i cannibali della parola

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La nuova rete poetica: La Compagnia dei Poeti

Compagnia dei PoetiIl viaggio del progetto La nuova rete: i collettivi glocal della “poesia comunitaria” , curato da Dimitri Ruggeri, ha sempre più camminatori:  ritorna  in Abruzzo con il quattordicesimo appuntamento con  La Compagnia dei Poeti, un collettivo che ha la base al capoluogo abruzzese dell’Aquila. L’intervista è stata rivolta ai due coordinatori Alessandra Prospero (A.S.) e Valter Marcone (V.M.)

Quando, dove e perché nasce il collettivo?

V.M.: Ricordare com’è nata la Compagnia dei Poeti di L’Aquila suscita in chi scrive un sentimento romantico di attaccamento ad una creatura a lungo desiderata e nata poi quando forse le speranze stavano per esaurirsi. Come accade nel caso di figli così tanto amati e desiderati anche in questo caso è capitato la stessa cosa: essi ad un tratto vanno per conto loro, vanno per la propria strada, quella che si fanno camminando e camminando da soli. Proprio perché come genitori si rinuncia non ad un ruolo che nel bene e nel male quello è, ma perché, proprio in questo caso, la piena libertà di scelte e la spinta all’autonomia sono state più forte di ogni altra cosa. Tanto che purtroppo tale consapevole scelta da parte dei genitori non ha portato molto lontano e richiede ora a distanza di due anni un intervento di riappropriazione e di indirizzo indicando di nuovo quegli obiettivi che stavano e stanno a monte del percorso compiuto.
Al di là di questa “tenerezza flaubertiana” per l’attaccamento morboso ai particolari che ci spingerebbe a ricordare dettagli ossessivi, particolari personali, l’analisi dei motivi della nascita della Compagnia è molto più semplice.
La Compagnia dei Poeti di L’Aquila nasce per continuare un percorso iniziato con l’organizzazione (estemporanea) di una festa della poesia (ma con precisi intenti). In occasione della giornata mondiale della poesia il 21 marzo del 2016 che trovava e trova ogni anno espressioni virtuali e concrete in manifestazioni che in molti luoghi del nostro paese appunto ricordano che il 21 marzo è per convenzione giornata dedicata alla poesia (alla pari di altre date alla moda – con una inflazione galoppante -che ricordano ricorrenze appunto convenzionali).
La festa della poesia di quell’anno, la prima organizzata da un gruppo di poeti
(le successive organizzate ogni anni il 21 marzo dalla Compagnia dei poeti ) nasceva con una idea affermativa di fondo : riconsiderare i versi di una poesia come “ storia”
(l’unica che forse possa farsi ) al modo della Recherche proustiana che fa della memoria e del tempo il continuo palinsesto della vita con i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue azioni che la poesia ci aiuta ad esprimere, a conoscere, a condividere. Dunque una poesia di tutti e per tutti. Una poesia per gli occhi (leggere poesia) ma soprattutto una poesia per la voce. “Porgere” poesia con la voce che implica un gesto, farsi ascoltare che implica l’accettazione di quel gesto, non solo la condivisione ma l’appropriazione di quel gesto. Dire e fare poesia, dire e fare con la poesia storia di se e degli altri. Versi per essere pronunciati, versi per essere ascoltati.
Via dunque i paludati incontri (anche se con voci poetiche eccellenti) del passato e via organizzazione studiata a tavolino senza spazio per le emozioni “in diretta”. Vita alla spontaneità e alla inclusione.
Una festa-proposta per dare la possibilità a tutti di porgere versi propri e di altri, di ascoltare versi, di riconsiderare la memoria che suscitano i racconti in versi la ricapitolazione di un sé inespresso, di un sé in cammino.
Una festa in cui la proposta veniva dal mezzo più semplice (ma anche più complicato di questo mondo) la voce capace pronunciando dei versi di muovere e rimuovere, trascinare e sostare, incontrare, dirimere, dividere, creare, mutare, riconvertire, animare e rianimare fino alle estreme conseguenze appunto di storie personali e di memorie inesauste.
La provocazione nella provocazione (semplicità, spontaneità e inclusione) stava anche nel proporre ad una città, alla sua fragilità dopo un evento sismico di cui tutti conosciamo le conseguenze, un’altra apparente fragilità, quella della poesia in modo che unendo queste due fragilità potesse nascere qualcosa di significativo in tema di ricostruzione e non a caso abbiamo inteso parlare di poesia come memoria e come storia personale e di gruppo nel tempo proustiano, che è, secondo noi il senso della poesia. (Infatti “…che cosa è la Recherche se non un monumento alla storia e alla memoria di sè, del sè colpevole e del sè sconosciuto, ed uno sforzo continuo di portare il sè sconosciuto in superficie per meglio capire e arricchire il sè consapevole? E non è la Recherche un romanzo “circolare”, che si svolge e si riavvolge continuamente su se stesso, con personaggi che si autoriproducono, invecchiando e tornando allo stesso tempo bambini o rimpiazzandosi in un girotondo senza fine? Gilberte che diventa Odette, Albertine che diventa Gilberte, il narratore che diventa Swann, Saint Loup che diventa Charlus giovane, e ancora il narratore già vecchio che torna, bambino solo perché il suo piede ricalca i ciottoli del cortile di palazzo Guermantes, gli stessi e con le stesse irregolarità che aveva percepito la prima volta condotto per mano dalla mamma. E infine il gran ballo finale e sepolcrale nei saloni di Oriane con tutti personaggi del libro ormai invecchiati … e ricondotti alla freschezza originaria dalla memoria del “narratore” con l’ausilio di quella petite phrase musicale che tiene il luogo d’una macchina del tempo, ripercorso a ritroso con la velocità del lampo. E.Scalfari La sera andavamo in Via Veneto Mondadori 1986 pagg. 73-74)
Da questo senso della poesia è nata la Compagnia dei poeti ossia una “occasione” (una modalità) di avviare un percorso di ragionevole consapevolezza di sé attraverso “ i lampi del tempo”. Ma anche su che cosa significa fare poesia in una situazione come è quella aquilana (sul come fare, per chi e con chi poesia) nella nostra vita di ogni giorno qui, nella vita di questa comunità, nella vita di ogni giorno con i problemi che ogni giorno comporta. L’Aquila poteva rappresentare, come di fatto è stato un laboratorio vivace come hanno dimostrato le iniziative della Compagnia: i recital aperti a tutti, i “ Binari poetici “ che hanno delineati percorsi tematici e stilistici in modo seriale ( si sono svolti continuativamente per un anno intero con appuntamenti periodici), i Reading a tema che hanno stimolato fantasia e riflessione, i recital legati ai luoghi, la ricerca per esempio nello sperimentare i rapporti tra poesia e musica, tra poesia e architettura, tra poesia e arti figurative e infine l’incontro con la prosa nelle sue varie espressioni.
Questo percorso è ora in via di esaurimento ma è stato necessario per permettere a quella creatura così tanto desiderata e amata di camminare con le proprie gambe. Ne sarà capace?
Per le anime della Compagnia dei Poeti (ovvero i due coordinatori) non è necessario attendere la riposta a questa domanda che qualunque essa sia indica come la strada percorsa è stata fruttuosa, che i risultati sono innegabili, che il percorso fatto “ in compagnia” permette di ipotizzare un altro tratto di strada e di indicare tappe diverse. Altri sentieri sono possibili con chi vuole lasciare gli attendamenti ormai saldi ma anche consueti, privi di stimoli, insomma punti di arrivo che devono diventare nuovi punti di partenza.
Proprio per la natura di questo nuovo percorso la Compagnia non si è voluta dare una organizzazione statuale pur avendo fissato delle regole, sperimentando e indicando “l’incontro” tra persone come strumento di crescita.

A.P.: La Compagnia dei Poeti nasce a L’Aquila in occasione della Festa della Poesia del 2016. Per tale evento si unisce il guizzo visionario di Valter Marcone con la mia ossimorica pragmaticità poetica che porterà struttura e contatti. Dopo tale evento la Compagnia continua a raccogliere l’entusiasmo e gli ingressi di tanti autori e rimane in piedi con questa forma per circa due anni.
L’obiettivo è quello di sovvertire le regole usate e abusate della condivisione poetica con il pubblico, tornando a darle un canale di comunicazione prettamente orale che si discosti dai “paludati incontri” di salotto o di palazzo che sortiscono l’effetto contrario di allontanare ancora di più l’ascoltatore dal dorato mondo dei versi e delle ispirazioni immaginifiche.
La mia personalissima filosofia del fare mi ha spinto a fare insieme all’altro coordinatore, Valter Marcone, un’opera archeologica e maieutica di riscoperta dell’essenza stessa della poesia che non è lontananza o astrazione da chi ci ascolta, tutt’altro!
Nel senso ancestrale e storicamente primigenio del termine, nonché nella sua purezza etimologica, la poesia altro non è che un atto di creazione, qualcosa che si “fa”, quindi perché non renderla una buona prassi?
Il talento, l’arte, le passioni vanno “praticate”.
Inoltre, nella sua primogenitura rispetto alla scrittura, la poesia rivela il carattere aperto e comunitario della sua eventuale fruizione: altro che piccoli mondi (sommersi) elitari o monadi liriche!
Con questo spirito la Compagnia ha dato vita a un immenso progetto di inclusione poetica che racchiudeva stili, personalità e curricula differenti, realizzando reading, spettacoli e serate a tema che hanno sempre goduto di numerosa e appassionata risposta del pubblico.

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Quanto è importante il rapporto di identificazione con il territorio?

V.M.: L’identificazione con il territorio in senso qualitativo rappresenta probabilmente un momento nodale del nuovo cammino da intraprendere da parte della Compagnia dei poeti di L’Aquila. Nell’intento di chiarire meglio questa ipotesi di progetto bisogna brevemente attardarsi su una premessa e su una definizione di territorio. La premessa di per sè semplice da riferire sta in una analisi che vede sul territorio, per il passato, anni di iniziative elitarie in questo settore. Di iniziative (che continuano ancora oggi) anche meritorie di piccoli gruppi autoreferenziali concentrate appunto sull’autoascolto e l’autoriproduzione (pericolo al quale la Compagnia intende sfuggire con autoconsapevolezza dei propri limiti); sulla egemonia (a volte meritata veramente a volte per millantati meriti) di persone dispensatori di patenti e lasciapassare nel mondo della poesia. Uno scenario, per esempio, che ha visto per anni “l’affezione squilibrata” per la poesia dialettale a scapito di altri generi e voci (la poesia dialettale arriva più facilmente; è veicolo di sentimenti ed emozioni vicinissime alle persone che quotidianamente usano il dialetto anche come patrimonio e fonte di saperi), una poesia dialettale viziata dalla retorica del tradizionale, dalla riproposta ciclica di iniziative esaurite in se stesse. Uno scenario quasi di certezze matematiche in cui la poesia è una sola, tutto l’altro non conta, anzi non è poesia, tale da escludere, e con la capacità di assorbire le scarse risorse finanziarie; la presenza di voci isolate conosciute solo da pochi addetti ai lavori.
Infine la nascita di premi letterari intitolati alla memoria o nel ricordo di intellettuali completano questo quadro di realtà. Una realtà che si può giudicare positiva o negativa (non è questo l’intento nell’esaminarla) che ci dà modo di aprire la riflessione appunto sul territorio che è quella che ci interessa più da vicino.
Quanta parte delle iniziative che abbiamo ricordate hanno avuto con il territorio un rapporto di identificazione? Alcune certamente, la gran parte, proprio quelle che tenevano in maggiore considerazione gli elementi costitutivi del territorio hanno usato il territorio per ricavarne un lustro, per usarlo senza produrre alcun coinvolgimento del territorio medesimo.
Certo si potrà osservare che la poesia è un genere di nicchia, che non tutti hanno gli strumenti per frequentarla, che solo quando si esprime in un certo modo (a volte incomprensibile ai più) è vera poesia. Insomma che rappresenta appunto il “miele di una elite”.
Non è questa la concezione del territorio e della poesia de La Compagnia dei poeti di L’Aquila e non sono queste le proposte che la Compagnia vuole promuovere nel suo progetto di condivisione e di inclusione.
Il territorio è per la Compagnia quell’insieme di istanze umane, politiche, culturali, sociali, economiche che danno vita alla realtà quotidiana. Quelle istanze che gli individui, i gruppi familiari, di lavoro, di interesse vivono. C’è un territorio fisico che ha delimitazioni e confini, oltre i quali si è in un altro territorio (con tutto quello che ne consegue: accoglienza, riconoscimento di diritti e doveri, coordinate culturali) ma c’è un territorio che da tempo abbiamo definito “dell’anima” che noi definiamo “platonico”. Per meglio capirci aggiungiamo a questo proposito che nel Fedone, uno dei dialoghi di Platone, Socrate si dimostra assai deluso delle indagini rivolta ai fenomeni naturali. Teme che pretendere di cogliere le cose con i cinque sensi finisca per accecare l’anima. Nel compiere questo passaggio secondo la preoccupazione di Socrate dal “sensibile” “all’intellegibile “sta proprio il nostro concetto di territorio che passa dall’accontentarsi delle apparenze all’innalzarsi al considerare il ruolo concetto.
Il territorio deve diventare dunque nelle iniziative della Compagnia una ricerca concettuale per riannettere dignità alla vita delle persone, sfregiata dalla protezione e salvaguardia di territori (consumismo, piazze virtuali, ecc) che mortificano tale vita.
Da qui nasce un progetto che riassumiamo nel seguito di questa esposizione quando si parla di settori di attività.

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A.P.: Nel caso della Compagnia dei Poeti dell’Aquila direi che l’identificazione con il territorio è uno degli elementi distintivi. In primis perché l’indicazione geografica già fornita nel nome porta già il lettore a una localizzazione e gli fornisce un parametro. Tale parametro non è esclusivo o emarginante ma fortemente identitario.
Noi rappresentiamo il fermento poetico di una città che ha sta ancora ricostruendo se stessa, non senza difficoltà ma con la cieca ostinazione di chi ha alle spalle una forte storia e una lunga tradizione culturale.
A parte il senso identitario di una comunità che “nec recisa recedit” e paradossalmente “immota manet”, nonostante il terremoto, e che di entrambi i motti cittadini riflette la tenacia e la perserveranza, la Compagnia ha manifestato espressamente questo legame con il territorio anche con la presenza al suo interno di poeti vernacolari che ben si sono amalgamati alle composizioni in lingua.
Il filosofo Wittgenstein aveva ben intuito che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé, con le sue mille sfumature; esse a volte sono meravigliosamente intraducibili poiché o non vi è un termine corrispettivo o le intraducibilità sono melodie onomatopeiche.
Un mirabile e manifesto esempio di ciò è il celeberrimo scrittore siciliano Andrea Camilleri che nelle intonazioni e nelle espressioni in vernacolo svela quasi degli archetipi della cultura e della vita meridionale. In Italia non c’è lingua senza dialetti, già lo sosteneva anticipando la linguistica moderna Dante Alighieri, perché essi sono la lingua degli affetti, delle “cose” che appartengono ad una terra e non ad un’altra, che legano le generazioni tanto quanto il sangue.
Il dialetto rappresenta la nostra etichetta, le nostre radici, la nostra carta d’identità. Il dialetto inteso come lingua è il mezzo che identifica tutto: i soprannomi, i rioni, le località. Ad un tempo in cui la neo-omologata lingua unitaria italiana era vissuta come un’imposizione, e si cercava dissidenza e resistenza nel dialetto, si è sostituita un’epoca in cui si vuole soffocare sotto un cuscino di piume anglofone la nostra bella e complessa lingua (diramazioni vernacolari comprese), conquistata e amata a fatica, come poc’anzi espresso, a tutto vantaggio di formule inglesi che infarciscono ogni contesto, da quello politico a quello lavorativo o scolastico. Un malcostume che sa di pochezza sociale e di inadeguatezza culturale.

Con chi collaborate maggiormente (Associazioni, Enti ecc.?)

V.M: Le esperienze fatte dalla Compagnia hanno dimostrato come un gruppo possa lavorare con regole ma senza condizioni statutarie. Ha dimostrato come le iniziative possano essere realizzate con un minimo autofinanziamento azzerandone i costi. Alle iniziative realizzate sono state conferite risorse quali: la cura dei rapporti e delle relazioni interpersonali, la disponibilità di un tempo personale, individuale e comune, la messa a disposizione di spazi di comunicazione personali (social network, e-mail personali, ecc.)
La Compagnia non ha avuto alcun tipo di finanziamento, né pubblico, né privato.
Dopo una iniziale collaborazione con un’associazione del territorio, che ha tenuto a battesimo la prima iniziativa in tema di poesia dalla quale è nata la Compagnia e ha accompagnato il consolidamento di alcune iniziative, la più copiosa collaborazione è stata quella dell’Assessorato alla cultura dell’Amministrazione comunale di L’Aquila. Questa collaborazione si è espressa nel mettere a disposizione della Compagnia le pagine delle brochure a stampa dei calendari delle iniziative per la Perdonanza, per l’estate aquilana, per le festività natalizie.
Inoltre ha sempre offerto disponibilità concedendo l’uso di locali comunali per i recital, in particolare la Sala “Rivera” del palazzo Fibbioni che possiamo dire essere divenuta la sede storica della Compagnia avendo realizzato appunto in quella sede molte delle proprie iniziative.

A.P.: Abbiamo collaborato con diverse associazioni, pro loco, e comitati. Nell’estate del 2017 abbiamo addirittura realizzato un tour poetico nei borghi dell’aquilano in collaborazione con le varie pro loco: è stata un’avventura affascinante, impegnativa ma che rimarrà nella storia. Abbiamo visitato poeticamente i comuni di Ofena, patria del poeta Nicola Moscardelli, Tione degli Abruzzi, Goriano Valli, Tornimparte, e tanti altri.
La collaborazione che più ci inorgoglisce è comunque quella con l’Assessorato alla Cultura del Comune dell’Aquila che, con intelligenza e lungimiranza, ha fattivamente appoggiato le nostre iniziative.
Nella Sala Rivera dell’istituzionale Palazzo Fibbioni è nata la nostra storia quel 21 marzo del 2016 ed è proseguita. La sede del Comune dell’Aquila ha visto nascere la Compagnia ma anche la rassegna poetica ideata da me e da Valter Marcone, dal titolo Binari Poetici, per la quale sono giunti autori da tutta Italia.

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Su quali settori si focalizza principalmente la vostra attività?

V.M.:Nel rispondere alle domande di questa intervista-questionario abbiamo cercato di esaminare alcuni temi intesi come elementi di un “cantiere” in progress. Un cantiere che attraverso le sue trasformazioni dia vita ad un progetto qualitativamente legato al territorio e che dal territorio tragga gli elementi di coinvolgimento e di condivisione. Per rimarcare in definitiva un cammino in cui la caratura delle iniziative sia in grado di definire un volto nuovo della Compagnia.
Da questa premessa si capisce come il progetto vuole operare in un territorio completamente diverso da quello che finora abbiamo conosciuto. Si parte dalla poesia e si arriva alla poesia. Tutto il resto fa da necessario supporto alle “gambe per camminare”.
Un progetto-incontro con le regole della parola per capire ed entrare nelle regole del mondo in cui si opera; per entrarvi per trarne i sentimenti, le emozioni, le storie per vivere. Ma non di riflesso, Per vivervi dentro. Dentro quel mondo c’è poesia
E se questo è vero, questo può essere possibile: costituire la poesia come memoria e storia della vita per tutti e con tutti. Nella quotidianità e quindi in tutte le istanze e le espressioni di questo territorio in cui viviamo. Si può fare poesia, ossia raccontare storie in versi (come si fa dalla nascita della poesia) sul calcio in un campo di calcio per esempio. E lì che si deve. Come si deve in una stazione ferroviaria o di autobus raccontare il viaggio con i mezzi di trasporto ma anche in un cimitero raccontare il viaggio della vita, come pure in un istituto penale raccontare la libertà, in una nurse pediatrica raccontare la vita.
Questi sono i luoghi del territorio, queste sono le qualità “concettuali” del territorio dell’anima. Questa non è un’utopia. In questo senso iniziative del genere possono essere realizzate per intraprendere un nuovo cammino.
A cominciare allora dalla preparazione della festa della poesia che potrà realizzare iniziative anche in altri luogo oltre la canonica sala e il canonico recital del 21 marzo.
Per continuare con la contaminazione sperimentale di territori dove la poesia si fa guida per un esercizio di salvaguardia e di liberazione degli elementi costitutivi di quei territori: sanità e malattia, orgoglio e pregiudizio, ragione e follia, povertà e ricchezza e via dicendo.
Infine la poesia come consapevolezza civile di essere ed esserci per l’autodeterminazione delle comunità verso mondi aperti e migliori.
Naturalmente per il 2019 saranno poche iniziative in questo quadro programmatico così in breve riferito.

A.P.: Nei primi due anni di attività abbiamo lavorato sulla riscoperta dell’oralità in un discorso corale e di inclusione. Abbiamo sviluppato una struttura di reading che potesse includere tutti i nostri poeti aderenti e, nel contempo, non risultare indigesta al pubblico, né nella mole, né nel contenuto.
La formula funzionava, anche quando c’erano 25 poeti a leggere. Questo grazie a peculiarità che sono proprie della nostra compagine.
Ci siamo lanciati, come premesso, in tour poetici estivi che richiamavano sempre una notevole audience. Abbiamo affrontato agevolmente numerose serate a tema: memorabile quella sul Perdono e la Riconciliazione inserita nel programma della 724^ Perdonanza celestiniana dell’Aquila in cui, peraltro, ognuno di noi indossava vestiario bianco in onore della circostanza. Abbiamo partecipato ad iniziative promosse dal Comune dell’Aquila e abbiamo addirittura messo in scena uno spettacolo in costume in cui ogni poeta reinterpretava un mito greco sia con l’abbigliamento, sia con dei testi poetici ad hoc. Lo spettacolo era “Miti e muse rivisitati dalla Compagnia dei Poeti dell’Aquila” e si è svolto nella splendida cornice di piazza San Carlo ad Ofena il 4 agosto 2018.
I progetti per il 2019 riguardano innanzitutto la partecipazione alle iniziative commemorative del decennale del sisma dell’Aquila: è un tributo doveroso e sentito da parte nostra, ciò che è successo 10 anni fa fa ormai parte di noi come un innesto di pelle. La poesia è salvifica, lo sarà anche in questo caso.
Infine quest’anno vorremmo lavorare a nuovi progetti e a nuove strutture performative, la Compagnia nasce come progetto vivo e, se rimanesse uguale a se stessa nelle modalità e negli intenti, si cristallizzerebbe in una Pompei poetica.

Il rapporto con il Poetry Slam. Quando avete organizzato il primo?

V.M.: La città di L’Aquila ha ospitato sessioni di Poetry Slam in varie sedi organizzate da gruppi e associazioni. In realtà la Compagnia dei poeti non ha promosso in prima persona appuntamenti di Poetry Slam anche se i suoi aderenti hanno partecipato numerosi ai vari incontri. Tanto da essere presenti anche alle finali regionali tenutesi a Pescara. L’introduzione dei Poetry Slam a L’Aquila è dovuta all’impegno di Dimitri Ruggeri (in generale in Abruzzo) e di Matteo di Genova e di Alessandra Prospero a L’Aquila. Quest’ultima, oltre a partecipare ad alcune sessioni, ne ha promosso una speciale riservata agli studenti delle scuole medie superiori nell’ambito della edizione di Volta la carta del 2016.
Per l’anno 2019 la Compagnia si propone di dedicare una parte del suo impegno alla organizzazione in proprio di sessioni di Poetry Slam in sedi particolari e con un pubblico definito con modalità anche di pubblicizzazione ancora da definire.

A.P.: Il mio personalissimo rapporto con il poetry slam nasce con la conoscenza con la persona che lo ha importato nel Centro Italia e cioè Dimitri Ruggeri. E menomale, oserei dire, perché in tal modo ho avuto l’occasione di conoscere l’aspetto più nobile dello slam e della competizione e, come diceva Konrad Lorenz, l’imprinting è fondamentale.
La valenza competitiva dello slam è eterodiretta ma fondamentale anche in quanto autodiretta: lo slam ti spinge a guardarti dentro e a metterti in gioco, in primis con te stesso.
Il suo carattere democratico e la sua immediatezza sono un’ottima cassa di risonanza per il poeta, in molti casi anche ottime maestre perché insegnano a comporre meglio, a rendere meglio le immagini retoriche, a performare meglio, a relazionarsi meglio con il pubblico.
Quello che invece non ho apprezzato e continuo a non apprezzare è la deriva cabarettistica che si cela sempre dietro l’angolo e che spinge i poeti (o autori) ad essere sempre più tipizzati nello sketch strappa-applauso o l’innalzamento continuo dell’asticella dell’aggressività verbale e ritmica: i rapper possono anche essere poeti, ma non necessariamente deve essere vero il contrario.
Infatti, se è vero che nomina sunt consequentia rerum, ricordo che parliamo di “poetry slam” e non di “freestyle slam” o “beat slam”.
Tra le pieghe della anomia o della mancata regolamentazione del poetry slam si nasconde purtroppo un sottobosco di sottesi, equivoci e manovre egemoniche di quella o quell’altra fazione che poco hanno a che vedere con la reale essenza dell’agone poetico, della poesia e della democraticità della stessa.
In tutto ciò, mi consolo pensando che con il collettivo dell’Abruzzo abbiamo portato a casa due grandi primati: con Dimitri Ruggeri ho organizzato e realizzato il primo poetry slam under 18 del Centro Sud nel 2016 con lo speciale torneo Volta la Carta Poetry Slam nelle scuole e ho condotto il primo poetry slam tutto al femminile del Centro Italia, il Pink Poetry Slam. Questo è un dato storico, inconfutabile.
Inoltre sono uno dei pochi Mc di sesso femminile ad aver condotto una finale regionale.
E scusate se è poco…

RIPRODUZIONE RISERVATA – MARZO 2019

 

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