i cannibali della parola

Slam[Contem]Poetry

Eugenia Giancaspro: LisPoetry come frontiera

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Dimitri Ruggeri dialoga con Eugenia Giancaspro sul rapporto tra performance, poesia e gesti attraverso la LIS (Lingua dei Segni Italiana). Il contributo si aggiunge alla  sezione “interviste” di questo spazio web.

Senza la LIS, probabilmente mi sarei fermata al quarto o quinto slam della mia vita. La LIS ha creato quel margine di distinzione che mi è servito per catalizzare l’attenzione di chi mi ascoltava slammare (E.G.)

D.R. La relazione del gesto con lo spazio, oltre a generare di per sé già una performance come linguaggio totale del pensiero fisico, determina con il suono della voce una nuova esperienza “performativa” della poesia. Come vivi questo approccio gestuale/fonetico?

E.G. Be’ inizialmente il mio intento era quello di tradurre le poesie slam in LIS, nella Lingua dei Segni Italiana, la quale però ha una sua propria struttura e delle regole grammaticali; per esempio, la struttura base della LIS è SOV (soggetto oggetto verbo), “Io – le mele – mangio”, mentre l’italiano vocale è una lingua SVO, “Io mangio le mele”. Per cui da subito il primo dilemma: quale lingua stravolgere per prima?  Il fatto è che per tradurre perfettamente in LIS e allo stesso tempo parlare correttamente in italiano, dovrei contemporaneamente dire una cosa e segnarne un’altra, e ciò significa che dovrei essere capace di un alto grado di dissociazione interiore ! È un po’ come disegnare un quadrato e un cerchio allo stesso tempo, l’avete mai provato? Per cui da subito ho fatto quello che mi era più naturale accompagnare il segno al verso, e concatenarli come se fossero in rima (esiste la rima in LIS!). In sostanza se dovessi rispondere con una sola frase alla tua domanda, Dimitri, ti direi che la vivo bene grazie all’esistenza delle ‘metafore visive’ …

D.R. Se nel tuo percorso formativo non avessi affrontato lo studio della lingua dei segni come avresti vissuto quest’ “esperienza poetica”?  

E.G. Ricordo uno slam, poteva essere novembre 2017, non avevo ancora aggiunto i segni a tutte le mie poesie slam, che all’epoca si contavano sulle dita di una mano; ricordo che mi stesi a terra, perché volevo impersonare Alice nel paese delle meraviglie mentre canta la canzoncina ‘Nel mio mondo ideal’ {che recitava: “nel mio mondo le bestiole anche lor vivrebbero in casette ben vestite con scarpe e con calzette” e poi il mio slam proseguiva: “nel mio mondo reale le bestie dopo i festini e le puttane a festa dopo le botte di coca che ti riduce le tempie […]”}, ad ogni modo avevo una gonna, e mi ero stesa a terra, e una signora dal pubblico disse ‘si vede la calza’ o qualcosa di simile; io speravo che le persone apprezzassero la mia immaginazione, cogliessero il riferimento, ma credo che si notasse soltanto l’esagerazione, l’imbarazzo di una calza che si auto-regge e poi si smaglia, o la volontà di sorprenderli a tutti i costi. Fu una bella serata, arrivai sul podio ma non vinsi, il che non è che mi dispiaccia – checché si possa dire, non mi sento  a mio agio nel primeggiare, mi basta raggiungere i miei obiettivi – il punto è, per rispondere alla tua domanda Dimitri, che notavo -non senza un pizzico di disappunto- questo: le poesie che piacevano di più erano quelle in cui recitavo in LIS, mentre quelle in cui leggevo o facevo altro non erano allo stesso modo “vincenti”… questo mi rattristava…

Senza la LIS, probabilmente mi sarei fermata al quarto o quinto slam della mia vita… La LIS ha creato quel margine di distinzione che mi è servito per catalizzare l’attenzione di chi mi ascoltava slammare …
Senza la LIS, il messaggio sarebbe arrivato, ma forse con meno potenza.. Eppure io lo volevo il mio angolo espressivo nel mondo… con o senza LIS, probabilmente avrei lottato ugualmente per trovarlo… Ma con le probabilità si possono fare infiniti discorsi…

D.R. La tua performance decontestualizza l’utilizzo del gesto quando si propone innanzi a un pubblico. Quali sono le reazioni che ti aspetti da chi ti vede e ti ascolta per la prima volta?

E.G. Io ricevo il parere di chi rimane colpito, di chi si prende la briga di avvicinarsi a me e dirmi quello che pensa, alcuni mi hanno detto veramente  proprio quello che pensavano tra cui un: “brava ma troppo rapper” o un: “brava ma personalmente preferisco quello che è arrivato secondo, gusto personale eh” oppure ancora: ‘”Bella ma la prossima la puoi fare senza LIS mi distraggono i movimenti” … E poi registro anche tutti i feedback positivi, come ad esempio: “la forza della parola è accompagnata dal gesto”.
A  me basta sentire il silenzio di tomba quando recito, costringo gli altri ad ascoltare la mia storia, brutta o penosa o bella che sia, lo slam è il mio sfogo, è quel momento in cui apro le porte del mio abisso e lascio che gli altri si immergano, che siano amici o sconosciuti, li immergo, e quando sento quel silenzio capisco che ho raggiunto il mio scopo e lì che comincio a rilassarmi e a divertirmi.

Apocalisse

E vorrei riuscire a godere dell’amore
vorrei riuscire a godere dell’amore
ma alla base della gola
radicato ormai il magone
come un groppo pulsa e schiaccia!

fatta! come una pazza sotto l’acqua
adesso grida: “salva! La tua anima…”
ma tanto.. sono già morta! Ero già
larva!

sì ti prego, adesso lascia
lascia il fiato avanti passa…

sputa! questo polpo
che ti divora il petto
pieno di umor nero e di liquame e di rigore…
mortis…
scrivo le ultime lettere… come Jacopo Ortis…

se nel tuo intimo c’è Chilly…
nel mio inguine c’è un bozzo
il colore non lo vedo perché sta sotto
ma se ci penso lo vedo buio come un pozzo…

alla cui acqua non si attinge
perché alla morte lei
ti spinge.

E non riesco a godere dell’amore
e non riesco a godere dell’amore
è presagio di qualcosa di funesto
che io penso sia all’esterno
e invece muove dentro
danza come un nano si contorce
come un feto nato invano
qualcosa di nuovo e morto già
come Voldemort sotto la panca bianca
sento nella pancia la nera profezia
è protervia la mia! Pensare di essere veggente
butta male porta amare voglie tra la gente
che a notte fonda alla strega si rivolge
sotto mentite spoglie
il dolore rende l’uomo belva
curioso anche l’atto dell’amore gli somiglia
UMANA BESTIA
la pupilla si dilata e diventa una foresta
anche se aggiusti lo specchietto
resterà quel punto cieco
il più abietto quello che no
non potrai confessare no
neanche a te stesso
e la domanda che attanaglia
‘fin dove giunge le crudeltà del mondo?
qual è il punto di non ritorno oltre il qual grado
l’anima non sarà salva perché la terra troppo calda
sarà avvolta da una sola grottesca fiamma che tutto
surriscalda e poi raggela?’
perché il fuoco brucia sì ma lascia tutto spento, è nero
è cenere che pullula nell’aere pullula fino al papabile
fino al possibile delle stanze chiuse l’estate con le serrande
abbassate e la luce che filtra che è ferma ma veloce
la luce è veloce sì ma delicata
può arrivare ovunque ma ovunque può essere arrestata!

Basta una mano… ad oscurare il sole…
Basta una mano… ad oscurare il sole.

(Inedito, Eugenia Giancaspro)

D.R. Il pubblico che vive l’esperienza verbo-visiva ti percepisce come un’istallazione tout court? Come bilanci i due linguaggi che vivono in te?

E.G. Ti confesso che ho cercato l’espressione ‘installazione tout court’ su google e che non sono sicura di aver capito bene cosa tu intendessi, ma credo di aver capito a livello intuitivo. Eh, mi sa che non li bilancio benissimo ancora, i due linguaggi non hanno raggiunto ancora l’armonia dentro di me; si accavallano… A volte, poiché recito abbastanza velocemente, non ho il tempo, mentre recito, di inserire tutti i segni che mi ero prefissata di eseguire o peggio… li dimentico, a volte segno in maniera totalmente impropria, mi prendo grosse libertà che confinano con gli strafalcioni. Sbaglio, mi scoordino, invento dei segni -a volte anche per la prima volta – durante la performance, potrei per difendermi e pararmi il c*** dire che improvviso, ma in realtà è un problema che si presenta quando le poesie sono nuove e non le ho rodate, né provate e riprovate a casa. Quindi non chiamiamo ‘improvvisazione’ quella che in fondo è ‘impreparazione’ … Ah! insomma a volte è un po’ un disastro totale il connubio dei linguaggi, ma forse traspare questo: quello che vedi è quello che è, il mio sentimento la “mia” poesia è autentica, è concreta, e questo forse fa la differenza. Non chissà quale differenza, eppure nei limiti del differibile, differisce.

D.R. Pensi di poter sperimentare quanto si fa già all’estero con la “Deaf Poetry”? Come intendi sviluppare questo tuo percorso?

E.G. Deaf slam: io voglio farlo! Voglio organizzare un campionato nazionale di Deaf slam, ossia poetry slam per le persone sorde! Al momento, però, mi limito ad organizzare poetry slam in LIS, ossia a tradurre i poeti udenti che si presentano agli slam che organizzo io; ho cercato in lungo e largo poeti sordi, e al momento non ne ho ancora trovato uno che voglia segnarmi delle poesie che ha scritto di suo pugno! Conosco una poeta sorda molto molto brava, ma è oralista, ossia non segna, almeno fino ad ora. Dicevo, ho organizzato un laboratorio di scrittura poetica e traduzione in LIS,  una specie di sperimentazione, per cui ci mettemmo a scrivere produzioni poetiche improvvisate in base a parole pronunciate a voce alta e che poi vennero segnate live – con grosso coraggio e spirito di messa in discussione da parte delle interpreti LIS. Non l’avevo concepito così però, io pensavo a un fatto più letterario e meno “psicanalitico” ossia, viene qualcuno con un suo testo, oppure lo scrive così su due piedi durante il laboratorio di scrittura, e tramite il mio aiuto e quello di altri poeti slam, lo si rende performativo e più ‘slam!’; parallelamente un interprete LIS (o meglio LIS performer) ti aiuta a mettere qualche segno nel testo, in pratica il poeta classico conosce due cose in una: lo slam poetry come ‘genere letterario’ (?!?!) e la lingua dei segni come mezzo estetico d’espressione! Il deaf slam è qualcosa a parte.. sono poesie slam senza voce, di sole persone sorde… Ma io voglio organizzare il primo campionato di deaf poetry slam in Italia, e voglio che si possano iscrivere tutti tutti senza alcuna distinzione: non solo sordi, o sordo-ciechi, ma pure udenti, di qualsiasi cittadinanza o scemenze simili senza alcuna discriminazione, ma la regola sarà apertura massima verso tutti; unico prerequisito? Scrivere e  poi conoscere o voler conoscere la Lingua dei Segni Italiana. E magari si iscriverà ad uno dei miei laboratori una poetessa mora e bellissima sorda per davvero e che si chiamerà Antigone (Antigone come nome proprio di battesimo e non su facebook) e che sarà un mostro di bravura ed io rosicherò moltissimo d’invidia. Ma come dire, non sarebbe così buono il peperoncino se non ti bruciasse un po’ tra le chiappe, no?

Informazioni su Eugenia Giancaspro

 

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Un commento su “Eugenia Giancaspro: LisPoetry come frontiera

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