slammer e poeta che in Ticino si occupa anche di organizzare e condurre il Ticino poetry slam, che mi chiedeva se volessi leggere ancora qualcosa in quei due minuti e mezzo che mi rimanevano, e ricordo una me stessa imbarazzata e ansiosa che si mise a leggere due, tre, quattro poesie finendo per stordire e sommergere il pubblico di parole.

Quello slam lo vinse Simone Savogin che mi sembrò un gigante confronto a me; ascoltarlo mi fece capire la differenza tra leggere un testo e portarlo in scena, dargli realmente una voce, un’interpretazione, come era riuscito a fare lui.

Collettivi Slambanner3Che idea ti sei fatta successivamente del rapporto tra poesia tradizionale, forse vissuta come esperienza intima rispetto a questo approccio pensato per essere condiviso ad alta voce con un pubblico?

La differenza mi è parsa abissale. Una grande differenza, secondo me, sta nel fatto che nel poetry slam non si può prescindere dal pubblico e, a mio modo di vedere, la scrittura diventa allora strettamente legata e pensata in funzione del pubblico. Con questo non voglio dire che i testi portati a uno slam siano meno sinceri o meno veri, voglio invece dire che si tratta di un tipo di scrittura pensata per essere pronunciata e interpretata. Se la poesia scritta, destinata ad essere assimilata da lettori attraverso la carta, probabilmente in silenzio e in solitudine, può godere di tempi lunghi per essere letta e compresa, può essere riletta e interrogata più e più volte e dunque può anche esprimersi attraverso una certa opacità e oscurità, la poesia performata ha invece a sua disposizione poco tempo per essere capita; è una specie di scossa elettrica che deve colpire nell’istante stesso in cui viene pronunciata. Le poesie portate a un poetry slam devono dunque avere, a mio avviso, il dono dell’immediatezza e della chiarezza, devono avere una potenza espressiva diversa da quella della parola unicamente scritta.

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Un’altra grande differenza tra poesia tradizionale e performance poetica risiede nell’uso della voce, nell’interpretazione che si fa di un testo. Performare un testo scritto significa cambiargli veste, cucirgli addosso un abito nuovo. In un poetry slam è fondamentale questo aspetto, perché il pubblico non ha il testo in mano, non può seguire le parole su una pagina, dunque tutto si basa sulla potenza che lo slammer riesce a imprimere alle sue parole, alla sua voce. Si potrebbe dire che il testo diventa quasi quella stessa voce, si incarna in un corpo con la sua gestualità, le sue sfumature di tono.

Per quanto mi riguarda, i testi che porto agli slam sono spesso pensati appositamente per essi e sono diversi da quelli che scrivo invece soprattutto per essere letti da altri, in altri luoghi, senza la mia presenza e la mia voce. I miei testi pensati per i poetry slam sono dunque più chiari, più discorsivi, più immediati da comprendere, meno ricchi di citazioni e di rimandi concettuali. In compenso cerco di lavorare di più su quegli aspetti espressivi legati alla sonorità e che agiscono più efficacemente nell’immediatezza come allitterazioni, anafore, ripetizioni di parole e giochi sonori.

Nel dubbio che logora hai eretto la tua casa,
la mente una stanza vuota in cui rimbombano
sempre le stesse le stesse domande
e ti nascondi tu, dietro una tenda troppo corta
e non sai che da qui posso vedere la fine
delle tue gambe bianche, le tue ginocchia
come nodi, come legno, quasi secolari nel dolore.
Tiri la tenda per coprirti, faresti del velluto
un sudario, della cera un rifugio
che quelle non sono sirene, non è un canto
non c’è insidia là fuori e dunque fuga
ma tutte quelle voci, quelle voci sono in te
e non ci saranno i Sonic Youth a addormentarti
e non ci saranno suppliche preghiere pillole
capaci di chiuderle fuori, finalmente fuori.
Hai ginocchia bellissime, lo vedo da qui.
La fatica di sostenerti le ha rese affilate
sembrano fiori cresciuti sul nulla.
Coltelli.

(Lia Galli)

Perché a tuo avviso oggi la poesia orale e performativa non è così popolare e diffusa?

Non credo che sia poco popolare e diffusa ma anzi, credo che la poesia stia rivivendo una nuova giovinezza proprio grazie ai poetry slam e alla performance, che la stanno riportando alle sue origini orali e restituendo alle persone. La poesia ha purtroppo pochi lettori, forse perché considerata da molti difficile, oscura e noiosa ma, da quello che ho avuto modo di vedere, i poetry slam e i diversi collettivi nati attorno a questo modo di intendere la poesia, stanno riuscendo a coinvolgere anche persone che fino a quel momento erano molto lontane da essa. Ad esempio nella Svizzera italiana, regione in cui vivo, si legge e parla poco, purtroppo, di poesia e c’è poco spazio per le nuove voci, ma i poetry slam riescono a attirare sempre molte persone che si entusiasmano, ridono, si commuovono, incontrando di nuovo la poesia in un’altra veste, finalmente fuori dalle aule scolastiche e da quello snobismo che spesso le si è ricamato addosso.

Quale pensi  sia il miglior posto per dar vita ad un poetry slam?  

Il miglior posto è ovunque ci sia la voglia di condividere, riflettere, confrontarsi.

A tuo avviso, quali sono i punti di forza e di debolezza del format?

I punti di forza sono il confronto diretto con il pubblico, che non è spettatore passivo, ma partecipa attivamente, la libertà di espressione, dato che ognuno esprime liberamente se stesso senza censure esterne ma mettendoci la faccia, e l’alta democraticità del format che consente a chiunque di partecipare facendo sentire la propria voce. Questi sono i punti di forza, a mio avviso. Il maggior punto debole è concettualmente quello di fare una gara di poesia, idea che in sé non ha senso, ma questa debolezza viene superata grazie al fatto che nessuno degli slammer vive il format in questo modo, ma credo che tutti, o quasi, partecipino ai poetry slam per far vivere la poesia.

Ci parli di qualche testo che ha ricevuto più consensi tra il pubblico?

Sono due i miei testi che hanno raccolto più consensi. Il primo parla della fine di un amore, di quel momento in cui occorre in parte ricostruire ciò che si è, perché si perde quell’identità che si era formata anche attorno alla coppia, all’essere parte di quel rapporto. È in parte una richiesta nei confronti dell’altro a lasciare intatta la nostra identità non portandoci via tutto, infatti il testo inizia con “E lasciami le stelle/che la notte è buia/e i fantasmi non sono mai/ veramente addormentati”, ma in realtà è una poesia che vuole essere, più che altro, un tentativo di ricordare a se stessi, in un momento di crisi, tutto ciò per cui vale la pena di vivere.

L’altro testo affronta invece il tema della scalata al potere della destra in buona parte dell’ Europa. Mette a confronto il volto e le parole vuote, superficiali e aggressive dei rappresentanti di questa destra, che in fondo si assomigliano tutti, con i volti dei migranti, che vengono paragonati a delle rondini alla ricerca del sole. Il testo è un invito a guardare questi politici e la superficialità e crudeltà con cui trattano delle vite umane e inizia così: “Guardali, guardali tutti/ hanno volti uguali e uguali parole/e come giocattoli/ muri, filo spinato, manganelli/per sentirsi dalla parte dei buoni. /Conoscono le ronde/ ma delle rondini invece/non sanno nulla/ né il loro migrare alla ricerca del sole/ né il loro volo alto, a stormi, a picco sul mare/ per superare gli inverni e la fame.”. Il fatto che questo testo abbia ottenuto un buon consenso fa ben sperare, perché significa che le persone in realtà sentono l’urgenza di affrontare questo tema e soprattutto si rendono conto di quanto l’Italia, ma non solo, stia andando incontro a una deriva pericolosa e inumana.

Quali consigli ti senti di dare a chi si accinge a partecipare per la prima volta?

Il mio consiglio è quello di non pensare al poetry slam come a una gara, ma come a un modo per far vivere la poesia in una forma diversa, una forma fatta di passione, condivisione e confronto.

RIPRODUZIONE RISERVATA – GENNAIO 2019

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