i cannibali della parola

Slam[Contem]Poetry

Max Di Mario: Il Caos del poetry slam

Intervista a Max Di Mario che ci racconta il rapporto con il poetry slam in un crescendo ricco di aneddoti farcito con una performance video. Il progetto e l’ intervista sono a cura di Dimitri Ruggeri nell’ambito del Poetry Slam tutorial. 

Anche se non è stata la tua prima gara, ci racconti come hai vissuto l’esperienza di partecipare al tuo primo poetry slam?

In realtà, il mio battesimo slammistico lo ricordo ancora molto bene, perché è stata un’iniziazione in due puntate, con quattro anni di altro nel mezzo. Il mio primo poetry slam è datato 2013, a Padova. Portai due testi concepiti per rimanere su carta e ovviamente presi gli schiaffi da alcuni bravissimi performer presenti, perché mi limitai a leggerli, immobile ed espressivo come una betulla, tanto che pure i miei amici, quando toccò loro fare i giurati, mi diedero voti bassissimi. Dopodiché mi disinteressai a questo tipo di competizioni, che al tempo consideravo lontane dai miei interessi e dalla mia sensibilità, fino a quando nel 2017 accompagnai un amico musicista ad un open mic organizzato dal collettivo fiorentino Fumofonico. Lì conobbi le conturbanti poesie di Nicolas Cunial e vidi Matteo Zoppi performare divinamente “Basta Cani” di Nanni Balestrini, cosicché decisi di rimettermi in gioco: avrei scritto delle poesie fatte apposta per essere performate, completamente diverse da tutto ciò che avevo scritto fino a quel momento. I ragazzi di Fumofonico, da inguaribili ottimisti dal cuore gigante quali sono, credettero in me a scatola chiusa, dandomi la possibilità di partecipare ad un secret poetry slam, ovvero un evento con location segreta comunicata all’ultimo minuto, come i migliori rave illegali anni ’90. Il luogo prescelto era l’accogliente salotto di una professoressa di lettere di Firenze, con tanto di buffet di benvenuto innaffiato di Chianti. Un luogo insolito per questo tipo di manifestazioni, come avrei avuto modo di constatare poi, ma che ha reso possibile vivere questo mio secondo incontro con il poetry slam come un’esperienza estremamente intima e rilassata, senza alcuna tensione competitiva. Al tempo non conoscevo nessuno nel mondo del poetry slam e così quando mi ritrovai spalla a spalla con personaggi del calibro di Matteo Di Genova, Gnigne, Marco Gorgoglione e Viola Margaglio, rimasi di sasso.

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Lì finalmente compresi l’ampiezza di potenzialità espressive di questo bellissimo gioco, ascoltando quattro bravissimi performer capaci di essere tra loro così diversi, ognuno con le proprie riconoscibili peculiarità. Fu un po’ come nel racconto “Aleph” di Borges, quando il protagonista trova nella cantina di un amico un punto dal quale è possibile vedere ogni singola prospettiva passata, presente e futura dell’universo, e ne rimane sconvolto. Ecco, io dopo quel secondo poetry slam ricco di suggestioni, mi ero sentito più o meno così. Scombussolato, intimorito ma allo stesso tempo così pieno di curiosità da esplodere. Se questo è il mondo del poetry slam, mi dissi, voglio assolutamente farne parte.

Che idea ti sei fatto del rapporto tra poesia tradizionale, forse vissuta come esperienza intima rispetto a questo approccio pensato per essere condiviso ad alta voce con un pubblico?

Scrivo poesie dai tempi del liceo, ma l’ho sempre fatto più che altro per gioco, anche perché ho sempre considerato più avvincente dedicarmi alla narrativa, sia come scrittore che come lettore. Comunque, da quando ho scoperto il poetry slam mi sono trasformato in un divoratore famelico e compulsivo di poesia su carta, dai grandi classici come Caproni e Campana, fino a giovani della mia età scovati tra blog e riviste letterarie. La prima cosa che mi verrebbe da dire è che, essendo il poetry slam italiano in un momento di profonda trasformazione rispetto al passato (per intenderci, dai tempi di Lello Voce in cui molti poeti nati su carta accettavano volentieri la sfida della competizione orale votata dal pubblico, epoca che non ho vissuto ma della quale ho avuto modo di parlare con molti veterani), il suo rapporto con la poesia tradizionale, come la chiami tu, è ancora un instabile work in progress.

Facebook_bannerNon penso sia una questione di intimità, perché molte poesie di slammer generano precisamente quell’atmosfera di intimo coinvolgimento che ritrovo, ad esempio, in Anedda e Dickinson. Secondo me si potrebbe porre la questione più o meno nei termini del rapporto che intercorre fra racconto breve e romanzo, dove nel secondo caso è possibile sviluppare una complessità di dinamiche interne se si vuole molto più ricca che in un racconto, che più che altro dipinge un’immagine, o per usare le parole di Pietro Citati, disegna una parabola, che si impenna e subito si rituffa a picco, senza possibilità di rimanere sospesa troppo a lungo. Il tempo disponibile in uno slam è un breve frame di tre minuti, in cui il poeta dev’essere capace di chiudere tutte le parentesi che apre, che se sono troppe rischiano di pregiudicare la vibrante intensità di quella tensione elettrica con il pubblico che dello slam rappresenta uno dei più grandi punti di forza. Poi, ovviamente, nessuna teorizzazione di un rapporto così complesso è possibile, proprio per il carattere magmatico della materia poetica, cosicché ci sono poesie nate su carta perfette per gli slam e poesie nate per essere performate che si adattano benissimo anche ad una vita su pagina. Come per i racconti brevi e i romanzi, insomma, piove dal cielo una bomba come “Le Metamorfosi” di Kafka, e tutti i confini e le categorie rigidamente costruite collassano su loro stesse, impotenti.

Perché a tuo avviso oggi la poesia orale non è così popolare e diffusa?

Secondo me perché in generale la poesia non è così popolare e diffusa. I veri poeti pop non sono né saranno mai gli slammer, bensì i rapper e i cantautori indie, che riempiono i palazzetti e a volte gli stadi e che, pur non avendo interesse a definirsi loro stessi poeti, nella percezione di molte persone lo sono. Non si può nemmeno dire che, riferito a questi soggetti, il termine poesia sia usato impropriamente, perché così come definiamo poesie quelle dei trovatori provenzali, nate per essere accompagnate dalla musica, allo stesso modo potrebbe essere considerato poesia un testo di Sfera Ebbasta. Il fatto che il suddetto testo rappresenti una visione del mondo stereotipata e semplicistica e impieghi un vocabolario scarno e banale, non pregiudica infatti l’utilizzo di questa etichetta. Anche Natale in India e Vacanze di Natale sono cinema, esattamente come “Solaris” di Tarkovskij e “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick. I poetry slam, per quanto siano arrivati in tv (Zelig e Italia’s Got Talent), restano essenzialmente un fenomeno di nicchia, anche se non necessariamente underground, così come non è underground la maggior parte della poesia presente nelle riviste letterarie, nei premi e nelle librerie. È possibile che le cose cambino? Sì, potrebbero, ma sinceramente non penso che un giovane poeta possa mai aspettarsi la fama dei giovani scrittori di narrativa, anche di quelli meno noti che non arrivano a partecipare allo Strega o al Campiello. Intanto, Sfera Ebbasta continuerà a crogiolarsi nel suo milione e passa di visualizzazioni, fregandosene tanto dei poetry slam quanto dei vincitori dei premi letterari pubblicati da Mondadori.

Quale pensi sia il miglior posto per dar vita ad un poetry slam?

Questa è una domanda interessante, perché secondo me uno degli elementi più importanti nell’impatto culturale dei poetry slam è rappresentato dalla loro capacità di portare la poesia dove prima, fondamentalmente, non c’era. Per questo amo i poetry slam nelle birrerie e nei locali notturni, dove la gente impegnata a sbronzarsi di negroni e intenta a spettegolare su tizio che si è scopato tizia è costretta a prestare orecchio alla voce del poeta, ascoltare quello che dice, eventualmente votarlo e, come accade in molti casi, successivamente riflettere su ciò che ha sentito, rielaborare quelle sensazioni e condividerle con gli amici o con lo stesso slammer, dicendogli mi sei piaciuto per questo e questo mentre invece quest’altra cosa l’ho trovata eccessiva, eccetera. A volte il pubblico è difficile da coinvolgere, ma è una sfida che personalmente accetto sempre volentieri. Una volta, vicino Bergamo, ci siamo ritrovati nel bel mezzo di una strada, senza microfono, durante una sagra di paese, con la gente che accelerava il passo per paura che si trattasse di una performance organizzata per vendere qualcosa, o comunque per fregarli. Invece noi ci siamo buttati tra la folla, urlandogli le nostre poesie in faccia, costringendoli a stare al gioco e alla fine siamo stati premiati da una folta schiera di pubblico che si era raccolta per ascoltarci. La parola d’ordine degli slam, per quello che mi riguarda, è coinvolgimento; quindi, per rispondere finalmente alla domanda, penso che i luoghi più adatti per uno slam siano quelli in cui la possibilità di coinvolgere il più possibile il pubblico, meglio ancora se inizialmente ostile ed estraneo allo spirito della manifestazione, è maggiore.

A tuo avviso, quali sono i punti di forza e di debolezza del format?

Ovviamente, non sono sempre rose e fiori. Alcuni punti di debolezza lo slam ce li ha, anche se è interessante notare come la maggior parte di essi coincida con i suoi punti di forza. Tutto ciò rende questo contenitore paradossale ed estremamente stimolante. Il primo punto debole è indubbiamente la mancanza di barriere all’entrata: chiunque può iscriversi ad un poetry slam, e questo comporta che spesso il livello generale tenda verso il basso. Alle stesso tempo, però, se esistessero solo gli slam a chiamata in cui girano sempre le solite facce, il format perderebbe la sua caratteristica vitalità, oltre alla possibilità di scoprire nuovi talenti. Ricordiamoci del buon Luca Bernardini, campione nazionale 2017/2018, che nei suoi primi cinque slam ha sbaragliato un esercito di veterani, vincendoli uno dopo l’altro fino a conquistare le finali nazionali. Certo, si potrebbe ideare un campionato di serie A e uno di serie B, con gli esordienti che lentamente cercano di farsi spazio fino ad accedere alla première league, ma l’idea stessa suscita in me un inquietante senso di ripugnanza che non voglio approfondire. Insomma, forse la slam poetry è destinata a rimanere come un libro comprato a scatola chiusa in una libreria. Può essere il più bel libro del mondo o fare letteralmente cagare; ma difficilmente tutti i libri comprati a scatola chiusa fanno cagare, almeno a me è capitato di scoprire tantissimi validi scrittori in questo modo, così come agli slam è possibile scoprire continuamente bravissimi poeti in erba. Altro punto di debolezza è la giuria popolare, che potrebbe spingere lo slammer, il quale il più delle volte non si sottrae all’abusato stereotipo dell’artista malato di superego, a ricercare l’applauso scrosciante a tutti i costi, anche sacrificando quella che nebulosamente definiamo onestà intellettuale. Il dilagare della poesia comica agli slam (a volte definita stand up poetry, e già dotata di nobili antecedenti quali Bergonzoni), potrebbe essere individuata come effetto collaterale di questa tendenza dello slammer a inseguire la risata e l’applauso. Il fatto che non necessariamente le poesie comiche vincano agli slam è comunque un segnale che il pubblico non sia formato semplicemente da millenial cresciuti a pane e Zelig (o peggio ancora Colorado), che si aspettano semplicemente di essere intrattenuti, se possibile coinvolgendo il numero di neuroni appena sufficiente per dare un senso alle parole che ascoltano. Anzi. Il pubblico spesso si aspetta poesia nel senso più tradizionale del termine, e boccia categoricamente poeti comici e cabarettisti. Uno dei punti di forza dei poetry slam, infatti, resta proprio la fiducia nella gente, nel pubblico, prima che nel formato stesso; insieme alla mancanza di paura a contaminarsi, a frantumare l’idea stessa che il pubblico ha di poesia, a saper essere intrattenimento e sapersi mescolare con cabaret, rap, improvvisazione teatrale. Anche io ovviamente sono galvanizzato dagli applausi, quando arrivano; ma se smettessi di impegnarmi ad esprimere e mi riducessi ad impegnarmi a compiacere, spero che un amico poeta invece di applaudire mi scagli una pietra appuntita in fronte urlandomi “pagliaccio!”. Lo ringrazierei tanto, se lo facesse.

Ci parli dei testi che hai proposto? Come li hai scelti?

In virtù delle mie riconosciute tendenze masochistiche, spesso agli slam cerco di portare le poesie che si sposano meno con il contesto. Per dire, una volta ad una sagra d’autunno, davanti a un pubblico di signore altopadane appena uscite dalla messa, ho portato una poesia che parla di Libro della Genesi e Transessuali, guadagnandomi una confortante raffica di 4 e 5. In questo frangente ho deciso invece di proporre uno dei miei pezzi preferiti agli slam, proprio perché si trova a disagio su carta (o schermo), sperando di imparare qualcosa da questo adattamento così inadatto. “La teoria del caos” è un giochino a base di incastri e allitterazioni a cui sono molto affezionato. Mi piace pensare a questo testo come fosse un caleidoscopico affresco del mondo in cui viviamo, una sequenza di immagini e aneddoti scollegati tra loro, che scorrono uno dopo l’altro come informazioni sulla caotica home page di Facebook. Solo alla fine, dopo la carrellata di calembour più o meno sagaci e divertenti, lo specchio si rompe e rimane la realtà dietro il velo di spazzatura digitale che quotidianamente ci avvolge: un uomo, un migrante silenzioso guarda il mare, probabilmente ha perso qualcuno a cui teneva lungo il viaggio e non riesce nemmeno più a piangere, mentre noi tutti (io che recito la poesia, il pubblico) cerchiamo invano qualche scappatoia per nascondere il fatto che ognuno di noi è personalmente responsabile di quello che sta succedendo. Ognuno di noi, nel suo piccolo, contribuisce a fare del mondo in cui viviamo quello che è, nel bene come nel male.

LA TEORIA DEL CAOS

Può il battito d’ali di una farfalla a Frascati
provocare un tornado tra i miei coglioni avvitati
mentre mi guardo attorno e vedo sul giornale
il gattino birichino accanto al morto del giorno
e il tronista imbianchino dissuadere mia cognata
dal fare il vaccino a suo figlio e stracciare
la carta geografica, affermando che la terra
è a forma di carpa asiatica
mentre sopra la banca la capra campa
col reddito di cittadinanza
anche se non tornano i conti
della corte dei tonti
il ministro non molla, ma barcollano i ponti
ma soprattutto, mi irrita i nervi
il rating inetto di insetti superbi
su inermi nazioni
e le assicurazioni non mi rassicurano
anche i sassi curano
le indecisioni sessuali assicurano
gli accurati manuali di medicina islamica ortodossa
mentre cattolici da manuale
con un piede nella fossa infilano spiedi
nelle ossa di agnelli pasquali
spacciati da squali rampolli di apolli multinazionali senza palle
che ballano il sirtaki sulle spalle di pelle di polli allevati in Kentucky
per sfornare fried chicken
sputiamo cicche fra i banchi di chiese
ubriache fradicie di acqua santa
e carta di credito canta the financial countdown
aspettando la fumata bianca
e i cardinali insieme ne hanno fumata tanta
incartapecorendosi in allucinazioni peccaminose
e teologicamente impeccabili beatificazioni di Santa Federica
imbrattando la Cappella Sistina di Viva la Metafica
e la droga è mia amica
al contrario di Marco
che con gli anfibi aspetta il negro Amadou al prossimo sbarco
dal molo virtuale della sua bacheca
che rispecchia il vuoto abissale della sua biblioteca
dove il libro cuore è morto, d’infarto
perché la madre dei pirla è ormai morta
di parto in un letto di madreperla
intarsiato dai romantici dolori del giovane inverte-brato
nostalgico che vive inquadrato in un ricordo squadrista
ma l’unico fascista buono è il fascista sordo
così almeno non sente le stronzate con cui si professa d’accordo
vado a messa il week end, col morto
che tanto resuscita dopo tre giorni, come nei film degli zombi
e noi siamo i figli bastardi di Boldi
nati durante un folle Natale a Scampia
tra le briciole di un cinepanettone e la follia
di fratelli che si sparano addosso
vorrei in mano un bossolo, sverrei ma non posso.

Mi guardo un po’ attorno
si spengono le ultime luci del porto
c’è un uomo che guarda le onde di pece del golfo
e gli piace la sabbia sui piedi nudi, mi dice
mi chiedo se aspetti qualcuno
un fantasma salmastro evocato dal chiaro di luna
o un paio di polmoni digiuni di aria
lasciati a tossire tra tesori sommersi, sul fondo del Mediterraneo
il suo pianto è asciutto come la sabbia del deserto
in cui la memoria si rifugia
accusando oscure divinità dei flutti
mentre io
al sicuro sotto il mio tetto, fragile
sono tentato di accusare la Storia
per nascondere il fatto che siamo
responsabili tutti.

(Max Di Mario)

Quali consigli ti senti di dare a chi si accinge a partecipare per la prima volta?

Non abbiate paura di buttarvi. Se qualcosa piace al pubblico ma non soddisfa voi, smettete di farla e sperimentate qualcos’altro. Se qualcosa vi fa impazzire ma prende voti bassissimi, fregatevene e continuate a proporla. Soprattutto quando siete a uno slam contro di me. A parte gli scherzi, i poetry slam sono (o almeno per me dovrebbero essere) delle finte competizioni tra gente che si vuole bene anche se non si conosce, perché il fatto di essere tutti lì, su un palco, a mettersi in gioco con qualcosa scritto di proprio pugno, è un bellissimo modo di sentirsi per un momento fratelli e sorelle. Fregatevene dei voti e delle figure di merda, ascoltate con attenzione le poesie altrui, parlate con gli altri poeti e con il pubblico, accettate le critiche senza prenderle come attacchi personali. E quando dovete introdurre i vostri testi non dite mai “prima c’erano i bravi e adesso vi tocca ascoltare me che faccio schifo” perché, sia che siate dei mostri sacri sia che facciate davvero schifo, è una cosa che personalmente trovo insopportabile.

Parteciperai ad altre gare?

Per ora ho partecipato a 54 poetry slam, tra cui 2 da MC (sì, da buon maniaco ossessivo-compulsivo me li sono annotati tutti su un documento Word rinominato “slammo dunque sono”). Ad ogni slam il mio amore per questo contenitore di poesia fluida e meticcia, così stimolante e carico di vitalità, cresce a dismisura. Per questa ragione sono sempre più motivato a partecipare e a organizzarli, aiutando questo piccolo mondo a crescere e spingendo quando mi è possibile sempre più persone a farne parte, cercando di invogliarle con i racconti delle poesie che amo e delle bellissime esperienze che ho vissuto. Perché ognuno avrebbe il diritto (e il dovere) di sentire almeno una volta nella vita “Struggenti Ballate Irlandesi” di Luca Cancian o “Quanta Nostalgia” di Matteo Di Genova. Quest’anno, se mi capiterà l’occasione, vorrei andare in Puglia e in Sardegna a partecipare ad uno slam, perché ogni luogo ha le sue atmosfere uniche, le sue peculiarità stilistiche e la sua ricca dose di belle persone da conoscere, e io mi sento come un marinaio cinquecentesco, con in mano una mappa piena di rotte approssimative, affascinanti nomi di reami fantastici e inverosimili raffigurazioni di balene e leoni. Quindi sì, penso che vedrete la mia brutta faccia in giro ancora per un po’.

*

Max Di Mario nasce a Padova e cresce a Mestre, appassionandosi alla narrativa e alla
poesia già durante gli anni del liceo. Si iscrive a Filosofia, poi a Fisica, poi a Storia,
sbarcando alla fine del suo travagliato percorso accademico a Firenze, per studiare
Filosofia e Storia della Scienza, che è in definitiva un ottimo compromesso tra i diversi
interessi coltivati negli anni. Pubblica due romanzi con due case editrici a pagamento (Una settimana allucinante, 2013, Il Filo; Kodoku, 2015, Altromondo), cosa che ancora oggi considera uno dei suoi più grandi e imperdonabili errori. Dal 2017 partecipa a numerosi poetry slam e ha iniziato da poco a frequentare un corso di teatro, deciso ad approfondire la componente performativa della propria ricerca poetica. Altri suoi grandi interessi sono il cinema, la birra artigianale, la scrittura non creativa e la letteratura potenziale.

RIPRODUZIONE RISERVATA – Febbraio 2020

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