i cannibali della parola

Slam[Contem]Poetry

Adriano Cataldo: il potente spettacolo del poetry slam

Intervista a Adriano Cataldo che ci racconta a distanza di un po’ di tempo la partecipazione al suo primo  poetry slam. Intervista a cura di Dimitri Ruggeri nell’ambito dei Poetry Slam tutorial.

Come hai vissuto l’esperienza di partecipare al tuo primo poetry slam?

Il mio primo poetry slam è stato nel novembre del 2015 a Trento. Ne avevo sentito parlare perché si teneva in un locale, la Bookique, che frequentavo da tempo e che organizzava da anni dei reading a cui partecipavo. La cosa che mi stupì da subito fu l’alta partecipazione rispetto ai reading. In quel tempo i poetry slam erano organizzati da un gruppo di ragazzi che provenivano da contesti altri rispetto alla poesia. La loro modalità di presentazione era infatti molto diversa da tanti slam che ho visto successivamente nel circuito LIPS. Non c’era il sacrifice, che erano sostituito da una lettura accompagnata magistralmente da una piccola orchestra. C’era anche un’atmosfera giocosa, molto bella, mai vista prima. A Trento i poetry slam sono arrivati, per quanto ne so, grazie ad Alessandro Burbank, che è adesso una celebrità nell’ambito. Purtroppo, quando lui era attivo a Trento io ero all’estero per studio e non sono mai riuscito a vederlo. Nella stagione 2015/2016 del Trento Poetry Slam ero anche riuscito ad arrivare in finale provinciale. Non vi partecipai però, perché ero all’estero al momento della finale. Successivamente, i ragazzi che organizzavano gli slam proposero a me e a una ragazza che aveva partecipato con me agli slam di proseguire nell’organizzazione. Da allora abbiamo fatto per due anni la stagione, importando la modalità LIPS e creando un collettivo che è ancora attivissimo in tutta la provincia.Collettivi Slambanner3Che idea ti sei fatto del rapporto tra poesia tradizionale, forse vissuta come esperienza intima rispetto a questo approccio pensato per essere condiviso ad alta voce con un pubblico?

Come tante persone che frequentano la poesia, sono stato influenzato dal film “L’attimo fuggente”. La mia scena preferita è quella in cui si cita Walt Whitman, il “potente spettacolo” che continua e di come si possa “contribuire con un verso”. Nell’entità del contributo da dare al potente spettacolo del mondo non vedo molta differenza tra i vari tipi di poesia. Il punto di partenza di qualsiasi tipo di poesia è il verso. Che sia scritto, recitato, raffigurato o mimato. Il “verso” si distingue dalla “parola” perché è una particella linguistica che sta lì a significare più cose. L’etimologia di “verso” ci riporta al voltarsi, prendere una direzione, veicolare un messaggio. In poesia, come in tutte le arti, abbiamo quindi un 1) messaggio da veicolare, 2) un mezzo per veicolare il messaggio, 3) un/a poeta che veicoli il messaggio attraverso il mezzo 4) una persona che fruisca del messaggio veicolato dal/la poeta e 5) il risultato finale. In tutti queste fasi vi è una continua mediazione. Nelle fasi dalla 2 alla 5 sussistono le eventuali differenze tra i tipi di poesia. Per me, la forza offerta dalla poesia nelle dinamiche artistico-comunicative contemporanee è che intrinsecamente ed estrinsecamente ci sia una varietà di media utilizzabili. La poesia viene immessa in un circuito di mediazione e può cambiare forma di continuo. Adattare i versi al medium e ai fruitori costituisce una palestra di auto- e di “eteroanalisi”.

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Per essere più chiaro farò un esempio tratto dalla mia esperienza. Scrivo poesie dall’adolescenza, ma credo che la mia produzione abbia iniziato a essere significativa dal 2006 (sono nato nel 1985), quando scrissi “Solitudini del se” che è stata poi pubblicata nel 2008 in una collettanea di artisti iscritti a myspace (altri tempi). Vengo da questo mondo della cosiddetta “poesia di carta” e quindi pensavo che la poesia fosse intrinsecamente legata al medium cartaceo. I miei primi versi erano molto criptici e molto brevi, perché mi immaginavo che chi li fruisse fosse una persona con molto tempo a disposizione per ragionare su quel testo e trovare il proprio senso. La scelta di leggere i testi in pubblico è stata successiva, intorno al 2012, e all’inizio era dettata da semplice narcisismo. Durante i reading mi sono però reso conto che i miei testi fossero troppo criptici per essere fruiti a pieno, anche perché non ero capace di interpretarli. L’oralità permette di arrivare a un pubblico vasto ed eterogeneo, fatto in buona parte da persone che altrimenti non si avvicinerebbero alla lettura o all’ascolto dei testi. Partecipare ai reading e agli slam mi ha permesso di fare “ricerca empirica” su chi fruisca il testo, e ho allargato la versione analitica del ricevente del mio messaggio. È stata anche, come dice Dome Bulfaro, un modo per fare “bagni di umilità”. Ho quindi iniziato a scrivere dei testi che a mio avviso funzionassero in versione orale e in versione scritta, e il pubblico era più interessato. I primi testi che leggevo in pubblico erano di taglio demenziale, con frequenti sovvertimenti di senso. In seguito, ho sentito un richiamo dalla poesia civile. Le vicende politiche hanno avuto un ruolo. Per rendere al meglio i testi ho fatto più cura al linguaggio del corpo e alla voce. Oltre a questo, sto sviluppando un progetto di foto e poesia e uno di poesia con musica dub, con cui ho partecipato al Premio Dubito (con risultati non eccelsi).

Il nome della resa

Maschio Bianco Italiano
Radici giudaico-cristiane
Ogni giorno, un residente si sveglia
E sa che dovrà
Odiare più forte
Sognare più forte
Votare più forte.
Il residente è sintassi d’interessi
Sogna un cancello, che in principio era verbo.
Sogna una marcia, che in ultimo è aggettivo.
Il residente è complemento oggetto, soggetto al suo vuoto, soggetto al suo voto.
Sogna il residente, che il vuoto fuori sia quello dentro
Il buon degrado, suo malgrado.
Il vuoto che vuole: diritto di suole.
La lingua italiana batte dove il perdente duole
Percuote ciò che vuole
E più non dimandare.
Sogna il tragitto perfetto
Verso la pattumiera, la raccolta dei rifiuti e dei rifiutati
Il palese pulito.
Difendere e dipendere
Sognare le distanze.
Una nazione che non sia alienazione, inazione.
Possiamo oggi dire al residente che la patria è perduta da anni
Che il nostro popolo è morto a Genova
Al residente ricordiamo di scegliersi bene la parte
Capire
Il limite tra cosa offende e cosa coraggio infonde
Il limite tra chi è più italiano tra i Marò e Giulio Regeni.
Scegliersi una sorte che possa dire compagna
Che la vita si sconta lottando.

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Perché a tuo avviso oggi la poesia orale non è così popolare e diffusa?

Io credo di contro, che la poesia orale e la poesia visuale o visiva siano molto diffuse, basti pensare alle poesie su instagram (le mie preferite sono le “poesie brutte” di Paolo Agrati) e ai poetry slam. Vedo tante organizzazioni e associazioni contattare i circuiti di poesia orale per arricchire i propri eventi. Questo perché è stata compresa la popolarità del mezzo espressivo. La poesia in generale ha tuttora una valenza ambigua. Da un lato è considerata una forma “alta” di espressione, si dice infatti che “questa canzone è poesia”, ma non si dice l’opposto. Dall’altro lato si sente spesso dire alle persone “non capisco le poesie”, come se la prosa si possa definire facile. Forse quelli che organizzano eventi di poesia orale sono visti come i populisti in politica. Il populismo ha successo a livello elettorale, ma ha in sé una componente negativa.
Il populismo è inoltre molto divisivo. Uno dei maggiori punti di critica alla poesia orale, da parte dei cosiddetti “addetti ai lavori”, sia la scarsa autoanalisi, nonché la scarsa competenza di tanti che leggono in pubblico. Io credo che non tutti i partecipanti agli slam puntino a fare i “poeti laureati”, molti vogliono solo trovare un modo per esprimersi. Tornando al populismo, esistono molti partiti e leader politici considerati populisti (penso a Bernie Sanders, al Labour corbyniano e ai verdi in Germania) che sono portatori di un messaggio di equità sociale e ambientalismo. Si può quindi fare del populismo di qualità e della poesia orale di qualità, nonostante il successo popolare. Io credo che molti personaggi che frequentano il mondo della poesia orale e degli slam siano anche dei teorici e degli analitici della poesia.
Quelli che sia affacciano alla poesia orale da novizi, possono imparare molto dai tanti personaggi che oggi la popolano. Da quando frequento questo mondo ho avuto modo di apprezzare diverse di loro, per la qualità dei testi, le competenze tecniche e la portata ideologica, la forza espressiva. Molti dei cosiddetti giovani sono di già poeti robusti, penso a Martina Cappai Bonanni, Francesco Malavasi, Emanuele Ingrosso e Jaime Andrés De Castro.

Quale pensi sia il miglior posto per dar vita ad un poetry slam?

Qualunque posto è adatto. Ho fatto una bella esperienza questa estate. Sono stato scelto per fare da tutor in occasione di una residenza artistica. Lì abbiamo fatto un workshop di foto e poesia, che tra i prodotti finali per la restituzione prevedeva un poetry slam. La maggior parte dei partecipanti al laboratorio non aveva ancora letto in pubblico. È stato un successo. L’evento si è tenuto in un piccolo paese dell’entroterra cilentano (da cui provengo). Gli abitanti hanno fatto da pubblico e giuria e sono stati meravigliosi. Eravamo nella piazza dove di solito si tengono le feste. La soddisfazione più grande è stata avere tra il pubblico i miei genitori e il mio ex professore di filosofia delle superiori. La sera, il mio professore mi scritto questo messaggio: “sapevo che mi sarebbe piaciuto. Sono venuto per questo. Poi mi sono chiesto se tutti voi siete dei superstiti, degli sconfitti o degli immortali. Immortali nel senso che nessuno potrà uccidervi. Propendo per immortali. Siete come quei bricconi che si riunirono sulle colline di Fiesole per ristabilire l’equilibrio sociale attraverso il racconto di novelle, mentre la peste sterminava i valori”.

A tuo avviso, quali sono i punti di forza e di debolezza del format?

Il poetry slam si struttura come uno “spettacolo integrato” in cui convivono avanspettacolo e poesia. Uno dei “miracoli” a cui ho assistito in seguito agli slam era sentire le persone discutere di stili e temi, anche dopo gli eventi, persone che non avevano frequentazioni con la poesia, escluse quelle dei tempi della scuola. Il punto di forza è quindi portare la poesia ovunque. La debolezza temo sia il non aver ancora trovato come saldare la scissione cui accennavo nelle domande precedenti. Siamo ancora come i pentastellati della poesia, dobbiamo diventare i Bernie Sanders della stessa!

Ci parli dei testi che hai proposto? Come li hai scelti?

Nella scrittura credo di essere contaminato da Eugenio Montale, Elio Pagliarani, Pier Paolo Pasolini, Luigi di Ruscio, Luciano Bianciardi, dai testi di sociologia, economia, filosofia, dalla cronaca, dalle dinamiche contemporanee (il fascio-razzismo strisciante, le divisioni della società, le diseguaglianze e l’inquinamento), dalla mia esperienza di figlio e nipote di emigranti italiani in Germania (ho vissuto molti anni lì e da molti vivo in Italia. Io stesso sono un emigrante perché vivo da dieci anni a Trento). Il mio testo più rappresentativo è “il mare che i terroni rimpiangono”, che è anche un modo per ricordare ai miei conterranei che fino a qualche anno fa i toni usati per noi erano gli stessi che oggi vengono usati per i migranti. È un testo che in versione scritta ha un piglio meno polemico, ma dal vivo prova a diventare un urlo. Un altro testo è “Mike Hughes”, che è ispirata da un tizio che ha sostenuto teorie “terrapiattiste”, ma che è anche una poesia di amore e cura. Infine “Le prime cure” che è stato ispirato da un incidente ferroviario in cui sono morti dei pendolari.

Quali consigli ti senti di dare a chi si accinge a partecipare per la prima volta?

Godersi lo spettacolo, non pensare ai punti, discutere con gli altri partecipanti di poesia, leggere tanto.

Parteciperai ad altre gare?
A febbraio 2019 sarò a Torino e poi sarò alle semifinali LIPS liguri e toscane. Spero anche di poter ripartecipare agli slam trentini, visto che non sono più coordinatore. Sarei anche tanto contento di partecipare agli slam del Sudtirolo, magari alternando italiano e tedesco.

Concludiamo con il tuo reading “La lotta e la sopravvivenza” che stai portando in giro. Ci dici di cosa tratta e come lo hai strutturato?

Si tratta di un “comizio con poesie” in cui narro le vicende socio-politiche dell’Italia contemporanea alternando mie poesie e brani altrui. Il punto di partenza è l’identità, un tema molto abusato in questi mesi dalla retorica politica e dal discorso pubblico. Nel corso del reading, composto da undici poesie, cerco di mostrare che uno dei modi per sopravvivere e lottare al giorno d’oggi sia il prendersi cura di qualcuno, indipendentemente dalla provenienza territoriale. Il reading ha esordito in forma ridotta al Blob di Arcore, aprendo lo spettacolo di Lorenzo Bartolini e Giacomo Toni “Mio zio Bukowski”. Successivamente ci sono state due date a Trento e spero di poter essere invitato in altri posti. Il mio obiettivo è farlo in una qualche sede della Lega, magari in quella di Napoli.

*

Adriano Cataldo, cilentano, nasce a Emmendingen (D) nel 1985. Ha pubblicato poesie in sillogi nel 2008 (Magma Productions), nel 2010 (I versi della Leda) e nel 2012 (La Recherche). Liste bloccate (2018) è la sua prima raccolta di poesie. Dal 2015 al 2018 è stato vicecoordinatore del Trento Poetry Slam. Nel 2016 ha fondato il movimento Breveintonso (poesie il cui titolo è più lungo della poesia stessa).

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